Monti e valli nella Kabbalah: l’ascesa e la discesa dell’anima
Monti e valli non sono
soltanto immagini della natura: nella Kabbalah essi rappresentano due movimenti
fondamentali dell’anima, due stati della coscienza che si alternano come
inspirazione ed espirazione del divino dentro l’essere umano.
Le montagne corrispondono ai
livelli superiori dell’Albero della Vita, in particolare alle Sefirot di
Chokhmàh (Saggezza) e Binàh (Intelligenza).
Sono luoghi di altezza, di
distacco, di contemplazione. Qui l’anima si eleva verso il mondo di Atzilut, il
mondo dell’emanazione, dove la luce è pura e sottile.
Ma come sulle vette reali,
anche qui domina la rarefazione:
• la roccia è la struttura dell’intelletto, solida ma fredda
• il ghiaccio è la cristallizzazione del pensiero
• l’aridità è la distanza dalle emozioni e dalla vita pulsante
L’ascesa è necessaria: senza
salire, non si vede l’orizzonte. Ma la Kabbalah insegna che la luce troppo
intensa può isolare, come Mosè sul Sinai, separato dal popolo.
Le valli appartengono alle
Sefirot inferiori, in particolare a Tiferet (Bellezza, Cuore) e Yesod
(Fondamento), dove la luce si fa acqua, scorre, nutre, feconda.
Nelle valli scorrono i fiumi:
essi rappresentano la Shefa, l’abbondanza divina che discende attraverso i
canali dell’Albero della Vita per raggiungere il mondo di Assiyah, il mondo
dell’azione.
Qui si trovano:
• praterie: la crescita delle virtù
• giardini: la coltivazione dell’anima
• frutti e fiori: le opere buone, i pensieri fecondi
• città e abitanti: la relazione, la comunità, la vita condivisa
La valle è il luogo dove il
divino si incarna, dove la luce diventa nutrimento.
La Kabbalah insegna che la
vera saggezza non rimane sulle cime: deve discendere.
Il sapere intellettuale, se
resta isolato, diventa giudizio, separazione, orgoglio (la distorsione di Ghevuràh).
Quando invece scende nella
valle, si scioglie come neve al sole e diventa:
• ruscello: intuizione
• fiume: compassione
• irrigazione: trasformazione concreta della vita
La discesa è un atto di
Tikkun, di riparazione: ciò che era astratto diventa utile, ciò che era elevato
diventa fecondo.
La Kabbalah insiste su un
principio fondamentale: “Ratzò v’shov” – correre e tornare.
È il movimento degli angeli
nella visione di Ezechiele, ed è anche il movimento dell’anima.
• C’è un tempo per salire sulla montagna: cercare la visione, la
chiarezza, la verità.
• C’è un tempo per scendere nella valle: portare quella verità nel
cuore, nelle relazioni, nella vita quotidiana.
L’equilibrio tra montagna e
valle è l’equilibrio tra intelletto e cuore, tra contemplazione e azione, tra
trascendenza e immanenza.
La Kabbalah direbbe: sei
rimasto troppo a lungo sulla montagna.
L’isolamento è il segno che
la luce non sta più scendendo.
Allora occorre tornare nella
valle, dove scorre l’acqua dell’amore, dove la presenza divina si manifesta
come Chesed, la bontà che unisce.
Scendere non è una sconfitta:
è un ritorno alla vita, un atto di saggezza più grande della salita.
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