domenica 22 febbraio 2026

Destino o Libertà dell’Uomo

 Destino o Libertà dell’Uomo

La domanda se l’uomo sia libero o sottoposto al destino non può essere compresa senza risalire alle radici stesse della creazione, là dove l’Infinito si contrasse (Tzimtzum) per lasciare spazio all’esistenza. In quel vuoto apparente, le luci troppo intense frantumarono i vasi (Shevirat haKelim), e da quella frattura nacque la condizione stessa in cui luomo vive: una realtà in cui coesistono necessità e libertà, oscurità e scintille, vincolo e possibilità.

L’errore sta nel credere che tutti gli esseri umani siano soggetti alle stesse leggi. Dopo la frantumazione, le anime non sono cadute nello stesso modo né nello stesso luogo: alcune discendono da radici più luminose, altre da regioni più dense e opache. Per questo, coloro che vivono unicamente secondo le pulsioni istintive — reazioni automatiche, emozioni non trasmutate, desideri non elevati — rimangono inevitabilmente sotto la legge della fatalità, che nella lingua dei Maestri è chiamata Mazal, il flusso deterministico che deriva dalla Shevirah. Non è una condanna: è la naturale conseguenza del trovarsi immersi nei residui dei vasi infranti, dove la coscienza non ha ancora assunto il proprio ruolo di riparatore.

Al contrario, coloro che hanno iniziato a dominare i propri istinti, a purificare le emozioni, a ordinare i pensieri, cominciano a sottrarsi al Mazal e ad entrare sotto la legge della Provvidenza, che nella Cabalà Lurianica è la sfera del Tikkun. Qui l’uomo non è più trascinato dagli eventi, ma diventa collaboratore attivo della Luce che vuole ricomporre ciò che è stato spezzato. In questo stato, egli non vive più solo nella rete delle cause e degli effetti, ma nella corrente della Grazia, dove ogni scelta diventa un atto di riparazione e ogni gesto può liberare una scintilla prigioniera.

Non bisogna immaginare che tutti possano essere liberi allo stesso modo, né che tutti debbano subire un destino inesorabile. La libertà è proporzionale al grado di Tikkun interiore che l’anima ha compiuto. Ogni pensiero elevato rafforza un vaso; ogni emozione purificata libera una scintilla; ogni azione consapevole ricostruisce un frammento del mondo. Così, in base al suo modo di pensare, sentire e agire, l’essere umano può cadere sotto il dominio della Shevirah — dove tutto è ripetizione, reazione, necessità — oppure attirare su di sé le benedizioni della Provvidenza, dove la Luce guida, sostiene e apre vie nuove.

Per questo, in alcuni ambiti l’uomo è legato, prigioniero del destino che deriva dalle fratture non ancora riparate; in altri, invece, è libero, perché ha già trasformato parte della propria struttura interiore in un vaso capace di contenere la Luce senza infrangersi. La sua vita è un intreccio di Orot e Kelim, di luci che premono e di vasi che si espandono, di limiti e di aperture.

E verrà il giorno — dopo molto lavoro, molte purificazioni e molte riparazioni — in cui l’essere umano disporrà pienamente della propria libertà. Non una libertà arbitraria, ma la libertà dei Giusti, che coincide con la volontà profonda dell’Anima Radice e con il movimento stesso del Tikkun cosmico. In quel giorno, l’uomo non sarà più soggetto al destino: sarà diventato un canale limpido della Luce che precede ogni destino.

La domanda se l’uomo sia libero o sottoposto al destino non può essere affrontata senza risalire alle origini stesse della manifestazione, là dove l’Infinito (Ein Sof) emanò la prima configurazione di Luce in Adam Kadmon, il prototipo cosmico che contiene in potenza tutte le forme future. È in quel primo mondo che si stabilisce la radice della tensione tra libertà e necessità: la Luce che vuole espandersi e il vaso che deve contenerla.

Quando la Luce discese nei mondi di Akudim, Nekudim e Berudim, si manifestò la dinamica che ancora oggi struttura la psiche umana. Nel mondo di Nekudim, dove le Luci erano intense e i vasi non ancora integrati, avvenne la Shevirat haKelim, la frantumazione dei vasi. Da quella frattura nacque la condizione stessa del destino: un universo in cui le scintille (Nitzotzot) sono imprigionate nei residui dei vasi infranti (Klippot), e dove lessere umano eredita strutture psichiche che reagiscono automaticamente, ripetendo schemi deterministici.

L’errore sta nel credere che tutti gli esseri umani siano soggetti alle stesse leggi. Le anime non discendono tutte dallo stesso livello: alcune provengono da radici elevate di Atzilut, altre da regioni più dense di Beri’ah, Yetzirah o Assiyah. Alcune anime appartengono ai Partzufim di Abba e Imma, altre a Ze’ir Anpin o a Nukvah; alcune sono radicate nella linea destra (Chesed), altre nella sinistra (Ghevurah), altre ancora nella linea centrale (Tiferet). Per questo, la loro relazione con il destino non può essere uniforme.

Coloro che vivono unicamente secondo le pulsioni istintive — reazioni automatiche, emozioni non rettificate, desideri non elevati — rimangono sotto la legge della fatalità, che nella Cabala è chiamata Mazal. Mazal non è “fortuna”, ma il flusso deterministico che deriva dalla Shevirah: un insieme di forze ereditate, tendenze, inclinazioni, memorie di vite precedenti (ghilgulim) e residui dei vasi infranti che ancora non sono stati riparati. In questo stato, l’uomo vive nel mondo di Tohu, dove le luci sono troppo intense e i vasi troppo deboli, e quindi tutto è reazione, urto, necessità.

Al contrario, coloro che hanno iniziato a dominare i propri istinti, a purificare le emozioni, a ordinare i pensieri, cominciano a sottrarsi al Mazal e ad entrare nel dominio del Tikkun. Questo è il passaggio dal mondo di Tohu al mondo di Atzilut, dove le Luci sono misurate e i vasi sono armonizzati attraverso la struttura dei Partzufim. Qui l’uomo non è più trascinato dagli eventi, ma diventa collaboratore attivo della Luce che vuole ricomporre ciò che è stato spezzato.

In questo stato, l’essere umano vive secondo la dinamica di Ibur–Yenikah–Mochin:

Ibur (gestazione): quando l’anima inizia a ricevere un orientamento superiore;

Yenikah (nutrimento): quando si stabilisce una relazione costante con la Luce;

Mochin (intelletti superiori): quando la coscienza riceve illuminazioni che la rendono capace di vera libertà.

Non bisogna immaginare che tutti possano essere liberi allo stesso modo. La libertà è proporzionale al grado di Tikkun interiore che l’anima ha compiuto. Ogni pensiero elevato rafforza un vaso; ogni emozione purificata libera una scintilla; ogni azione consapevole ricostruisce un frammento del mondo. Così, in base al suo modo di pensare, sentire e agire, l’essere umano può cadere sotto il dominio della Shevirah — dove tutto è ripetizione e necessità — oppure attirare su di sé le benedizioni della Provvidenza, che nella Cabala è la guida dei Partzufim superiori: Abba, Imma, Arich Anpin, Ze’ir Anpin e Nukvah.

Per questo, in alcuni ambiti l’uomo è legato, prigioniero del destino che deriva dalle fratture non ancora riparate; in altri, invece, è libero, perché ha già trasformato parte della propria struttura interiore in un vaso capace di contenere la Luce senza infrangersi. La sua vita è un intreccio di Orot e Kelim, di luci che premono e di vasi che si espandono, di limiti e di aperture, di Tohu e Tikkun.

E verrà il giorno — dopo molte riparazioni, molte purificazioni e molti cicli di reincarnazione — in cui l’essere umano disporrà pienamente della propria libertà. Non una libertà arbitraria, ma la libertà dei Giusti, che coincide con la volontà profonda della propria Radice d’Anima e con il movimento stesso del Tikkun cosmico. In quel giorno, l’uomo non sarà più soggetto al destino: sarà diventato un canale limpido della Luce che precede ogni destino.

sabato 21 febbraio 2026

Correggere i Difetti

 Correggere i Difetti

Non è sufficiente desiderare di correggere i propri difetti, poiché il desiderio appartiene solo al livello di Nefesh, la volontà ancora avvolta nelle scorie del mondo dell’Azione.

Perché la correzione sia reale, occorre conoscere la via del Tikkun, la scienza segreta con cui l’uomo riallinea le proprie forze interiori alle correnti della Luce Superna.

Chi combatte frontalmente le proprie inclinazioni negative — quelle che lo Zohar chiama yetzerin desittra achra, le tendenze che provengono dal lato delloccultamento non fa che rafforzarle.

La lotta diretta irrigidisce i vasi, li rende più spessi, più opachi, più inclini alla frattura.

Così insegna il Ramchal: «La forza che si oppone alla luce trae nutrimento dall’attenzione che le si concede».

Per questo non è utile fissarsi sulle mancanze, sulle abitudini ereditate dai giorni passati, che appartengono al mondo di Asiyah non rettificato.

Ogni volta che l’uomo contempla la propria oscurità, egli la riveste di ulteriore vitalità.

Ogni volta che dice: “Questo difetto è ancora in me”, egli versa olio sulla fiamma dell’inclinazione.

La via dei giusti è diversa: essi volgono lo sguardo verso ciò che devono creare, verso ciò che devono emanare.

Dicono a sé stessi: «Ora ricostruirò i miei vasi, ora attirerò una nuova luce. Il passato non è una catena: è materia grezza per il Tikkun».

Ogni giorno, con fede incrollabile — fede che appartiene a Emunah, radice di Keter — l’uomo prende gli strumenti che il Santo, benedetto Egli sia, ha posto in lui:

il pensiero, che appartiene a Chokhmah;

il sentimento, che si radica in Binah;

l’immaginazione, che è ponte tra Tiferet e Yesod;

la volontà, che discende da Keter e stabilizza la forma nel mondo.

Con questi strumenti egli modella sé stesso come un artigiano modella i vasi della creazione.

Proietta dentro di sé immagini di luce, forme pure, configurazioni armoniche che attirano le correnti superiori.

Si vede immerso nella musica — che è il movimento delle Sefirot — si vede nel sole, simbolo di Tiferet, si vede rivestito di bontà, generosità, forza di sostenere e illuminare gli altri, qualità che appartengono a Chesed, Ghevurah e Netzach.

Perché tutto si registra.

Così insegna il Zohar: «Ogni pensiero crea un angelo, ogni immagine genera una forma nel mondo nascosto».

E secondo Luria, ogni immagine interiore imprime un nuovo ordine nei vasi dell’anima, attirando luci compatibili con essa.

Se tutto si registra, allora abituatevi a registrare il meglio, a incidere dentro di voi ciò che è puro, ciò che è elevato, ciò che appartiene al mondo di Beriah.

Fate che la vostra interiorità diventi un archivio di luce, un heikhal, un palazzo in cui le luci possano dimorare senza spezzare i vasi.

E se inizierete questo lavoro, vedrete un mistero: i vostri difetti non solo si indeboliranno, ma diventeranno fonti di luce trasformata.

Perché ogni difetto contiene una scintilla caduta, una nitzotz imprigionata nella forma distorta.

La collera contiene la scintilla del coraggio;

la paura contiene la scintilla della prudenza;

la pigrizia contiene la scintilla della pace;

l’orgoglio contiene la scintilla della dignità;

il desiderio contiene la scintilla dello slancio creativo.

Non si tratta di distruggere nulla, ma di liberare la scintilla.

Non si tratta di combattere, ma di raffinare.

Non si tratta di reprimere, ma di elevare.

Così insegna Cordovero: «Non vi è male che non sia un bene velato, non vi è oscurità che non sia luce contratta».

E così insegna Luria: «Il lavoro dell’uomo è separare la luce dal guscio, e riportarla alla sua radice».

Quando comprenderete questo, la vostra vita non sarà più una lotta contro ciò che siete stati, ma un continuo atto di creazione, un flusso di Tikkun, un ritorno incessante alla vostra forma originaria.

venerdì 20 febbraio 2026

I veri nemici sono dentro di noi

 I veri nemici sono dentro di noi

Nel linguaggio della Kabbalah, la ribellione appartiene alla sfera di hGevurah, la forza del rigore.

Nell’Etz Chaim, il Palazzo di Adam Kadmon, Luria spiega che le forze di Ghevurah, quando non vengono integrate, precipitano nelle Klippot (Etz Chaim, Sha’ar HaNekudim, cap. 4–6).

La ribellione è dunque un’energia che può:

discendere e diventare opposizione, durezza, reattività;

salire e diventare discernimento, coraggio, rottura degli idoli interiori.

Il Baal Shem Tov la definisce ko’a hahitnagdut hakedoshah: la forza santa della contraddizione, che serve a distinguere il vero dallillusorio.

Quando il testo parla di “nemici dentro di noi”, la Kabbalah li identifica con le Klippot, i gusci che avvolgono la luce dell’anima.

Riferimenti tecnici:

Etz Chaim, Sha’ar HaKelipot, cap. 1–3: le Klippot come “forme energetiche” che derivano dalla rottura dei vasi (Shevirat HaKelim).

Sha’ar HaNekudim, cap. 11–12: le Qelipot come residui delle luci non integrate.

Tanya, cap. 29–30: le Klippot come “animali interiori” che ingannano l’uomo e lo distolgono dalla sua radice.

Queste entità non sono “difetti psicologici”, ma strutture energetiche che si formano quando la luce dell’anima non trova un recipiente adeguato.

Lo Zohar (III, 47b) le chiama achoraim, “retroforme: aspetti delluomo che vivono nellombra e che si nutrono dellinconsapevolezza.

Quando l’uomo si ribella contro il mondo esterno — il coniuge, il capo, il governo — egli compie ciò che Luria chiama hitpashtut haor leutz, la “dispersione della luce verso l’esterno”.

Riferimento tecnico:

Etz Chaim, Sha’ar HaAkudim, cap. 2: la luce che esce dal suo luogo naturale perde intensità e non produce Tikkun.

La ribellione esterna è dunque una fuga dalla propria interiorità. È un modo per evitare il vero lavoro: affrontare le proprie Klippot.

Luria insegna che ogni emozione disturbante contiene nitzotzot shenaflu, scintille cadute (Etz Chaim, Shaar HaNitzotzot, cap. 12).

La ribellione è la forza che può:

rompere il guscio (Klippah),

liberare la scintilla,

restituirla alla sua radice.

Il Tanya (cap. 28–30) afferma che la vera ribellione è quella contro la nefesh habehemit, lanima animale, che tenta costantemente di sedurre luomo con desideri incontrollati, cupidigia, reattività.

Il Meor Einayim (Parashat Shemot) aggiunge che ogni emozione negativa è un “angelo caduto” che attende di essere redento.

Lo Zohar (I, 179a) descrive le forze inferiori come “ospiti non invitati” che abitano la casa dell’uomo.

Luria le vede come forme incomplete che cercano nutrimento.

Quando l’uomo non è consapevole di queste presenze, esse:

si nascondono,

si rafforzano,

costruiscono abitudini,

creano reazioni automatiche.

Il loro potere deriva dal fatto che l’uomo non le vede.

La ribellione autentica è un atto di Ghevurah leKedushah, rigore al servizio della santità.

Riferimento tecnico:

Etz Chaim, Sha’ar HaGhevurot, cap. 5: la Ghevurah che si eleva diventa “fuoco che purifica”, non che distrugge.

È la forza che dice: “Mi ribello contro ciò che è inferiore alla mia anima”.

Questa ribellione:

non è violenza,

non è repressione,

non è odio verso se stessi.

È discernimento.

È liberazione.

È Tikkun.

1. Identificazione

Riconosci la Klippah non come difetto, ma come energia non integrata (Tanya, cap. 29).

2. Ribellione interiore

Dirigi la forza di Ghevurah verso l’interno (Etz Chaim, Sha’ar HaGhevurot),

3. Trasformazione

Non sopprimere: raffina (Sha’ar HaBirurim, cap. 1–3).

4. Liberazione della scintilla

Ogni impulso contiene una luce caduta  (Etz Chaim, Sha’ar HaNitzotzot)

La ribellione diventa un atto di Tikkun quando riporta la luce al suo luogo (Sha’ar HaTikkunim).

La ribellione è una forza sacra.

Se la dirigi verso l’esterno, diventa distruttiva.

Se la dirigi verso l’interno, diventa liberazione.

I veri nemici non sono fuori: sono le forme interiori della Klippah che attendono di essere trasformate.

giovedì 19 febbraio 2026

La metafora della sporcizia come residuo delle Qelipot

 La metafora della sporcizia come residuo delle Qelipot

 Secondo la Cabalà, ciò che “nutre gli indesiderabili” non è semplicemente impurità morale, ma residuo energetico: ciò che Luria chiama psollet, scarto, frammento non elevato.

Il mondo interiore dell’uomo è come un piccolo santuario: quando vi rimangono residui non trasformati — emozioni stagnanti, desideri distorti, pensieri che non hanno trovato la loro forma luminosa — essi diventano nutrimento per le Kelippot, le “scorze” che vivono di ciò che non è ancora stato restituito alla sua radice.

Lo Zohar afferma che “la sporcizia attira la sporcizia”, perché ogni stato vibrazionale chiama ciò che gli è simile.

Luria aggiunge che le Klippot non hanno vita propria: vivono solo del nostro scarto.

Per questo, come nel mondo fisico gli avanzi attirano mosche e insetti, nel mondo sottile gli avanzi psichici attirano entità che si nutrono di ciò che non è stato purificato.

Per Cordovero, la purificazione non è solo rimuovere il negativo, ma imitare il flusso divino.

Le Sefirot non trattengono nulla: ricevono, trasformano, donano.

L’impurità nasce quando l’uomo trattiene ciò che dovrebbe fluire.

Così, la “pulizia” non è repressione, ma ristabilire il movimento:

• Chokhmah: intuizione pura

• Binah: chiarificazione

• Tiferet: armonizzazione

• Yesod: canalizzazione

• Malkhut: manifestazione pulita

Quando un pensiero o un’emozione rimane bloccata, si corrompe.

Quando fluisce, si purifica.

Luria insegna che ogni emozione, anche la più bassa, contiene una scintilla divina caduta.

Non basta scacciarla: va elevata.

La pulizia interiore è un atto di birur, separazione ed elevazione:

• Non si combatte la Klippah.

• Le si toglie il nutrimento.

• Si recupera la scintilla che essa custodisce.

• La si restituisce alla sua radice.

Quando trasformi un desiderio distorto in desiderio di bene, un pensiero oscuro in consapevolezza, un’emozione pesante in compassione, stai compiendo un atto di Tikkun: stai convertendo il “cibo delle Klippot” in cibo per gli spiriti celesti, cioè per le forze luminose che sostengono la tua anima.

La chassidut aggiunge un punto decisivo: la pulizia non è solo vigilanza, ma accensione.

La gioia, la vitalità, la presenza sono come luce che dissolve l’ombra.

Il Baal Shem Tov insegna che la tristezza e la pesantezza sono il vero terreno fertile delle entità indesiderabili: non perché siano “cattive”, ma perché sono assenza di luce.

La gioia, invece, è una forma di devekut, unione.

Quando l’anima è accesa, le Klippot non trovano più spazio.

In chiave cabalistica, la pulizia avviene in tre movimenti:

1. Sorvegliare (שְׁמִירָה – Shemirah)

Osservare i pensieri e i sentimenti senza identificarvisi.

Vedere dove si accumula residuo.

2. Purificare (טָהֳרָה – Taharah)

Respirare, chiarire, sciogliere.

Portare luce nella zona d’ombra.

3. Trasformare (הַמְתָקָה – Hamtaqah)

Convertire l’energia:

• paura coraggio

• desiderio distorto desiderio di connessione

• rabbia forza di protezione

• tristezza profondità del cuore

Questo è il lavoro di Yesod: raffinare il canale, rendere il flusso limpido.

Liberarsi dagli indesiderabili non è guerra, ma igiene spirituale.

Non si combattono le ombre: si illumina ciò che le genera.

Non si scacciano le entità: si toglie loro il nutrimento.

Ogni volta che purifichi un pensiero, un’emozione, un desiderio, stai compiendo un atto di Tikkun che risuona in tutte le Sefirot.

Stai trasformando scarto in luce, residuo in nutrimento angelico, impurità in elevazione.

È un lavoro semplice, quotidiano, ma cosmico.

mercoledì 18 febbraio 2026

Il Rifugio più Sicuro: la Preghiera

 Il Rifugio più Sicuro: la Preghiera

 I Maestri insegnano che la preghiera non è un semplice atto di supplica, ma un movimento cosmico: un’ascesa dell’anima attraverso i mondi, un atto di Tikkun che riallinea l’essere umano con le correnti della Luce Infinita.

Secondo il Zohar, quando l’uomo prega, «l’anima si veste di ali» e risale i palazzi superiori, entrando in risonanza con le sefirot che governano la vita. La preghiera è dunque il ponte che collega il mondo frammentato di Assiyah con la pienezza di Atzilut.

Il Santo, benedetto Egli sia, non ha bisogno che gli si ricordi ciò che manca alla creatura: tutto è già predisposto nei mondi superiori, come insegna il Ramak, il quale afferma che ogni sefirah è una “camera di abbondanza” sempre traboccante.

Il problema non è la mancanza di bene, ma la nostra incapacità di elevarci fino al luogo in cui quel bene scorre senza ostacoli.

La preghiera è proprio questo: un atto di elevazione.

Non serve a cambiare la volontà divina, ma a cambiare la nostra posizione nei mondi.

Quando l’uomo rimane nel piano inferiore, immerso nelle correnti pesanti di Assiyah, è vulnerabile alle forze di separazione, alle Kelippot, alle energie che si nutrono di confusione e paura.

Ma quando si eleva, anche solo di un grado, entra in un dominio dove quelle forze non possono più raggiungerlo.

I cabalisti spiegano questo con una parabola: un uomo è inseguito da nemici che vogliono catturarlo. Corre, affannato, finché giunge a una grande sala illuminata, dove i giusti stanno festeggiando in presenza del Re.

Appena varca la soglia, nessuno gli chiede chi sia: lo accolgono, lo rivestono, lo fanno sedere alla tavola.

I nemici rimangono fuori, incapaci di oltrepassare il confine della Luce.

Così è la preghiera.

Essa introduce l’anima in un luogo dove il Santo benedetto Egli sia, i Suoi angeli e le Sue emanazioni luminose — gli arcangeli di Yetzirah, le Sefirot di Beriah, le luci di Atzilut — sono in festa.

E come insegna l’Ari, quando l’uomo entra in questo spazio, le Kelippot cadono da lui come scorza bruciata, perché non trovano più nutrimento.

Per questo i Maestri dicono: “Quando sei turbato, non restare nel luogo del turbamento”.

Non cercare sollievo nelle lamentele, né rifugio in sostanze che alterano la coscienza.

Il rimedio è cambiare mondo, cambiare altitudine, cambiare il luogo interiore da cui guardi la vita.

Nelle situazioni più difficili, ricordati che nulla è definitivo.

La Cabalà insegna che ogni stato è solo una configurazione temporanea delle luci e dei vasi.

Quando la pressione aumenta, non è un segno di abbandono, ma un invito a salire.

Il Santo, benedetto Egli Sia, non ti trascinerà fuori dall’Inferno contro la tua volontà: lo Tzimtzum stesso è la prova che Dio lascia spazio alla creatura perché compia il proprio movimento.

Sta a te compiere il primo passo: alzare lo sguardo, aprire il cuore, pronunciare parole che siano come scale di luce.

E non appena ti elevi, anche solo un poco, entri in un dominio dove la Luce ti precede, ti avvolge, ti protegge.

La preghiera è dunque il rifugio più sicuro perché non è fuga, ma ritorno: ritorno alla radice dell’anima, ritorno alla sorgente delle benedizioni, ritorno al luogo dove il mondo è ancora intero e la tua vita è ancora luminosa.

martedì 17 febbraio 2026

Partire col Piede Giusto

 Partire col Piede Giusto

Nel momento in cui l’uomo si accinge a intraprendere una nuova iniziativa, non è soltanto un atto nel mondo dell’azione (Olam haAsiyah). Ogni inizio è unapertura nei mondi superiori, un movimento che risveglia forze nelle Sefirot e stabilisce la qualità del flusso che discenderà.

Secondo la tradizione lurianica, l’intenzione iniziale (kavvanah) è ciò che determina se la luce che scenderà sarà una luce diritta (Or Yashar) o una luce distorta, frammentata, incapace di trovare i suoi recipienti.

Per questo i Maestri insegnano che il successo o la delusione non dipendono solo dalle circostanze esteriori, ma dalla qualità del mondo interiore da cui nasce il primo passo.

Può sembrare sorprendente che un pensiero, un’emozione o un tono dell’anima possano influenzare una concatenazione di eventi esteriori. Eppure, lo Zohar afferma che ogni movimento dell’uomo risveglia un movimento corrispondente nei mondi superiori, e ciò che viene risvegliato ritorna su di lui come eco.

Se l’uomo esce di casa in uno stato di agitazione, egli non porta con sé solo un’emozione: egli attiva forze caotiche, residui dei dinim/giudizi non rettificati, scintille che non hanno ancora trovato pace.

E se in quello stato si reca a incontrare qualcuno per una questione delicata, quelle forze — come insegna Cordovero — si “agganciano” ai suoi pensieri e li trascinano verso reazioni impulsive, irrigidimenti, chiusure.

Più si avvicina alla meta, più la sua interiorità si stringe, come un recipiente troppo contratto per ricevere la luce.

Come si risolve questo meccanismo?

La Cabalà insegna che ogni azione deve essere preceduta da un atto di Tikkun interiore. Prima di muovere il piede, l’uomo deve muovere il cuore.

Occorre fermarsi, raccogliere il respiro, riportare l’anima nel suo asse.

Occorre risvegliare in sé le qualità di Chesed (amore), Tiferet (armonia) e Yesod (connessione), affinché il primo passo sia un passo che unisce e non che divide.

Quando l’uomo compie il primo movimento in uno stato di calma, di benevolenza e di chiarezza, egli apre un canale puro attraverso cui la luce può fluire senza ostacoli.

E allora accade qualcosa di molto concreto: il colloquio, l’iniziativa, l’incontro si svolgono con maggiore fluidità, perché la luce che egli ha risvegliato all’inizio continua ad accompagnarlo.

Man mano che procede, egli si sente più centrato, più in sintonia con ciò che deve accadere, come se i mondi superiori rispondessero al suo passo con un passo corrispondente.

Questo è il significato profondo dell’espressione: “Partire col piede giusto”.

Non è un proverbio, ma un principio metafisico:

Il primo passo determina il canale della luce.
L’inizio contiene in potenza tutto ciò che seguirà.

Preparare il proprio stato interiore significa predisporre i recipienti affinché la luce che discende possa essere ricevuta senza frantumarsi.

Significa trasformare ogni azione in un atto di Tikkun, ogni incontro in un’opera di unificazione, ogni iniziativa in un ponte tra i mondi.

Rosh Chodesh Adar

 

Destino o Libertà dell’Uomo

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