Il Rifugio più Sicuro: la Preghiera
Secondo il Zohar, quando l’uomo prega, «l’anima si veste di
ali» e risale i palazzi superiori, entrando in risonanza con le sefirot che
governano la vita. La preghiera è dunque il ponte che collega il mondo
frammentato di Assiyah con la pienezza di Atzilut.
Il Santo, benedetto Egli sia, non ha bisogno che gli si
ricordi ciò che manca alla creatura: tutto è già predisposto nei mondi
superiori, come insegna il Ramak, il quale afferma che ogni sefirah è una
“camera di abbondanza” sempre traboccante.
Il problema non è la mancanza di bene, ma la nostra
incapacità di elevarci fino al luogo in cui quel bene scorre senza ostacoli.
La preghiera è proprio questo: un atto di elevazione.
Non serve a cambiare la volontà divina, ma a cambiare la
nostra posizione nei mondi.
Quando l’uomo rimane nel piano inferiore, immerso nelle
correnti pesanti di Assiyah, è vulnerabile alle forze di separazione, alle Kelippot,
alle energie che si nutrono di confusione e paura.
Ma quando si eleva, anche solo di un grado, entra in un
dominio dove quelle forze non possono più raggiungerlo.
I cabalisti spiegano questo con una parabola: un uomo è
inseguito da nemici che vogliono catturarlo. Corre, affannato, finché giunge a
una grande sala illuminata, dove i giusti stanno festeggiando in presenza del
Re.
Appena varca la soglia, nessuno gli chiede chi sia: lo
accolgono, lo rivestono, lo fanno sedere alla tavola.
I nemici rimangono fuori, incapaci di oltrepassare il
confine della Luce.
Così è la preghiera.
Essa introduce l’anima in un luogo dove il Santo benedetto
Egli sia, i Suoi angeli e le Sue emanazioni luminose — gli arcangeli di
Yetzirah, le Sefirot di Beriah, le luci di Atzilut — sono in festa.
E come insegna l’Ari, quando l’uomo entra in questo spazio,
le Kelippot cadono da lui come scorza bruciata, perché non trovano più
nutrimento.
Per questo i Maestri dicono: “Quando sei turbato, non
restare nel luogo del turbamento”.
Non cercare sollievo nelle lamentele, né rifugio in sostanze
che alterano la coscienza.
Il rimedio è cambiare mondo, cambiare altitudine, cambiare
il luogo interiore da cui guardi la vita.
Nelle situazioni più difficili, ricordati che nulla è
definitivo.
La Cabalà insegna che ogni stato è solo una configurazione
temporanea delle luci e dei vasi.
Quando la pressione aumenta, non è un segno di abbandono, ma
un invito a salire.
Il Santo, benedetto Egli Sia, non ti trascinerà fuori
dall’Inferno contro la tua volontà: lo Tzimtzum stesso è la prova che Dio
lascia spazio alla creatura perché compia il proprio movimento.
Sta a te compiere il primo passo: alzare lo sguardo, aprire
il cuore, pronunciare parole che siano come scale di luce.
E non appena ti elevi, anche solo un poco, entri in un
dominio dove la Luce ti precede, ti avvolge, ti protegge.
La preghiera è dunque il rifugio più sicuro perché non è
fuga, ma ritorno: ritorno alla radice dell’anima, ritorno alla sorgente delle
benedizioni, ritorno al luogo dove il mondo è ancora intero e la tua vita è
ancora luminosa.

