sabato 26 settembre 2026

Intelligenza

 Intelligenza

Padre mio che sei nei Cieli, nella Tua grande misericordia fammi meritare di dedicarmi alla Tua santa Torah, di giorno e di notte, come luce che non si spegne mai.

Apri il mio spirito, petach mochin, e illumina i miei occhi con la luce della Tua Torah, la luce che scende da Chokhmà come scintilla pura, che si espande in Binà come comprensione profonda, e si stabilisce in Da‘at come unione stabile tra me e Te.

Che io meriti di studiare la Tua santa Torah con un’intelligenza chiara, limpida, trasparente come le acque di Yesod, che trasmettono senza ostacoli la luce superiore verso il cuore.

Che possa conoscere e comprendere con rapidità e precisione ogni testo che studierò, poiché la rapidità non è fretta, ma è la luce di Zer‘ Anpin quando è ben ordinata, quando le sue sei direzioni sono pacificate e allineate.

Che nessun agente perturbatore abbia forza su di me: né pensieri estranei, né pensieri futili, né le confusioni tortuose che talvolta sorgono dallo studio stesso. Che nessuna agitazione del mondo materiale possa ingarbugliare il mio spirito.

Da tutti questi pensieri salvami, Padre mio che sei nei Cieli, nella Tua grande misericordia. Fa’ che la mia mente sia custodita dal Nomeיהוה  Yod Hei Vav Hei nella sua forma di mochin de‑chasadim, che purifica e addolcisce ogni turbamento.

Rinforzami con la Tua bontà, per allontanare e ritirare completamente da me ogni forma di confusione, ogni idea storta, ogni nodo dell’intelletto che non proviene da Te.

Che possa studiare molto, con grande rapidità e con spirito puro e chiaro, come luce che scende da Chokhmà e si veste nei vasi di Binà senza incrinarsi, senza spezzarsi.

Che possa cominciare e finire tutti i Libri della santa Torah Scritta e Orale, e ristudiarli molte volte, finché la loro luce diventi parte di me, finché la loro voce diventi la mia voce, finché la loro saggezza diventi la mia forma interiore.

E che tutto questo avvenga non per mia forza, non per mio merito, ma per la Tua misericordia infinita, che apre le porte dell’intelligenza a chi desidera unirsi a Te con amore, con verità, con umiltà.

Amen, Amen.

venerdì 25 settembre 2026

Zohar quotidiano 5262 Bereshit-b

 Zohar quotidiano 5262 Bereshit-b – I palazzi di Adamo

Holy Zohar text. Daily Zohar -5262

Zohar bereshit-b

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#3

E in seguito il Santo, sia benedetto, lo condusse (Adamo) nel Giardino dell’Eden affinché lì potesse godere delle delizie supreme. Gli angeli superiori lo circondavano, lo servivano e gli rivelavano i segreti del loro Signore. Venite a vedere: quando il Santo, sia benedetto, lo condusse nel Giardino dell’Eden, egli poteva vedere e contemplare da lì tutti i segreti superiori e tutta la saggezza, in modo da poter conoscere e ammirare la gloria del suo Signore. E tutto questo era per Adamo, il primo uomo, poiché era stato creato a immagine superiore, quella di Binah.

Note:

Adamo fu collocato nel Giardino dell’Eden, circondato da angeli che gli rivelavano i segreti del loro Maestro. Poiché era stato creato a immagine di Binah, da lì poteva vedere tutti i segreti superiori e tutta la saggezza.
#4
Ci sono sette sale e dimore in alto, che costituiscono il segreto della Fede superiore, ovvero Binah. E ci sono sette sale in basso, in Malchut, simili alle sale in alto in Binah. E sei di esse sono come quelle di sopra, e corrispondono alle sei sefirot: Chesed, Ghevurah, Tiferet, Netzach, Hod e Yesod, mentre una sala nascosta e celata si trova al di sopra di esse, e corrisponde alla sefirah di Binah. E tutte queste sale di Malchut, anche le sei inferiori, si trovano nel segreto superiore, cioè nella forma di Binah. Poiché in ciascuna di queste sale vige il principio “come sopra, così sotto”, in modo che siano incluse nella forma superiore, che è Binah, e nella forma inferiore, che è Malchut. E in queste sale si trovava la dimora di Adamo, il primo uomo.

Note:
Malchut ha sette sale corrispondenti a quelle di Binah: sei per Chesed, Ghevurah, Tiferet, Netzach, Hod e Yesod, e una settima, nascosta, per Binah. Ciascuna sala comprende sia la forma superiore che quella inferiore. Queste sale costituivano la dimora di Adamo nel Giardino dell’Eden.

giovedì 24 settembre 2026

LA GUIDA

 LA GUIDA

Perciò meriteremo di svegliare la Tua bontà e la Tua misericordia verso di noi, verso questo popolo sballottato e straziato che siamo oggi, disperso sulle montagne come un gregge senza pastore, un gregge smarrito che niente riunisce. Devia la Tua collera da noi, addolcisci ed annulla il Tuo corruccio verso di noi. Che la misericordia prevalga sui Tuoi attributi e Tu giri la Tua faccia verso di noi. Abbi pietà di noi nella Tua grande misericordia e mandaci dei Tsadikim autentici, delle vere guide in santità che ci dirigano con clemenza. Faranno entrare nel nostro cuore e nel nostro spirito la conoscenza dello scopo finale e giungeremo, grazie ad essi, a inseguire nella nostra vita tutti i giorni lo scopo vero fino a raggiungerlo. Lasceremo dietro di noi tutte le passioni di questo mondo e tutte le nostre intenzioni, tutte le nostre speranze, tutti i nostri desideri, tutte le nostre stanchezze e tutti i nostri sforzi saranno rivolti verso lo scopo estremo e vero, secondo la Tua buona volontà.

1. Il popolo disperso: Malchut senza guida

Nella Kabbalah, un popolo disperso è l’immagine di Malchut senza Shefa, un regno che non riceve la sua luce. Quando Israele è “sballottato e straziato”, non è solo una condizione storica: è una condizione interiore. È l’anima quando:

  • non sente la sua radice,
  • non riconosce la sua direzione,
  • non percepisce la voce che la chiama,
  • non sa più dove si trova il suo centro.

Un gregge senza pastore è Malchut senza Tiferet, la terra senza il suo cielo, il corpo senza la sua anima, la vita senza il suo scopo.

2. La collera divina: Ghevurah senza dolcezza

“Devia la Tua collera da noi, addolcisci ed annulla il Tuo corruccio”.

Nella Kabbalah, la collera non è emozione: è Ghevurah pura, la forza del limite, del giudizio, della contrazione. Quando Ghevurah non è addolcita da Chesed, il mondo si percepisce duro, frammentato, ostile.

Chiedere che la misericordia prevalga sugli attributi significa chiedere che:

  • Chesed avvolga Ghevurah,
  • la luce avvolga il limite,
  • la bontà avvolga la severità,
  • la vita avvolga la prova.

È la preghiera per la dolcificazione dei giudizi (mituk ha‑dinim), il cuore della pratica mistica.

3. La guida: Tiferet che discende nel mondo

“Mandaci dei Tsadikim autentici, delle vere guide in santità.”

Il Tsadik, nella Kabbalah, non è un maestro umano: è un canale di Tiferet, il punto in cui la luce superiore si rende accessibile. Il Tsadik è:

  • il ponte tra alto e basso,
  • la voce che traduce l’infinito nel finito,
  • la forma umana della compassione divina,
  • la colonna centrale che riunisce ciò che è disperso.

Quando il mondo è confuso, il Tsadik non porta nuove idee: porta ordine, porta unità, porta direzione.

4. La conoscenza dello scopo: Chokhmah che entra nel cuore

“Faranno entrare nel nostro cuore e nel nostro spirito la conoscenza dello scopo finale”.

Lo scopo finale (tachlit) non è un obiettivo: è la radice dell’anima, il punto da cui essa è stata emanata. Conoscere lo scopo significa:

  • ricordare da dove veniamo,
  • riconoscere perché siamo qui,
  • percepire dove stiamo andando.

È la discesa di Chokhmah nel cuore, la saggezza che non rimane astratta ma diventa direzione, volontà, orientamento.

5. Inseguire lo scopo ogni giorno: Netzach e Hod

“Giungeremo, grazie ad essi, a inseguire nella nostra vita tutti i giorni lo scopo vero”.

Inseguire lo scopo ogni giorno è il lavoro di Netzach (perseveranza) e Hod (umiltà). Netzach ci dà la forza di continuare. Hod ci dà la capacità di ascoltare. Insieme creano Yesod, la stabilità del cammino.

Il Tsadik non ci dà lo scopo: ci dà la strada per raggiungerlo.

6. Lasciare le passioni del mondo: la purificazione di Malchut

“Lasceremo dietro di noi tutte le passioni di questo mondo…”

Non significa abbandonare la vita, ma purificare Malchut, liberarla dalle illusioni che la appesantiscono. Le passioni non sono peccato: sono energie non orientate. Quando vengono rivolte allo scopo, diventano:

  • desiderio che si trasforma in volontà,
  • speranza che si trasforma in fede,
  • fatica che si trasforma in merito,
  • sforzo che si trasforma in luce.

7. Tutto rivolto allo scopo: la rettificazione del cuore

“Tutte le nostre intenzioni, tutte le nostre speranze, tutti i nostri desideri, tutte le nostre stanchezze e tutti i nostri sforzi saranno rivolti verso lo scopo estremo e vero.”

Questo è il lavoro più alto: raccogliere tutte le forze dell’anima e orientarle verso un unico punto.

È la rettificazione del cuore (tikkun ha‑lev), il momento in cui:

  • la volontà non è più divisa,
  • il desiderio non è più frammentato,
  • la mente non è più dispersa,
  • la vita non è più contraddittoria.

È l’unificazione di tutte le Sefirot in un’unica direzione: la volontà divina.

8. Secondo la Tua buona volontà: ritorno a Keter

“Secondo la Tua buona volontà”.

Qui la preghiera ritorna al punto più alto: Keter, la radice della volontà divina. Non chiediamo di realizzare la nostra volontà: chiediamo di essere allineati alla Sua. Non chiediamo di cambiare il mondo: chiediamo di essere trasformati da ciò che il mondo ci chiede.

È la preghiera più pura: non che Tu faccia ciò che vogliamo, ma che noi vogliamo ciò che Tu fai.

Conclusione cabalistica

La guida che chiediamo non è un uomo: è una forma di luce. È la discesa della compassione nel mondo, la voce che ricorda allo spirito la sua radice, la mano che riporta il gregge disperso verso la sua casa.

Chiedere una guida significa chiedere:

  • ordine nel caos,
  • direzione nella confusione,
  • unità nella dispersione,
  • scopo nella vita quotidiana,
  • volontà nella fatica,
  • luce nell’oscurità.

E quando la guida arriva, tutto ciò che era frammentato si ricompone, e tutto ciò che era disperso si riunisce.

Che la guida discenda. Che la volontà si riveli. Che il cuore si orienti. Che il popolo si riunisca. Che la misericordia prevalga.

martedì 22 settembre 2026

PREGHIERA DI GUARIGION

 PREGHIERA DI GUARIGIONE

Sorgente della Vita, Aiutami e sostienimi. Rinforzami e incoraggiami affinché abbia il merito di far risalire il Kavod ha‑Kedushah, l’Onore della Santità, dalla sua umiliazione nell’esilio dei mondi inferiori. Che io possa sempre elevare, nutrire e far crescere il Tuo grande e santo Onore, riportando ogni scintilla dispersa alla sua radice luminosa.

Aiutami a far risalire l’Onore alla sua Fonte, che è Yir’ah, il timore santo, la percezione della Tua Presenza che ordina il cuore e purifica la mente. Riversa su di me il Tuo timore superiore, affinché abbia sempre il Tuo Nome davanti al mio volto, come luce che guida, come confine che protegge, come maestà che risveglia.

Concedimi il merito di acquisire il timore perfetto, il timore vero della Tua Grandezza, quello che non nasce dalla paura ma dalla consapevolezza della Tua infinità. Dammi il merito, nella Tua grande bontà, di onorare coloro che temono il Signore con cuore integro, perché essi sono canali di luce e colonne del mondo.

Fa’ che possiamo annullarci davanti a loro, affinché si riparino — attraverso di noi — i danni causati dal timore distorto, dal timore che confonde, dal timore che ferisce. Concedici di accedere a un timore senza errore, limpido, ordinato, radicato nella verità, e che si realizzi per noi il versetto: “Temete il Signore, voi suoi santi, perché nulla manca a coloro che Lo temono”.

Che attraverso questo timore perfetto possiamo giungere alla vera perfezione, alla completezza che nasce dall’armonia delle Sefirot interiori, dalla pace tra mente, cuore e volontà. Che io meriti di fare la pace in me, pace tra le mie parti, pace tra le mie luci, pace tra le mie ombre.

Guarigione dell’anima e del corpo

Guariscimi, guarisci la mia anima, guarisci il mio corpo, affinché possa essere perfetto, di una perfezione vera, senza tara né mancanza, come un vaso che torna integro dopo la frattura.

Tu, Medico gratuito, Medico fedele e generoso, che guarisci senza prezzo e senza limite, risveglia la Tua pietà verso di me e guariscimi. Ritira tutti gli errori e le imperfezioni dal mio corpo, dal mio essere, dalla mia mente e dalla mia anima. Purifica il Guf, ordina la Nefesh, pacifica la Ruach, illumina la Neshamah. Rendi limpidi i canali, sciogli le tensioni, spezza le confusioni, raddrizza ciò che è piegato, risana ciò che è ferito.

Invia una guarigione completa ai malati del Tuo popolo e in particolare a N… figlio/a di N…, che la guarigione scenda come luce sottile, come rugiada di vita, come balsamo che penetra senza ostacolo.

Tu che “guarisci i cuori spezzati e medichi le loro dolorose ferite”, Tu che hai promesso: “Curami, Mio Dio, e sarò guarito; soccorrimi e sarò salvato, perché Tu sei la mia Lode”.

Concedimi il merito di essere perfetto, di una perfezione totale, senza alcuna tara né mancanza, perché la perfezione non è assenza di difetti, ma unità ritrovata, equilibrio restaurato, luce che torna alla sua radice.

lunedì 21 settembre 2026

GLORIFICARE DIO

 GLORIFICARE DIO

Ti prego, Eterno, Venerato e Temibile, Tu che sei la radice di ogni luce e la fine di ogni pensiero, Re glorioso che hai creato il mondo intero per la Tua Gloria, perché la Gloria è il riflesso della Tua Presenza nei mondi.

Poiché è scritto: “Tutto ciò che si vanta del Mio Nome, tutto ciò che per la Mia Gloria ho creato, formato e fatto”. In queste tre azioni — creato, formato, fatto — si rivelano i tre mondi: Beriah, Yetzirah, Asiyah, e la Luce di Atzilut li avvolge come un mantello di misericordia.

Aiutami, nella Tua grande bontà, a meritare che la Tua Gloria sia accresciuta, lodata ed elevata attraverso di me. Che io diventi un canale limpido, un punto di trasparenza tra le Sefirot, che la mia anima sia come la Vav che unisce il Cielo e la Terra, che la mia parola sia come la Hei che espande la Luce, che il mio pensiero sia come la Yod, scintilla di sapienza, e che tutto in me si raccolga nel Nome יהוה, dove ogni lettera è un mondo e ogni respiro è una benedizione.

Vieni in mio aiuto affinché possa annullarmi completamente, che il mio io si dissolva come nebbia davanti al Sole del Tuo Volere, che il mio onore si riduca fino a scomparire, che io diventi nessuno e nulla, non per mancanza, ma per rivelazione: perché nel nulla dell’ego si manifesta il Tutto del Divino.

Che non vi porti più alcuna attenzione, che non cerchi più di essere visto o riconosciuto, ma che il mio cuore si orienti solo verso il Tuo Onore. Che la mia gioia sia la Tua Gloria, che la mia forza sia la Tua Presenza, che la mia voce sia eco del Tuo Nome.

Che tutte le mie occupazioni, i miei atti, i miei pensieri e la mia volontà servano solamente alla Tua grande Gloria. Che ogni gesto sia un atto di Tiferet, bellezza divina; che ogni pensiero sia un seme di Chokhmah, sapienza; che ogni parola sia un flusso di Binah, comprensione; che ogni respiro sia un’emanazione di Chesed, amore; che ogni silenzio sia un ritorno a Keter, la corona del Nulla.

Che io diventi un luogo dove Tu possa abitare, un punto di luce nel quale la Tua Gloria si rivela, un soffio che pronuncia il Tuo Nome senza ostacolo, senza durezza, senza ego. Che tutto ciò che sono, tutto ciò che faccio, tutto ciò che penso sia per Te, solo per Te, sempre per Te.

sabato 19 settembre 2026

Zohar quotidiano 5258 Bereshit

 Zohar quotidiano 5258 Bereshit – Perché le prime anime vivevano centinaia di anni

Holy Zohar text. Daily Zohar -5258

Zohar Bereshit

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#477

“וַיֹּאמֶר יְהוָה לֹא יָדוֹן רוּחִי בָאָדָם…” “E YHVH disse: ‘Il mio spirito non rimarrà per sempre nell’uomo…’” (Genesi 6:3). Il rabbino Elazar disse: «A quel tempo, cioè prima del Diluvio, il fiume che sgorga e scorre dall’Eden, ovvero Binah, faceva sgorgare uno spirito superiore (le anime) dall’Albero della Vita, che è Zeir Anpin, e lo riversava nell’albero, cioè nella Nukva. Da essi gli spiriti di vita venivano attirati negli esseri umani, che grazie a ciò vivevano molti giorni».

Il significato: le sefirot di Binah sono nel segreto delle centinaia. E poiché gli spiriti di vita venivano attinti da Binah, gli esseri umani vivevano allora nel segreto delle centinaia, e i giorni degli anni della loro vita erano settecento, corrispondenti alle sette sefirot inferiori di Binah. E se in termini di forza, ottocento anni, e anche novecento anni. E per questo vivevano molti giorni.

Finché la loro malvagità non salì ai cieli e si fermò all’apertura, cioè «il peccato si accovaccia all’apertura» (come sopra nella sezione 461). Allora lo spirito superiore, cioè proveniente da Binah, si ritirò dall’albero, cioè dalla Nukva, nel momento in cui le anime volano verso gli esseri umani. Cioè, lo spirito superiore proveniente da Binah si è ritirato dalla Nukva, e in lei è rimasto solo lo spirito di Zeir Anpin, e le anime volano solo dal lato di Zeir Anpin e della sua Nukva. Ed è ciò che è scritto: «Il mio spirito non dimorerà» — da Binah — «nell’uomo per sempre», cioè per dare il mio spirito al mondo nel momento in cui le anime volano da Zeir Anpin e dalla Nukva verso gli esseri umani. E pertanto, poiché Binah non dona anime al mondo, e ora vi sono anime solo da Zeir Anpin, le cui sefirot sono nel segreto delle decine, i giorni degli anni della nostra vita sono solo «שִׁבְעִים שָׁנָה» «settanta anni» (Salmo 90:10), corrispondenti alle sette sefirot inferiori di Zeir Anpin; e se nella forza si arriva a ottant’anni, cioè nella presa delle tre superiori, fino a cento anni, il che è «come una cosa che passa e scompare dal mondo».

Note:

Prima del Diluvio, lo spirito vitale fluiva da Binah attraverso Zeir Anpin nella Nukva, così le persone vivevano centinaia di anni. Quando il loro male si accresce, lo spirito di Binah si ritirò, e le anime provenivano solo da Zeir Anpin. La vita veniva allora misurata in decine: settanta o ottanta anni.

#478
““בְּשַׁגַּם הוּא בָשָׂר” “poiché anche lui è carne” (Genesi 6:3). Il rabbino Elazar disse: “בְּשַׁגַּם” (Beshegam) è Mosè, poiché il suo valore numerico è 345, come “Mosè”. Egli, infatti, risplende sulla luna, e grazie a questo potere gli esseri umani vivono nel mondo per molti giorni. Il significato: la Da’at interiore di Zeir Anpin è chiamata Mosè, ed egli attira la luce di Binah verso la Nukva, le cui sefirot sono nel segreto delle centinaia. E per questo le persone vivevano molti giorni, come spiegato in precedenza.

«E i suoi giorni saranno centoventi anni» (Genesi 6:3) è un accenno a Mosè, che visse centoventi anni, attraverso il quale fu data la Torah. Allora, al momento della Consegna della Torah, egli infuse la vita negli esseri umani da quell’Albero della Vita che scaturisce dall’Eden, rivestito in lui, che è il segreto di Binah. E così fu. E se Israele non avesse peccato, sarebbe sempre stato così, cioè avrebbero ricevuto la vita dall’Albero della Vita e non sarebbero morti. Ed è ciò che si legge: «חָרוּת עַל הַלֻּחֹת» («inciso sulle tavole», Esodo 32:16), a indicare la libertà dall’Angelo della Morte, poiché l’Albero della Vita era stato attirato al di sotto, da cui proviene la vita eterna.

Note:
“Beshegam” allude a Mosè, il Da’at interiore di Zeir Anpin, che attira la luce di Binah verso la Nukva. Al momento della consegna della Torah, questo flusso tornò, e le tavole rappresentavano la “libertà” dall’Angelo della Morte. Se Israele non avesse peccato, avrebbe ricevuto la vita eterna dall’Albero della Vita.

giovedì 17 settembre 2026

Frammenti di luce

 Frammenti di luce: Unire l'Anima Frantumata sul Sentiero dell'Integrità Divina”

All'inizio c'era solo la luce, senza confini, infinita e al di là di ogni forma. Per manifestarsi nel nostro mondo, il Divino creò dei vasi per contenere questa luce. Tuttavia, man mano che i vasi si riempivano, si frantumavano, spargendo scintille di santità in tutta la creazione (Etz Chaim, Arizal). Ognuno di noi è un frammento di quel vaso rotto, che porta con sé un frammento della luce originale. Il nostro viaggio consiste nel raccogliere queste scintille, nel trovare l'unità in mezzo alla frammentazione e nel diventare di nuovo interi.

Questa è la narrazione dell'anima collettiva: la ricerca di un equilibrio tra egoismo e umiltà, di trascendere i confini dell'ego e di abbracciare uno scopo al di là dell'io. Siamo qui non solo per vivere, ma per trasformarci. Attraverso l'esilio e il ritorno, attraverso la delicata tensione tra la rottura e la completezza, ci avviciniamo alla nostra essenza: essere desiderati da Dio e portare la luce divina anche nei luoghi più oscuri.

Nella nostra rottura, diventiamo vasi di luce infinita. Per approfondire questo concetto, consideriamo le frasi “Io sono, ciò che sono”, “Io sono, ciò che sono” e “Io sono, dunque sono”. Queste espressioni riecheggiano il nome divino rivelato a Mosè al roveto ardente: Ehyeh Asher Ehyeh - “Sarò ciò che sarò” (Esodo 3:14). Questa frase ci invita a vedere l'identità non come statica, ma come un processo dinamico e in divenire. Qui l'“Io Sono” non è uno stato fisso, ma un divenire attivo e continuo.

Tuttavia, all'interno di questo viaggio dell'“Io Sono”, emerge l'ego, che ci porta a distorsioni della percezione di sé. Affermazioni come “sono un dio”, “sono grande” o “non sono niente” incarnano ciascuna diversi veli che nascondono la vera natura dell'anima.

·       L'affermazione “Io sono un dio” rappresenta l'estrema arroganza dell'ego, che dimentica la Fonte Divina che sostiene tutta la vita, proprio come la proclamazione del Faraone: “Chi è il Signore perché io obbedisca alla sua voce?”. (Esodo 5:2).

·       L'espressione “Io sono grande” rivela un orgoglio più sottile, in cui l'individuo si attribuisce i doni elargiti dal Creatore, come avvertito: “Potresti dire a te stesso: “La mia potenza e la forza delle mie mani hanno prodotto questa ricchezza per me”” (Deuteronomio 8:17).

·       Il “non sono nulla” incarna un'eccessiva negazione di sé, ignorando la scintilla divina che è in noi e negando il proprio ruolo unico, in contrasto con l'insegnamento secondo cui ogni persona deve dire: “Per me il mondo è stato creato” (Mishnah Sanhedrin 4:5).

Il rimedio a queste distorsioni spirituali risiede nell'umile consapevolezza che “io sono desiderato da Dio”. Questa consapevolezza bilancia l'autostima e l'umiltà, in sintonia con l'insegnamento di portare con sé due foglietti di carta, uno dei quali recita: “Il mondo è stato creato per me” (Sanhedrin 37a), e l'altro: “Io non sono che polvere e cenere” (Genesi 18:27). Riconoscersi come desiderati da Dio ancorerà l'anima alla gratitudine e allo scopo, trascendendo l'arroganza e la disperazione.

Immaginate un vaso delicato - la neshama kelalit, l'anima collettiva di Israele - progettato per contenere la luce divina, con ogni frammento che simboleggia un'anima individuale in unità mistica. Quando l'Ein Sof, la Sorgente Infinita, riversa la luce divina nel vaso, la sua intensa illuminazione provoca la rottura del vaso. Questo processo, noto nel pensiero cabalistico come shevirat ha-kelim (la frantumazione dei vasi), disperde l'essenza divina in tutto il mondo, ogni “frammento” conserva una scintilla unica di santità (Etz Chaim, Arizal). Così, il vaso in frantumi non cessa di esistere; piuttosto, il suo stato frammentato rispecchia il desiderio dell'Ein Sof di manifestarsi anche in un mondo frammentato. Ogni anima, anche se apparentemente distante, porta con sé questa impronta divina e il potenziale di riflettere una luce infinita.

Consideriamo inoltre un vaso da fiori riempito di terra, in cui ogni granello rappresenta un'anima individuale. Quando questo vaso si rompe, riflette la dispersione di Israele in esilio, diffondendo l'essenza divina in tutte le direzioni: est, sud, ovest, nord, su e giù. In esilio, ogni granello di terra diventa un potenziale vaso per una nuova crescita, incarnando lo scopo nascosto di santificare anche gli spazi nascosti attraverso la presenza della luce divina.

La Sukkah, fragile ma avvolgente, rispecchia la dimora temporanea delle nostre vite fisiche e serve a ricordare la protezione di Dio. Il rituale di agitare il lulav e l'etrog in tutte e sei le direzioni durante Sukkot riafferma la presenza divina in ogni dimensione, rispecchiando il processo di raccolta delle scintille disperse nell'unità (Zohar, Emor 103a). Ognuno dei sette giorni di Sukkot riflette un giorno della Creazione, mentre l'ottavo giorno - Shemini Atzeret - trascende il tempo stesso, simboleggiando un legame che va oltre l'esistenza fisica, quando Dio e Israele rimangono soli insieme in pura vicinanza (Talmud, Sukkah 55b).

Questo “ottavo giorno” allude anche alla luce nascosta dell'Or HaGanuz che brilla nell'ottava notte di Chanukah, una luce riservata ai giusti nel Mondo a venire (Zohar Chadash, Bereishit 8b). A Pesach, l'ottavo giorno significa liberazione e un passo verso la libertà interiore. Tutti i casi di “otto” - la circoncisione (Levitico 12:3), Shemini Atzeret, l'ottava notte di Chanukah e l'ottavo giorno di Pesach - significano la trascendenza al di là del finito, indicando l'unità divina alla base di tutta la creazione.

Questi simboli parlano anche del ruolo messianico del Mashiach ben Yosef, la figura giusta che scende in esilio e risorge per raccogliere le scintille disperse, aprendo la strada al Mashiach ben David. Yosef incarna il giusto che porta l'unità attraverso la sofferenza e l'esilio, un processo di rettificazione (tikkun) per preparare il mondo alla redenzione finale (Kol HaTor, capitolo 1).

In ognuno dei nostri viaggi, incarniamo il paradosso di essere allo stesso tempo frammenti e vasi, terra e vaso sparsi. Ogni anima è desiderata da Dio, apprezzata per la luce unica che può riflettere. Nella nostra rottura, non diminuiamo la luce divina; le permettiamo di rifrangersi attraverso ogni fessura, illuminando ogni angolo dell'esistenza. Questa è la nostra missione: raccogliere questi frammenti, portare l'“ottavo giorno” nei nostri cuori e ricordare che ognuno di noi è chiamato a riflettere la luce divina, riscattando le scintille anche nei luoghi nascosti dell'esilio fino a quando tutti saranno riuniti nell'interezza.

In sostanza, il paradosso di essere allo stesso tempo rotti e interi, dispersi ma connessi. Ogni atto di gentilezza, ogni mitzvah, ogni momento di apprendimento della Torah raccoglie un'altra scintilla, avvicinandoci alla riparazione finale del mondo. In questo modo trasformiamo noi stessi e il mondo che ci circonda, diventando vasi viventi per la luce divina. Che questo viaggio per unire le scintille disperse porti ognuno di noi più vicino alla consapevolezza di essere, in effetti, profondamente desiderati da Dio.

([Mitzvoth rilevanti])

 Comandamento negativo: Non considerare altre divinità (Mitzvah negativa n. 1).

·       Keter di Keter: La volontà divina di affermare l'unicità di HaShem come unica fonte di esistenza e di scopo, rifiutando qualsiasi fonte alternativa.

·       Chochmah di Keter: La saggezza nel comprendere che la molteplicità della divinità frattura l'unità essenziale per l'allineamento spirituale e morale con HaShem.

·       Binah di Keter: La comprensione di come il riconoscimento di una singolare essenza divina porti coerenza alle complessità della vita e combatta la frammentazione interna.

·       Chesed di Keter: L'amore insito nell'aderire solo a HaShem, creando un canale puro per la gentilezza divina che fluisce nella nostra vita senza interferenze.

·       Ghevurah di Keter: La disciplina per frenare gli impulsi guidati dall'ego che potrebbero elevare entità personali o esterne a “divinità”, preservando l'integrità spirituale.

·       Tiferet di Keter: La bellezza dell'equilibrio nel riconoscere l'onnipresenza di HaShem, negando al contempo il potere a false divinità o a idoli auto-creati, creando armonia.

·       Netzach di Keter: La resistenza nel sostenere il monoteismo, un pilastro fondamentale dell'identità e della pratica ebraica attraverso le generazioni.

·       Hod di Keter: L'umiltà nel riconoscere i nostri limiti e che solo HaShem possiede il potere ultimo sulla creazione e sul destino.

·       Yesod di Keter: Il fondamento della fede ferma in HaShem, rifiutando tutte le pretese esterne di divinità e allineando lo scopo personale con quello divino.

·       Malchut di Keter: La manifestazione della regalità divina nel mondo attraverso la nostra devozione esclusiva a HaShem, proclamando la Sua sovranità in tutti i regni.

Comandamento negativo: Non creare idoli (Mitzvà negativa n. 2).

·       Keter di Ghevurah: la volontà divina di stabilire dei confini contro le rappresentazioni fisiche della divinità, preservando la trascendenza di HaShem.

·       Chochmah di Ghevurah: la saggezza nel comprendere che l'essenza divina non può essere contenuta o ridotta a nessuna forma finita o idolo.

·       Binah di Ghevurah: la comprensione che la creazione di idoli distorce la concentrazione spirituale, distogliendo l'attenzione dalla natura infinita di HaShem.

·       Chesed di Ghevurah: il confine amorevole che protegge la purezza della fede dirigendo la devozione esclusivamente verso il Dio non fisico e senza confini.

·       Ghevurah di Ghevurah: la severa proibizione di formare idoli, che protegge dalla corruzione spirituale e dall'abbassamento degli ideali divini.

·       Tiferet di Ghevurah: l'armonia raggiunta nel rifiutare gli idoli, in quanto preserva la bellezza del rapporto diretto con HaShem senza intermediari.

·       Netzach di Ghevurah: il comando duraturo di evitare la creazione di idoli attraverso le generazioni, rafforzando i valori immutabili nella visione del mondo ebraico.

·       Hod di Ghevurah: l'umiltà nell'accettare i limiti della creatività umana nel catturare il Divino, sottomettendosi pienamente alla presenza invisibile di HaShem.

·       Yesod di Ghevurah: il fondamento della lealtà verso un Dio informe, costruendo un rapporto basato sulla fede piuttosto che sulla rappresentazione visiva.

·       Malchut di Ghevurah: la manifestazione della regalità di HaShem, non contaminata da idoli fisici, attraverso una vita dedicata a comandi divini immateriali ed etici.

Intelligenza

  Intelligenza Padre mio che sei nei Cieli, nella Tua grande misericordia fammi meritare di dedicarmi alla Tua santa Torah, di giorno e di...