Esperienza sulla Merkavah
L’indescrivibile è ciò che
non può essere afferrato dalla parola, perché la parola è un vaso, e ciò che
cerchi di descrivere è una luce senza vaso. Per questo la lingua si spezza
davanti ad essa: non trova forma, non trova limite, non trova immagine. Tutto
ciò che l’uomo può dire è “assomiglia a…”, come chi vede un riflesso nell’acqua
e tenta di afferrarlo con la mano.
Così è per le visioni dei
profeti. Esse non appartengono al mondo della veglia, dove le cose hanno misura
e confine, ma al mondo in cui la luce si veste di simboli affinché l’anima
possa sostenerla. Come il sogno che parla in immagini distorte, perché il sogno
non abita le stesse leggi della veglia, così la profezia parla in un linguaggio
che non è di questo mondo.
Il sogno ha un suo regno, e
quel regno ha leggi proprie. La profezia ha un regno ancora più alto, e le sue
leggi sono più sottili. Lì la mente non domina, ma ascolta. Lì l’intelletto non
guida, ma si arrende. Perché la visione non scende nella forma se non
attraverso veli, e ogni velo è un simbolo, e ogni simbolo è un ponte tra ciò
che è e ciò che può essere compreso.
Quando la mente razionale
incontra questi simboli, tenta di tradurli nel suo linguaggio, ma non può. La
luce che essi contengono è troppo vasta per essere rinchiusa in un concetto.
Per questo il profeta dice sempre: “era come…”, “somigliava a…”, “appariva
come…”. Non perché non vede, ma perché vede troppo. Non perché non comprende,
ma perché comprende oltre il limite del dire.
Così la profezia si rivela:
non come una forma definita, ma come un’eco del mondo superiore che si lascia
percepire solo attraverso similitudini. E chi ascolta deve sapere che ogni
immagine è un vestito, e che il vestito non è la luce, ma solo il modo in cui
la luce si lascia avvicinare dall’uomo.
Il profeta Ezechiele è il
paradigma di colui che contempla l’invisibile attraverso i veli del visibile.
Nella sua visione della Merkavà, egli non descrive forme, ma somiglianze; non
oggetti, ma riflessi. Perché la luce superiore, quando discende, non può
mostrarsi nuda: si veste di simboli affinché il mondo inferiore non venga
annientato dal suo splendore.
Per questo Ezechiele dice
K’ayin Chashmal — “come l’aspetto del Chashmal”. Non Chashmal, ma come
Chashmal. Perché il Chashmal è una luce che parla e tace, una forza che si
rivela e si ritrae. E l’uomo, quando la percepisce, non può afferrarla se non
attraverso un paragone.
Così anche le Chayot, che
egli chiama D’mut, “immagine”, “somiglianza”. Esse non sono ciò che sembrano,
ma ciò che si lascia percepire. Sono forme che non sono forme, volti che non
sono volti, perché appartengono al mondo in cui la forma è solo un’ombra della
volontà divina.
E quando parla delle loro
gambe come di “bronzo levigato”, egli non intende bronzo, ma la luminosità del
bronzo, la sua purezza, la sua forza. Perché la materia è solo un linguaggio
prestato alla luce, un modo per dire l’indicibile.
Tutto ciò che Ezechiele vide
non era fisico. Non vide con gli occhi, ma con l’anima. La sua mente fu
sollevata oltre i confini del mondo inferiore, e la sua coscienza si immerse
nei mondi
superiori, dove la percezione non passa attraverso i sensi, ma attraverso la
luce stessa.
Questo
è il significato di: «E la mano di יהוה era su di lui».
La
“mano” non è una mano, ma la forza che solleva, che distoglie l’uomo dal mondo materiale e lo introduce nel palazzo della
visione. È la potenza che spezza i legami della coscienza ordinaria e apre la
porta del Heikhal HaRazon, il palazzo della volontà divina.
Le dimensioni superiori non
possono essere percepite nello stato di veglia, perché la veglia è un regno di
limiti. Per accedervi, l’uomo deve lasciare il suo mondo, come chi attraversa
un ponte e non può restare su entrambe le rive. Il sogno e la visione sono
porte: per entrare, bisogna uscire.
Questo movimento dell’anima,
questo distacco dal mondo inferiore, è ciò che gli uomini chiamano trance. Ma
la Torah lo chiama: «La mano di Adonai era su di lui».
Perché non è l’uomo che sale,
ma la luce che lo solleva. Non è l’uomo che vede, ma la visione che si rivela a
lui.
Ezechiele non descrive ciò
che vide: descrive ciò che poté dire di ciò che vide. Perché la luce superiore,
quando entra nel mondo delle parole, può solo essere detta come “somiglianza”,
“immagine”, “aspetto”.
E chi comprende, comprende.
Il mutamento degli stati di
coscienza non appartiene solo ai profeti d’Israele. Da un capo all’altro del
mondo, in ogni epoca, uomini e donne hanno cercato di oltrepassare il velo del
loro stato ordinario per toccare ciò che sta oltre. Eppure, ciò che essi vedono
non è mai lo stesso. Perché la visione non dipende dal luogo in cui si arriva,
ma dal luogo da cui si parte.
Chi entra nella trance da uno
stato oscuro, anche se non ne è consapevole, porta con sé quell’oscurità come
un’ombra che colora tutto ciò che percepisce. La luce superiore, quando
discende su un vaso impuro, si veste dei colori del vaso. E ciò che l’uomo vede
non è la luce, ma la luce riflessa attraverso la sua oscurità.
Ma chi sale da uno stato di
rettitudine, da un cuore purificato, da un’anima che ha affinato i suoi
desideri, allora la luce che percepisce è simile alla sua purezza. Perché la
legge della transizione è questa: si sale solo verso ciò che si è. Dal basso all’alto,
dal piccolo al grande, dal velato al rivelato. Nessuno può fuggire dal proprio
stato; esso lo accompagna come un sigillo.
Per questo ciò che si vede
negli stati superiori non è la realtà superiore stessa. I mondi superiori non
sono fisici, non hanno forma, non hanno colore, non hanno limite. Ciò che
l’uomo percepisce è solo il modo in cui la sua mente traduce quella luce in
immagini comprensibili. Così fecero Ezechiele e i profeti: non descrissero ciò
che è, ma ciò che potevano dire di ciò che è.
Le loro parole sono veli,
parabole, simboli. Non perché la visione fosse confusa, ma perché la luce era
troppo vasta per essere contenuta in un linguaggio umano. Eppure, molti che
sperimentano stati simili non conoscono questa legge. Non sanno che la mente
parla in simboli, che l’inconscio veste la luce con archetipi, che il sogno e
la visione parlano con lingue antiche.
Per questo tanti, provenienti
da culture e tradizioni diverse, descrivono le loro esperienze con il
linguaggio che conoscono: il loro pantheon, i loro spiriti, i loro angeli, i
loro demoni. Non perché quelle forme esistano nei mondi superiori, ma perché la
loro mente le usa come vasi per contenere ciò che non può essere contenuto.
Chi non conosce la natura
della mente confonde il simbolico con il letterale. E così le loro descrizioni
diventano fuorvianti, perché scambiano il vestito per la luce, l’ombra per la
sorgente, il riflesso per il volto.
Il Sod insegna: “La visione è
vera, ma la forma è un’illusione”.
Chi comprende questo,
comprende il segreto dei profeti.
Per poter parlare
dell’indescrivibile, l’uomo deve prima riconoscere i confini del proprio vaso.
La coscienza vigile è come un recipiente stretto: contiene ciò che può
contenere, e ciò che è oltre trabocca e si perde. Per questo il primo passo è
conoscere la natura della mente, i suoi limiti, le sue illusioni, i suoi veli.
Chi non conosce il proprio vaso non può ricevere la luce che lo supera.
La psicologia dell’uomo è un
mondo, e ogni mondo ha le sue leggi. Ma i mondi superiori non seguono le leggi
del mondo inferiore. Là non vi è peso, né forma, né tempo. Là la luce non si
divide, e la percezione non passa attraverso i sensi. Per questo ciò che si
vede in sogno o in visione non può essere interpretato come ciò che si vede
nella veglia. Sono due linguaggi diversi, due alfabeti diversi, due mondi
diversi.
Quando l’uomo sogna o vede,
non deve chiedersi “che cosa ho visto?”, ma “perché la mia anima ha scelto
proprio questa immagine?”. Perché ogni immagine è un messaggero, ogni simbolo è
una lettera, ogni visione è una parola che la dimensione superiore pronuncia
nella lingua della dimensione inferiore. Chi interpreta letteralmente spezza la
parola e perde il messaggio.
La domanda giusta è: “Cosa
dice questo alla mia anima? Quale parte di me sta parlando? Quale parte di me
sta chiedendo di essere corretta?”
Queste riflessioni sono il
lavoro dell’uomo. Esse espandono la coscienza, rivelano lo stato interiore,
mostrano se si cammina nella luce o nell’ombra. E quando l’uomo vede la propria
ombra, può purificarla; quando vede la propria luce, può accrescerla. Così la
coscienza si calibra, come una fiamma che viene raddrizzata affinché bruci
diritta verso l’alto.
Sintonizzarsi con i mondi
superiori non è impossibile. La porta è aperta, ma solo chi si prepara può
attraversarla. La luce risponde alla luce, la santità risponde alla santità.
Chi si sintonizza correttamente, sarà sintonizzato con ciò che cerca. È una legge
semplice, ma profonda come l’abisso.
E per confermare questo
principio, il profeta Elia testimonia nel Tanna D’vei Eliyahu: “Il cielo e la
terra mi siano testimoni: non importa se si è ebrei o gentili, uomini o donne,
schiavi o schiave; tutti, secondo le proprie opere, possono ricevere la Ruach
HaKodesh”.
La Ruach HaKodesh non è un
dono riservato, ma una risposta. È la luce che scende quando il vaso è pronto.
È la voce che parla quando l’uomo ha imparato ad ascoltare. È la visione che si
rivela quando la coscienza si è purificata abbastanza da non confondere il
simbolo con la realtà, il riflesso con la fonte, il sogno con il mondo che lo
genera.
Chi comprende questo,
comprende il segreto dei profeti e il cammino di chi cerca la luce.