sabato 6 giugno 2026

Lettera ב Bet

 Lettera ב Bet

Lo Zohar osserva che la Torah inizia con BET e non con ALEF, perché il mondo non può essere fondato sull’unità nascosta (Alef), ma sulla benedizione (berakhah), che è pluralità ordinata. Il mondo nasce da un atto di espansione: la BET è aperta verso nord, sud ed est, ma chiusa a ovest, per indicare che: il mondo è aperto alla crescita, ma la radice rimane nascosta nel retro, nel punto chiuso della lettera, che rappresenta il Sod, il Mistero Divino.

Lo Zohar dice: “La BET è la porta attraverso cui la benedizione entra nel mondo”. Per questo la Creazione inizia con Bereshit: la BET è il canale attraverso cui la luce dell’Ein Sof si riversa nei mondi.

La BET è anche chiamata Beit HaShefa, la “casa del flusso”, perché contiene e distribuisce la luce. È la prima lettera che accoglie, che fa spazio, che crea un interno.

Per l’Arizal, la BET rappresenta il primo vero kli (vaso) capace di contenere la luce dopo lo Tzimtzum. La sua forma — tre lati chiusi e uno aperto — è la struttura del Partzuf: il lato chiuso superiore è Keter, il lato chiuso inferiore è Yesod, il lato chiuso posteriore è il Sod del Tzimtzum, il lato aperto è Malchut, che riceve e trasmette.

La BET è dunque il primo “spazio abitabile” della luce divina.

Il valore 2 indica la prima differenziazione: luce e vaso, interno ed esterno, rivelazione e occultamento.

Per questo la BET è legata alla Sefirà di Binah, la Madre Superiore (Ima Ila’ah), che “costruisce la casa” (Salmo 127:1). Binah è chiamata Beit Ima, la Casa della Madre, perché da essa si formano i mondi inferiori.

Ogni Partzuf è una “bayit”, una casa che contiene luci. La BET è il modello archetipico di ogni Partzuf.

Il Ramak vede nella BET la prima manifestazione dell’armonia tra le Sefirot. Il numero 2 non è divisione, ma relazione.

La BET è il punto in cui: la bontà (Chesed) incontra la struttura (Ghevurah)

per generare un mondo ordinato.

L’osservazione sulla differenza tra Mikdash (444) e Bayit (412) = 32 (Lev) è perfettamente ramakiana. Il Ramak insegna che: “Il cuore è il santuario interiore dell’uomo”.

La BET diventa Mikdash solo quando è riempita di Lev, cioè di intenzione, amore, purezza.

Per il Ramchal, la BET è la lettera della funzione e dello scopo.

La Creazione non inizia con Alef (unità), ma con BET (dualità), perché: il mondo deve essere il teatro della relazione tra Creatore e creatura; la dualità è necessaria affinché l’uomo possa scegliere, distinguere, comprendere.

La BET è la lettera del libero arbitrio.

Ramchal spiega che tutto il sistema divino si basa su: Beyn uBeyn — distinguere, confrontare, dedurre; Binah — comprendere il bene e il male; Bechira — scegliere il bene.

Per questo la prima richiesta dell’Amidà è Binah: senza la capacità di distinguere, non esiste etica, non esiste crescita, non esiste relazione con Dio.

La BET è: 

Casa (Zohar)

Vaso (Arizal)

Armonia (Ramak)

Scopo (Ramchal)

È la lettera che trasforma il caos in spazio abitabile, la luce in forma, la potenzialità in relazione.

La famiglia è la prima rivelazione della struttura divina.

La Torah scritta inizia con BET, la Torah orale con MEM BAM: di queste cose, cioè delle cose che costruiscono la casa delluomo.

La casa aperta della BET è l’invito all’ospitalità, alla relazione, alla connessione.

Meditazione sulla BET come Casa della Luce

1. Visualizza la ב BET come una casa luminosa, aperta verso di te.

2. Entra nella casa e percepisci la luce che riempie lo spazio.

3. Porta nel cuore l’intenzione: “Trasformo la mia casa in un Mikdash Katan”.

4. Visualizza il numero 32 (לב Lev) che si accende nel centro della BET.

5. Senti Binah che discende: la capacità di distinguere, comprendere, scegliere.

venerdì 5 giugno 2026

La Lettera א Alef

 La Lettera א Alef

La Alef è silenziosa, e proprio per questo lo Zohar la chiama “il soffio che non si ode”, il Respiro dell’Infinito (Hevel de‑Alma). Non è una lettera che “suona”: è una lettera che fa essere.

Lo Zohar insegna che:

  • Laי  Yod superiore è la scintilla nascosta dell’Infinito (nekudah ila’ah)
  • la  יYod inferiore è la scintilla che si rivela nel mondo
  • la ו Vav inclinata è il canale che unisce Alto e Basso, Cielo e Terra, Luce e Vaso.

La Alef è quindi l’atto stesso della creazione, il punto in cui l’Infinito si piega verso il finito senza cessare di essere infinito.

Per questo lo Zohar dice che la Alef è “rosh le‑kol ha‑otiot”, la radice di tutte le lettere: non è solo la prima, è la madre del linguaggio, il luogo dove la Luce prende forma.

Per l’Arizal, la Alef non è solo simbolo: è architettura cosmica.

Le due Yod

  • La Yod superiore rappresenta Abba (Chokhmah), la sapienza nascosta.
  • La Yod inferiore rappresenta Ima (Binah), la comprensione che si espande.

La Vav è Ze‘ir Anpin, il canale delle sei Sefirot emotive (Chesed–Yesod).

La Alef è quindi il mistero dell’unione tra Abba e Ima, che genera il flusso vitale verso Ze‘ir Anpin e da lì verso la Shekhinah.

Per questo il valore 26 della Alef è identico a יהוה Yod Hei Vav hei: la Alef è la forma grafica del Nome Divino stesso.

L’Arizal insegna che la Alef è anche il simbolo del Tzimtzum:

  • la Yod superiore è la Luce prima della contrazione
  • la Vav è la linea (kav) che entra nel vuoto
  • la Yod inferiore è la prima scintilla di creazione nel mondo ristretto

La Alef è quindi il ponte tra l’Infinito e il mondo creato.

Per il Ramak, la Alef è la sintesi dell’armonia divina.

Le due Yod rappresentano:

  • Chesed (la mano destra)
  • Ghevurah (la mano sinistra)

La Vav centrale è Tiferet, la bellezza che unisce e armonizza.

La Alef è quindi la struttura dell’uomo spirituale, l’immagine divina dentro l’essere umano.

Per questo ADAM inizia con Alef: l’uomo è chiamato a diventare Aluf, maestro, cioè colui che unifica le forze opposte dentro di sé.

Il Ramchal vede la Alef come il progetto divino.

La Alef è:

  • l’unità dello scopo
  • la radice dell’ordine
  • il principio della Provvidenza

Per il Ramchal, la Alef rappresenta il fatto che tutto ciò che esiste tende verso l’Uno. La molteplicità del mondo non è caos: è un percorso che ritorna all’unità.

La Alef è anche il simbolo della responsabilità umana: ADAM inizia con Alef perché l’uomo è chiamato a riconoscere l’Uno in ogni cosa e a riportare il mondo alla sua radice.

“La Alef (uno), cresce e diventa Elef (mille), semplicemente cambiando una vocale”.

Secondo la Kabbalah:

  • Alef = 1 linizio
  • Elef = 1000 la pienezza
  • Aluf = maestro colui che ha unificato le sue forze interiori

Lo Zohar dice: “Chi conosce la Alef conosce tutto”.

L’Arizal aggiunge: “Chi corregge la Alef dentro di sé corregge il mondo”,

Il Ramak insegna: “La Alef è l’armonia delle qualità dell’anima”.

Il Ramchal conclude: “La Alef è il primo passo del cammino, ma anche il suo compimento”.

Il Midrash è perfettamente coerente con la Kabbalah:

  • Lo Zohar dice che la Torah è “pane dell’anima”.
  • L’Arizal dice che ogni lettera è una scintilla di luce.
  • Il Ramak dice che ogni mitzvah è un mattone del palazzo dell’anima.
  • Il Ramchal dice che la crescita è graduale, ordinata, inevitabile.

La risposta è una sola:

Si diventa Aluf iniziando dalla Alef. Si diventa mille iniziando da uno. Si diventa luce iniziando da una scintilla.

Meditazione sulla Alef:

1. Visualizza la Yod superiore come luce che scende.

2. Visualizza la Yod inferiore come luce che sale.

3. Visualizza la Vav come canale che unisce le due luci.

4. Senti il respiro diventare silenzioso, come la Alef.

5. Percepisci l’unità tra Alto e Basso dentro di te.

Questa meditazione è chiamata Yichud Alef, l’unificazione dell’Uno.

giovedì 4 giugno 2026

Construire I Mondi di Luce

 Construire I Mondi di Luce

Di Binyomin Adilman

[basato sul Kedushat Levi, Noam Elimelech e Tiferet Shlomo]

"Fatevi un'arca [in ebraico, "teva"] di legno di gofer, dividetela in scomparti e spalmatela di pece dentro e fuori. Così la costruirai. L'arca sarà lunga 300 cubiti, larga 50 cubiti e alta 30 cubiti. Fate un lucernario per l'arca; la parte superiore dell'arca sarà larga un cubito (con i lati inclinati verso il basso). Collocare l'apertura dell'arca sul fianco. Fate tre piani nell'arca" (Genesi 6:14-16).

La parola ebraica "teva" non significa solo "arca" ma anche "parola". Rabbi Levi Yitzchok di Berditchev (nel suo libro Kedushat Levi) ha trovato una lezione di corretto linguaggio nascosta nelle misure dell'Arca.

Bisogna soppesare attentamente le proprie parole prima di parlare. Quando si costruisce un'"arca" (in ebraico "teva", cioè "parola"), bisogna misurarne l'altezza. L'altezza indica la considerazione della grandezza e dell'altezza del Creatore.

La larghezza indica l'area tra due lati opposti. Sono i due aspetti opposti ma complementari del servizio divino, dell'amore e della soggezione a Dio. Questo è anche il risultato della considerazione della grandezza e dell'altezza del Creatore.

La lunghezza è la dotazione divina di beni che arriva nel mondo come risultato di un discorso attentamente custodito e misurato, dedicato al servizio di Dio. Bisogna dare la massima priorità alla preghiera, al servizio del cuore...

Il Midrash offre diverse definizioni della parola "tzohar". Comunemente viene tradotta come lucernario o finestra, ma Rashi ci dice che, poiché durante i quaranta giorni e le notti di pioggia sarebbero stati nell'oscurità di una fitta coltre di nubi, Noè ricevette l'ordine di mettere sull'arca un gioiello scintillante per illuminare il cammino. Rabb Elimelech di Lizhensk (nel suo libro Noam Elimelech) dice che questo ci insegna che ogni parola pronunciata dovrebbe portare una grande luce nel mondo, dissipando le tenebre dell'esilio.

Rabbi Shlomo di Radomsk (in Tiferet Shlomo) dice: "... poni l'apertura dell'arca sul suo fianco..." si riferisce all'apertura del portale della dotazione e della generosità divina nel mondo fisico. Questa apertura sarà "sul fianco". Non è intenzione di Dio che una persona si concentri in primo luogo sui suoi bisogni e desideri materiali, ma piuttosto che questi siano in secondo piano o secondari.

Perciò, dice il Tiferet Shlomo, si deve impregnare ogni parola (in ebraico, "teva") delle proprie preghiere con piena intenzione e concentrazione. In altre parole, bisogna dare la massima priorità alla preghiera, al servizio del cuore. Allora i bisogni materiali arriveranno automaticamente, come se venissero da un lato, e il mondo sarà pieno di bontà divina.

(Pubblicato per la prima volta in B'Ohel Hatzadikim, Noach 5762)

mercoledì 3 giugno 2026

Anima, Spazio, Tempo

 Anima, Spazio, Tempo

Il Sefer Yetzirah, il Libro della Formazione, insegna che l’universo non è composto soltanto da tempo e spazio. Esiste anche un’anima cosmica, una dimensione interiore che permea tutto ciò che esiste. Ciò che si trova nell’anima dell’universo si manifesta in qualche luogo del suo spazio, e ciò che si trova nello spazio si dispiega nel tempo.

Nell’anima dell’universo risiede una coscienza primordiale, radice di ogni coscienza. Nello spazio esiste la Terra d’Israele, punto da cui tutto lo spazio riceve nutrimento. Nel tempo esiste Rosh Hashanah, il giorno da cui tutto il tempo si rinnova.

Rosh Hashanah non è solo l’inizio dell’anno, ma la “testa” del tempo: un momento in cui una nuova coscienza entra nel mondo. Come la testa governa il corpo, così ciò che accadrà durante l’anno viene concepito in questi due giorni.

Il Matok MiDvash collega sempre il testo alle sue radici profonde:

  • “Nell’universo c’è un’anima”: lo Zohar chiama questa anima Nishmata de‑Alma, la “vita del mondo”, che è la Shekhinah che avvolge e sostiene ogni cosa.
  • “Ciò che è nell’anima si trova nello spazio”: il Midrash insegna che ogni realtà spirituale ha un luogo fisico che la esprime. Così la Terra d’Israele è chiamata “la terra che dà vita ai mondi”.
  • “Ciò che è nello spazio si trova nel tempo”: il Sefer Yetzirah afferma che tempo, spazio e anima sono tre corde intrecciate, e che ogni luogo ha un suo tempo e ogni tempo un suo luogo.
  • Rosh Hashanah come “testa”: lo Zohar (III, 231a) dice che in questi due giorni “si apre il cervello del mondo”, e da esso fluiscono decreti, benedizioni e rinnovamenti.
  • Terra d’Israele Eretz (ארץ) ha la stessa radice di Ratzon (רצון), “volontà”: è il luogo dove la volontà divina si manifesta più chiaramente.
  • Rosh Hashanah ראש השנה: “testa dell’anno”. Rosh indica non solo inizio, ma centro di comando, come nel corpo umano.
  • Tempo, spazio, anima nel Sefer Yetzirah sono chiamati Olam (mondo), Shanah (anno), Nefesh (anima): tre dimensioni che si riflettono l’una nell’altra.

L’universo non è un meccanismo, ma un essere vivente. Ha un’anima, e quell’anima respira attraverso tre porte:

  • lo spazio, che è il corpo del mondo;
  • il tempo, che è il suo ritmo;
  • la coscienza, che è la sua luce.

La Terra d’Israele è il cuore dello spazio: da lì scorre la vitalità che raggiunge ogni luogo. Rosh Hashanah è il cuore del tempo: da lì scorre la vitalità che raggiunge ogni giorno dell’anno.

Quando arriva Rosh Hashanah, non si apre solo un nuovo calendario: si apre un nuovo canale di coscienza. Una luce che non era mai stata nel mondo entra per la prima volta, e da essa si formano i pensieri, le decisioni, gli incontri, le prove e le gioie dell’anno che verrà.

Come la testa contiene l’immagine di tutto il corpo, così questi due giorni contengono l’immagine di tutto l’anno. Chi si apre in quei giorni, chi ascolta la voce sottile dell’anima dell’universo, riceve una nuova forma di vita, una nuova direzione, un nuovo respiro.

martedì 2 giugno 2026

Voce interna

 Voce interna

Vieni e vedi. C’è un mondo esterno e c’è un mondo interiore. Il mondo esterno è come un vestito che avvolge, il mondo interiore è come il respiro che lo anima. Profondo quando vi penetri, alto quando lo raggiungi, esso respira sempre, perché ogni cosa che vive ha un soffio che la sostiene.

Il mondo esterno è fatto di cose. E le cose sono come vasi che attendono la voce. Respirare dentro le cose sono parole, perché la parola è il ponte tra ciò che appare e ciò che è nascosto.

Le parole sono l’esterno. Dentro le parole sono storie, e le storie sono come fiumi che scorrono da un luogo segreto verso il cuore dell’uomo.

La storia è l’esterno. Dentro la storia c’è un pensiero, e quel pensiero è come una scintilla che vuole tornare alla sua radice.

I pensieri sono l’esterno. Dentro i pensieri c’è una grande luce, una luce che non si vede con gli occhi ma che illumina l’anima.

All’origine di ogni luce c’è l’Inizio che non si può conoscere, il Pensiero dei Pensieri, il Silenzio che precede ogni parola, la Radice che non ha radice.

L’esterno lo possiamo toccare e conoscere. L’interno — dobbiamo aspettare e stare fermi, perché ci parli. E quando l’interno parla, non lo fa con voce, ma con presenza.

Così fu al Sinai: non fu il suono che parlò, ma il Silenzio che si fece ascoltare. E ogni volta che impariamo la Torah con tutto il cuore e l’anima, quel Silenzio ritorna, e la voce interiore si risveglia.

Il testo segue esattamente la logica dello Zohar:

1. Esterno Interno (Olam Sefirot Luce)

  • Cose livello di Assiyah, il mondo dell’azione.
  • Parole livello di Yetzirah, il mondo della formazione.
  • Storie livello di Beriyah, il mondo del pensiero e degli angeli.
  • Pensieri livello di Atzilut, il mondo della luce divina.
  • Luce originaria Ein Sof, la radice che non si può conoscere.

È una scala perfetta dei mondi secondo la Kabbalah.

Lo Zohar dice che la vera rivelazione non è nel rumore, ma nel “qol demama daqqa”, la voce sottile e silenziosa. È la voce di Binah, la Madre Superiore, che parla solo a chi sa fermarsi.

Il Sinai non è un evento passato: è il modello di ogni rivelazione interiore.

  • L’esterno: il monte, il fuoco, il suono.
  • L’interno: la voce che non si può udire con le orecchie.

Lo Zohar dice che la Torah si riceve solo quando il cuore è fermo e l’anima è aperta.

Tre passi secondo lo Zohar:

1. Discendere negli strati

Ripeti mentalmente:

  • “Cose” senti il corpo.
  • “Parole” senti il respiro.
  • “Storie” senti il cuore.
  • “Pensieri” senti la mente.
  • “Luce” senti ciò che precede la mente.

2. Fermarsi nel silenzio

Come al Sinai: non cercare di capire, non cercare di vedere. Stai fermo finché l’interno non si muove da sé.

3. Ricevere la Torah interiore

Quando arriva un pensiero limpido, una intuizione, una chiarezza: quella è la tua “piccola rivelazione”.

lunedì 1 giugno 2026

Non esiste altro mondo fuorché il mondo spirituale

 Non esiste altro mondo fuorché il mondo spirituale

«Non esiste altro mondo fuorché il mondo spirituale. Quello che noi chiamiamo mondo sensibile è il Male nel mondo spirituale» (FRANZ KAFKA).  

Quando Mosè, il grande iniziato ebreo, scese dal monte Sinai con le sue enigmatiche tavole, forse esitò nel mostrarle al suo popolo. Da una parte v’era il sospetto che esso potesse fraintenderle; dall’altra egli era consapevole del fatto che senza un’ulteriore spiegazione era pressoché impossibile decidere a cosa alludessero con quei precetti apparentemente così chiari e – in tutti i sensi – lapidari. Dunque, l’insegnamento segreto di Mosè, di colui che aveva conosciuto l’Egitto da padrone ed ora Israele da profeta e fondatore, fu trasmesso da lui ai settanta anziani ebrei affinché essi lo tramandassero di generazione in generazione.

Qabbalah (è questa la traslitterazione più corretta dall’ebraico) significa semplicemente “tradizione”, ma si presume la tradizione per antonomasia, la tradizione di vera conoscenza che, per via orale, è giunta fino agli ebrei contemporanei. Tutti sanno che le tradizioni, per quanto protette da vari e a volte ingegnosi riti, inesorabilmente cambiano. O, peggio, si deteriorano, fino a tradire il messaggio originario. Ora, è sempre arduo investigare le volontà altrui, specialmente se tali volontà si ritengono occulte o comunque destinate a pochi. Il paradosso di ogni disciplina esoterica si rivela in modo lampante nello studio della Kabbalah: più ci si concentra sulla lingua ebraica e sui suoi fonemi misteriosi, più il legame che esiste tra parola e parola, tra versetto e versetto, tra maestro e discepolo appare come un enigma irrisolto. Io non conosco la lingua ebraica, la lingua parlata – si favoleggia – dagli stessi angeli per la sua bellezza e per la sua capacità di evocare lo spirito; eppure, i pochi suoni che ho avuto la ventura di ascoltare mi richiamavano verità perdute, sepolte sotto la polvere del tempo. Insomma, Mosè avrebbe tenuto per sé e per pochi adepti le verità, o meglio le nozioni più importanti attraverso le quali interpretare il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia, la Torah, il sapere essoterico), che anche i cristiani sono costretti a rileggere non senza un brivido metafisico.

Molte infedeltà riguardano le traduzioni (come nel caso della celebre costola di Adamo, nel testo ebraico in realtà il cuore, o dell’altrettanto celebre mela del Genesi, mai nominata nell’originale, anche perché è più probabile che l’albero intoccabile fosse un fico), ma più numerose sono quelle che ci narrano del tentativo di scoprire il vero significato del mondo attraverso il linguaggio, quello stesso linguaggio con cui Adamo conosce le cose e gli esseri attorno a lui nominandoli per la prima volta. Il linguaggio ha un valore sacro che noi moderni abbiamo quasi del tutto perduto in quanto, invece di considerare la parola come evocativa, la consideriamo mero strumento dei nostri desideri o, peggio, della nostra brama di potere.

Gershom G. Scholem ha ipotizzato che la Kabbalah sia nata nella Francia meridionale, nell’età in cui i Catari diffondevano il loro credo. Dunque, per lui si sarebbe verificata una sorta di osmosi tra le due dottrine, che non a caso si propongono essenzialmente come interpretazioni della Bibbia. Con la Kabbalah nasce una nuova bibbia, sebbene essa non confuti quella originaria (ma qual è poi il Libro Sacro Originario?): i cabalisti affermano che esistono cioè due possibili letture, una destinata al popolo ed una destinata agli iniziati. A dire il vero, se dovessimo esaminare la storia delle interpretazioni cabalistiche da Isacco il Cieco in poi, dovremmo ammettere che, più che proporre nuove interpretazioni, essi cercano tutti i possibili nomi di Dio, degli angeli e dei dèmoni che paiono nascosti nel testo, nomi che consentono di dominare il mondo e l’uomo.

La Kabbalah è un’interrogazione continua. Si pensi che il valore numerico della parola uomo, in ebraico, è lo stesso della parola domanda, come a sottolineare che l’essenza della nostra condizione risiede nel chiedere, nel pregare, nel provocare persino.

Ora, il cabalista può creare o distruggere un mondo, può creare o distruggere un golem. Può dar vita a una zolla di terra o staccarla dal suo contesto, renderla cioè in-significante, tramite il potere della parola, del flatus vocis, del Verbo che acquista senso solo se qualcuno glielo dà. Abulafia sosteneva che esistono tre vie per lelevazione spirituale: la via ascetica (negativa), la via filosofica (di poco migliore) e la via cabalistica, la quale si serviva della scienza della combinazione delle lettere (chokhmat ha-tseruf ); lo Zōhar, l’opera più importante della mistica ebraica e testo canonico della Kabbalah, ci fa sapere che Adamo, prima di assaggiare il frutto che lo perderà, aveva tracciato sul volto le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: in seguito il loro ordine, sconvolto, sconvolgerà a sua volta il suo essere morale. Come gli gnostici e lo stesso Kierkegaard, i cabalisti credono in un Dio straniero, di fatto inaccessibile alla mente umana, una sorta di Infinito (Ēn-Sōf ) che non si lascia nominare né afferrare dalle filosofie razionalistiche dellOccidente: si rappresenta lAltissimo, che ama le perifrasi, con le quattro lettere IHWE, di cui solo gli iniziati sanno lesatta pronuncia. Se e quando lInfinito si degna di apparire ai mortali, esso diventa Shěkīnāh, laspetto femminile di Dio che crea il mondo e si lascia vedere dagli uomini solo prima di morire. LInfinito si dispiega attraverso i primi dieci numeri, le dieci emanazioni o intelligenze pure, le Sefirot, non molto diverse dalle Idee di Platone, che danno un senso alla dialettica tra essere e non-essere. 

Le Sefirot sono le sfere o attributi divini di cui parla la Kabbalah, che possono essere considerate simboli esoterici a pieno titolo, in quanto esse non solo rappresentano il mondo, ma lo ricreano di continuo attraverso nuove e a volte inaspettate relazioni. Dico esoterici perché coloro che ne conoscono o almeno ne intuiscono la vera essenza se ne servono – se così si può dire – ai fini di accorciare, senza ridurlo, il proprio cammino verso la verità. Come scrisse Rudolf Steiner, filosofo iniziato a più di un mistero, «la scienza occulta non impone a nessuno una verità, non proclama nessun dogma; indica una via. Chiunque – forse però soltanto dopo molte incarnazioni – potrebbe trovare questa via da solo, ma ciò che si acquista con la disciplina occulta abbrevia il cammino.»  Non a caso quella ebraica è una delle lingue più belle ed evocative che si abbia la fortuna di ascoltare: gli angeli stessi l’hanno adottata. I dieci simboli sefirotici sono: 

1)  KETER, Corona Eccelsa

2) CHOKHMAH, Sapienza

3) BINAH, Intelligenza

4) CHESED, Amore

5) DÎN, Giustizia (Giudizio severo)

6) RACHAMÎM, Pietà

7) NEZACH, Eternità

8) HOD, Maestà

9) YESÔD, Fondamento

10) MALKÛTH, Regno.

Nel simbolo dell’albero l’En-Sof rappresenta la linfa vitale e le radici, mentre le Sefirôt i rami. Ma l’uomo stesso diviene, anzi è un simbolo, per cui l’albero sefirotico si trasforma apparendo come testa, braccia, sesso e piedi dell’Adamo celeste, modello dell’Adamo terrestre. La stessa preghiera, per i cabalisti, assume un’importanza che va al di là della supplica o dell’inno: essa cioè diviene un tentativo di provocare le dieci Intelligenze che stanno a metà strada tra l’uomo e Dio. Mediante il nome del Creatore, la preghiera modifica positivamente l’ordine del mondo in quanto restaura l’assetto cosmico primigenio, la tradizione che si è spesso tentati di non seguire, per spirito di rivalsa, di rivolta o, peggio, per intenzioni malvagie. I simboli più importanti della Kabbalah sono dunque quelli che hanno a che fare con le Sefirot: il poeta catalano Juan Eduardo Cirlot ha messo in luce il tentativo di identificare tali simboli del potere divino con le divinità mitologiche, ma io penso che essi valgano di per sé, quali ipostasi che acquistano significato solo quando vengono “messe alla prova” dai desideri e dai peccati dell’uomo. Il simbolismo della Kabbalah è complesso e quasi impenetrabile, anche e soprattutto per chi conosce l’ebraico, in quanto il suo linguaggio è al tempo stesso tanto palese da apparire invisibile e tanto oscuro da svanire. E

cco perché alcuni esimi studiosi e filosofi del Rinascimento, come Pico della Mirandola, credevano di riconoscere nel sistema cabalistico la sintesi migliore del simbolismo comune a tutte le grandi religioni, un simbolismo che consentiva di interpretare simbolicamente il Numero di Pitagora non meno delle Sefirot. La Kabbalah, pertanto, è una teologia simbolica in cui non solo le lettere e i nomi sono simboli delle cose, ma anche le cose rappresentano emblematicamente le idee divine.

Éliphas Lévi, un cabalista dell’Ottocento, considerava la Kabbalah una specie di algebra della fede, e nella sua visionaria erudizione fuse i suoi simboli con quelli della magia, fino a credere che si potesse creare una sintesi universale: solo grazie alla Kabbalah tutto avrebbe una spiegazione ed ogni antitesi può essere superata e conciliata. È una dottrina che vivifica e feconda tutte le altre; non distrugge nulla, anzi offre una ragion d’essere a tutto ciò che è. In questo senso secondo Lévi la vita e la morte, l’anima e il corpo ritornano a una condizione loro propria, a patto che ci accetti la verità fondamentale secondo la quale tutto muore perché tutto vive: se fosse possibile eternare una forma si fermerebbe il divenire e saremmo di fronte all’unica vera morte. Questo, dunque, è il compito della Qabbalah: restaurare la tradizione di verità che considera il movimento un’emanazione della divinità stessa.

«L’anima senza corpo sarebbe dappertutto, ma in misura talmente ridotta che non potrebbe agire da nessuna parte; sarebbe perduta nell’infinito e assorbita e come annientata in Dio. Pensate ad una goccia d’acqua dolce racchiusa in una sfera e gettata in mare; finché la sfera non si rompe, la goccia d’acqua rimarrà della sua vera natura, ma se si rompe provate a cercare la goccia d’acqua in mare.» 

Un esempio di come le Safirot possano essere ancora vitali come simboli ci viene dal romanzo Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. I tre protagonisti, redattori editoriali della Garamond, finanziata da un istituto di psicologia, sono alla ricerca di quel cammino abbreviato di cui parlava Steiner: sia Jacopo Belbo, “spettatore intelligente” e pessimista dal sarcasmo melanconico, sia Casaubon, il narratore che si laurea in filosofia benché sia definito “barbaro” dai compagni per la sua incredulità, sia Diotallevi, devoto lui sì alla Kabbalah, ma sostanzialmente ateo, di un’indulgenza intellettuale che può apparire persino offensiva, tutti e tre i protagonisti sono coinvolti in una ricerca cabalistica incentrata sulle dieci Sefirot, le quali si manifestano nei modi e nei tempi più diversi e sorprendenti, quasi che le fantasie degli gnostici del II secolo dopo Cristo o la storia dei Templari, quella dei Rosacroce o quella di qualsiasi gruppo esoterico abbia operato sulla terra, non fossero altro che diverse epifanie delle Idee divine.

Il sincretismo è tipico dei cabalisti e in genere degli iniziati, ma Eco non fa che metterlo in ridicolo, così come la pretesa d’interpretare ogni simbolo come fosse un’illuminazione in miniatura. «Il problema – dice a un certo punto Casaubon – non è trovare relazioni occulte fra Debussy e i Templari. Lo fanno tutti. Il problema è trovare relazioni occulte, per esempio, tra la Kabbalah e le candele dell’automobile.» Sempre per una sorta di sfida intellettuale e ironica, Belbo farà corrispondere infatti alle dieci Sefirot le dieci articolazioni dell’automobile che compongono l’albero-motore (l’Amore, ad esempio, sarà la frizione e la Giustizia diventerà il cambio…).

Gershom Scholem, il fine storico, traduttore e interprete della Qabbalah, avrebbe sorriso sia del tentativo romantico di eternare i simboli cabalistici rendendoli archetipi senza tempo, sia del tentativo di Eco di criticarli in modo razionalistico: soltanto coloro che si avvicineranno alla mistica ebraica con l’atteggiamento consapevole di non svelare il mistero del Verbo potranno forse penetrare, quasi senza accorgersene, nel tempio della Verità. Forse.

domenica 31 maggio 2026

Il Cervello Umano

 Il Cervello Umano

I due emisferi cerebrali dell’essere umano non solo soltanto due parti di un medesimo organo, ma le sedi di due ben distinti modi di pensare, capaci di interpretare la realtà secondo modelli quasi opposti. Tale fatto, scoperto dalla neurologia soltanto qualche decina di anni fa’, era ben noto ai Saggi dello Zohar e degli altri testi di mistica ebraica. Non a caso essi chiamano il cervello col nome "mochin", lett. "i cervelli", quindi più di uno.

Nella terminologia della Kabbalà. si tratta di Chokhmà (Sapienza) e Binà (Intelligenza). La prima ha sede nell’emisfero destro, ed è la capacità di concepire idee complesse ed elevate, racchiuse in un singolo lampo di genio, in un piccolo punto di intuizione. Si tratta di una facoltà al di sopra della logica, una facoltà per la quale il simbolo, il mito, il paradosso, l’enigma, il lato artistico e romantico di una data situazione, sono pane quotidiano.

La seconda facoltà, Binà, risiede a sinistra, e costituisce la capacità di afferrare il lampo di Chokhmà (che altrimenti lascerebbe rapidamente la consapevolezza) e di dargli forma e concretezza, spiegandolo ed analizzandolo secondo concetti logici. Grazie a Binà, le rivelazioni di Chokhmà vengono assimilate dall’intelletto, trasmesse e comunicate, trasformate in progetti pratici e concreti. Binà è raziocinio, linguaggio, rigorosità e senso pratico. Per quanto il Creatore ci abbia fatto in modo tale da poter usarle entrambe, ogni essere umano è più incline ad utilizzare una o l’altra delle due facoltà descritte. Inoltre, l’intera società moderna occidentale ha una spiccata preferenza per le funzioni tipiche dell’emisfero sinistro.

La stessa Torà possiede una struttura duplice, simile a quella descritta prima. Ed è questo uno dei motivi per cui viene data su due tavolette, una a destra e l’altra a sinistra. Nel campo della Torà le due funzioni precedenti operano come segue. Chi possiede più Binà è attratto soprattutto dalla parte rivelata della Torà, il niglè, gli insegnamenti dell’Halakhà, le discussioni della Ghemarà, le riflessioni sulla filosofia ebraica. Viceversa, chi è incline più verso Chokhmà si rivolge in particolare alle haggadot e ai midrashim, agli insegnamenti misteriosi della Cabalà. (nistar), a volte così apparentemente contraddittori, alle vette superne del Chasidut. "Torat Ha-Shem temimà", dice il Salmo, "meshivat nafesh". "La Torà di Ha-Shem è completa, fa rivivere l’anima". Spiegano i Maestri del Chasidut che soltanto quanto la Torà è completa di entrambi gli aspetti citati è in grado di "far ritornare l’anima", di farci rivivere, di farci fare una teshuvà completa.

Abbiamo così parlato dei due cervelli noti nel corpo fisico come "emisfero destro ed emisfero sinistro", e della necessità di sviluppare ed utilizzare entrambe le funzioni che vi hanno sede. Si tratta però di un compito alquanto difficile, per effettuare il quale è indispensabile l’opera riconciliatrice di un terzo "cervello", posto a metà strada tra i due. La consapevolezza che vi risiede ha il compito di mostrare come i loro due modi di percepire il mondo non siano affatto contradditori e mutuamente esclusivi, ma complementari e reciprocamente necessari. La scienza non è ancora in grado di identificare un organo fisico, posto nella parte mediana del cervello, in grado di svolgere un ruolo del genere.

La Kabbalà. invece già da lungo tempo ci parla di un terzo cervello, chiamato Da’at, o Conoscenza unificante. Si tratta della sede di un’intensa attività spirituale, che rimane però misteriosa ed elusiva se espressa nei termini della consapevolezza quotidiana. È la percezione del sottile legame che unifica le varie situazioni ed eventi della vita, è la capacità di sentirsi un tutt’uno con quanto capiamo e conosciamo con la mente. A livello psicologico, Da’at è quella potenza dell’anima grazie alla quale è possibile unificare pensiero ed emozione, cuore e cervello.

Tra tutte le facoltà dell’intelletto, Da’at è quella che ha subito la menomazione più grave come risultato del peccato di Adam, dell’essersi cibato dell’albero della conoscenza (etz ha-da’at), un "peccato" che ripetiamo ogni qualvolta preferiamo l’intelligenza umana e naturale alla sapienza della Torà, che è chiamata etz ha-chaim, l’Albero della Vita. Un atteggiamento particolarmente utile per riportare Da’at alla sua integrità primaria è quello di dare la massima priorità al Shalom Bait, all’armonia famigliare, cioè al portare un maggior senso di unione tra marito e moglie, in tutti i campi e in tutti i momenti possibili. Ecco il senso del versetto;

 "ve-Adam yad’a et Chava ishto",

"e Adamo conobbe Eva sua moglie"

intepretato dal Chasidut come il momento in cui Adamo fece teshuvà dal peccato dell’albero. A livello di società e di storia, la rettificazione finale di Da’at verrà operata dal Mashiach, come dice il versetto:

"va-imale ha-aretz de’a et Ha-Shem",

"e la terra si riempirà

della conoscenza di Dio"

Lettera ב Bet

  Lettera  ב Bet Lo Zohar osserva che la Torah inizia con BET e non con ALEF, perché il mondo non può essere fondato sull’unità nascosta...