La Bellezza secondo la Kabbalah
La bellezza non è
un attributo sensibile, ma un raggio proveniente da Tiferet, la Sefirah che
armonizza le forze di Chesed e Ghevurah. Nello Zohar si afferma che «la
bellezza è la sintesi luminosa dei volti del Re» (Zohar I, 11b), indicando che
ciò che percepiamo come bello è in realtà un riflesso dell’ordine superiore che
unifica misericordia e rigore.
Per questo la
bellezza non può essere posseduta: essa non appartiene al dominio della
materia, ma alla emanazione. È un flusso, non un oggetto; un shefa, non una
forma. Quando l’essere umano tenta di afferrarla, essa si ritrae, poiché la sua
natura è di rimanere libera, come la luce che non può essere compressa.
Secondo la
tradizione lurianica, ogni forma di bellezza è abitata da nitzotzot, scintille
provenienti dal mondo di Tohu, cadute durante la frantumazione dei vasi
(Shevirat ha-Kelim). Queste scintille sono portatrici di una luce che non
appartiene all’individuo, ma al mondo superiore.
Quando un essere
umano contempla la bellezza con purezza, egli permette a queste scintille di
elevarsi verso la loro radice. Ma quando tenta di possederla, di
appropriarsene, di trasformarla in un oggetto del proprio desiderio, le
scintille si ritirano. Luria insegna che «la luce non dimora dove non vi è
spazio per la sua libertà» (Etz Chayim, Sha’ar HaNekudim).
Così, chi si
avvicina alla bellezza senza il giusto timore e la giusta umiltà può scacciare
le entità celesti che la abitano. Rimane il corpo, ma la sua anima luminosa si
ritira.
Ogni essere bello
è, secondo Cordovero, una levush, una veste, attraverso cui si manifesta un
Partzuf superiore. La bellezza fisica è solo il livello più esterno del
Partzuf; ciò che la rende viva è la presenza del suo interno, la pnimiut.
Quando l’uomo tenta
di possedere la bellezza, egli non fa che stringere la veste, perdendo il
Partzuf che la anima. Come insegna il Pardes Rimonim, «chi afferra la veste e
non l’essenza, afferra il nulla».
Per questo la
bellezza fugge: non sopporta di essere ridotta a corpo, perché la sua radice è
spirituale.
La bellezza è anche
un segno dei ghilgulim, le reincarnazioni dell’anima. Alcune anime portano con
sé, da vite precedenti, una luminosità particolare, residuo di atti di bontà o
di contemplazione. Questa luce si manifesta come grazia, armonia, splendore.
Quando qualcuno
tenta di possedere quella bellezza, egli interferisce con il percorso
dell’anima che la porta. Può persino deviare il suo cammino, costringendola a
un nuovo ciclo di incarnazioni per recuperare ciò che è stato turbato.
La bellezza,
dunque, non è solo un fenomeno estetico: è un segno karmico, un frammento di un
viaggio più ampio.
Lo Zohar afferma
che «la bellezza è la porta attraverso cui i mondi si guardano» (Zohar II,
94a). Quando contempliamo la bellezza, noi non vediamo un volto o un paesaggio:
vediamo un ponte tra il mondo inferiore e quello superiore.
Per questo la
bellezza ama essere guardata: lo sguardo puro è un atto di unificazione
(yichud). Ma non sopporta di essere toccata: il tatto, quando è mosso dal
desiderio di possesso, interrompe il flusso tra i mondi.
La bellezza è un
luogo di passaggio, non di appropriazione.
La nostra gioia e
la nostra ispirazione dipendono dal modo in cui ci poniamo davanti alla
bellezza. Chi la contempla con rispetto diventa un canale per la luce di
Tiferet; chi la vuole possedere diventa un ostacolo.
Cordovero insegna
che «l’uomo deve imitare le Sefirot» (Tomer Devorah). Davanti alla bellezza,
ciò significa:
• Chesed: offrire
uno sguardo benevolo, non predatorio.
• Ghevurah:
contenere il desiderio di possesso.
• Tiferet:
armonizzare amore e distanza, vicinanza e rispetto.
In questo
equilibrio nasce la vera contemplazione.
Contemplare la
bellezza con purezza è un atto di tikkun, riparazione. Ogni volta che guardiamo
senza possedere, eleviamo una scintilla. Ogni volta che rispettiamo la
distanza, permettiamo alla luce di rimanere.
La vera vita, dice lo
Zohar, è «la vita dello sguardo che vede oltre la forma» (Zohar III, 152a).
Chi impara a
contemplare la bellezza senza desiderio di possesso entra in questa vita: una
vita in cui l’anima si espande, il cuore si purifica e il mondo intero diventa
trasparente alla luce superiore.