sabato 16 maggio 2026

Come L’Infinito Parla All’Uomo

 Come L’Infinito Parla All’Uomo

Monti e valli non sono soltanto forme della terra: sono lettere incise nel corpo del mondo, segni attraverso cui l’Infinito parla all’uomo. Ogni montagna è un’ascesa della coscienza, ogni valle è un ricettacolo della benedizione. Così insegnano i Maestri: “Come in alto, così in basso; come nel mondo, così nell’uomo.”

La valle è il luogo dove scorre l’acqua, e l’acqua è il simbolo del Shefa, l’abbondanza divina che discende dalle Sefirot superiori. Dove c’è acqua, c’è vita; dove c’è vita, c’è bontà; dove c’è bontà, c’è la presenza del Santo, Benedetto Egli sia. Per questo le valli sono fertili: esse rappresentano il cuore che riceve, che accoglie, che nutre.

La montagna invece è l’ascesa dell’intelletto, il desiderio di elevarsi verso la radice della Luce. Ma sulle vette la luce è troppo intensa, e ciò che è troppo intenso non può essere abitato. Là regnano la roccia, il ghiaccio, l’aridità: simboli della Ghevurah, la severità che separa, che distingue, che isola.

Quando l’uomo si sente solo, è perché è salito troppo in alto con il suo intelletto, come Mosè che rimase tra le nubi mentre il popolo attendeva ai piedi del monte. L’intelletto, se non si addolcisce nel cuore, diventa una vetta spoglia. L’orgoglio, la critica, la distanza: tutto ciò è ghiaccio che non lascia scorrere l’acqua.

Per questo i Maestri dicono: “Non basta salire; bisogna anche saper scendere.”

C’è un tempo per elevarsi verso la montagna, per contemplare la Luce nella sua purezza, e c’è un tempo per discendere nella valle, affinché quella stessa Luce diventi acqua che irriga i campi dell’esistenza.

Il sapere che l’uomo conquista sulle cime non deve restare congelato come neve eterna: deve sciogliersi, diventare ruscello, fiume, benedizione. Deve scendere nei gesti, nelle parole, negli incontri. Solo allora il sapere diventa Tikkun, riparazione, perché unisce l’altezza dell’intelletto con la profondità del cuore.

La montagna è l’ascesa dell’anima verso il divino.

La valle è la discesa del divino nell’anima.

E l’uomo è chiamato a essere entrambi:

montagna che cerca, valle che accoglie.

Il mondo esteriore è un’ombra del mondo interiore. Nella Kabbalah ogni forma fisica è un siman, un segno, che rimanda a una realtà spirituale. Monti e valli sono le due dinamiche fondamentali dell’anima: ascesa e ricezione, Ghevurah e Chesed, contrazione e espansione. L’uomo vive oscillando tra questi due poli.

La valle è il luogo del Shefa, il flusso della benedizione divina. L’acqua che scorre è simbolo della luce che discende dalle Sefirot superiori verso i mondi inferiori. Dove c’è acqua, c’è vita: è la qualità di Chesed, la bontà che irriga e nutre. La valle è il cuore che riceve.

La vita non si stabilisce nell’eccesso di luce, ma nella sua misura. Le vette rappresentano la luce troppo intensa, che non può essere abitata. Le valli sono il luogo del Tikkun, dove la luce si veste di forme e diventa mondo, relazione, comunità. Lì la luce si fa frutto.

La montagna è simbolo di Ghevurah, la severità che separa e distingue. L’intelletto puro, se non mitigato dal cuore, diventa freddo, tagliente, sterile. È la luce che non si lascia ricevere, come l’Or troppo intenso che frantuma i vasi nella dottrina lurianica.

«Vi sentite isolati?»

L’isolamento è il segno che l’anima è salita troppo in alto senza equilibrio. L’intelletto, quando si eleva oltre misura, si separa dal mondo e dagli altri. È la solitudine delle vette: una solitudine luminosa, ma pur sempre solitudine.

Il maestro invita alla discesa. L’orgoglio intellettuale è una forma di eccesso di luce: la mente vuole dominare, analizzare, separare. La critica è un taglio, un atto di Ghevurah. Rimanere sulla vetta significa rimanere nella frammentazione.

La discesa è un atto di Tikkun: riportare la luce nella misura giusta. La valle è il luogo del cuore, della relazione, della dolcezza. L’amore è acqua che scorre, e l’acqua unisce ciò che la roccia separa. Scendere significa tornare alla vita.

Questo è un insegnamento profondamente lurianico: la luce deve sciogliersi, diventare fluida, scorrere verso il basso. Il sapere non deve restare astratto: deve trasformarsi in compassione, in azione, in nutrimento. La neve delle vette diventa acqua nelle valli: così la conoscenza diventa saggezza.

La Kabbalah insegna che l’anima vive in un ritmo di ratzo e shov: slancio e ritorno, ascesa e discesa. Salire è necessario per vedere la luce; scendere è necessario per portarla nel mondo. L’uomo completo è colui che sa alternare i due movimenti senza rimanere prigioniero né dell’uno né dell’altro.

Maasseh Bereshit

Mâasséh Béréshith—L’Œuvre de la Création, de Sebastiano Gulli.

Grand format 20 x 28 cm. Relié, tranchefile et signet. Tirage limité. 450 pages. I.S.B.N. : 978-2-493754-44-8.

 Comment l’univers est-il né? Que raconte réellement la Genèse? Et pourquoi les Séfiroth ne sont-elles pas seulement des symboles mystiques, mais de véritables cartes vivantes de la structure de lexistence?

L’Œuvre de la Création explore ces questions en tissant deux langages que l’on oppose souvent: la cosmologie moderne et la tradition kabbalistique. Dun côté, le Big Bang, lexpansion de lespace-temps, la naissance des étoiles et des éléments; de lautre, la lumière primordiale, les mondes, les émanations, lArbre des Séfiroth. Deux récits qui semblent éloignés, mais qui décrivent en réalité le même mystère sous deux angles différents.

Ce livre guide le lecteur du néant originel jusqu’à la conscience humaine, montrant comment chaque étape de la Création — physique ou spirituelle — est un mouvement de révélation. Les Séfiroth deviennent ainsi des outils pour comprendre non seulement la structure de l’univers, mais aussi celle de l’âme: des forces, des qualités, des dynamiques intérieures qui façonnent notre vie quotidienne.

Avec un langage clair et rigoureux, L’Œuvre de la Création propose une lecture unifiée: la science comme description du comment, la Kabbale comme exploration du pourquoi. Une invitation à regarder le monde autrement, en reconnaissant dans la matière et dans lesprit deux expressions dune même étincelle originelle.

Tables des Chapitres :

Notes de l’auteur,

Préface,

Introduction,

I. Mâasséh Béréshith, L’Œuvre de la Création,

2. Sectionner l’homme,

3. Pacte des Consciences,

4. L’élargissement des Réceptacles,

5. Les Quatre Mondes,

6. Les 10 Séfiroth,

7. Description des 10 Séfiroth,

8. Yessod - Fondement,

9. Hod - Splendeur,

10. Netsah’ - Éternité,

11. Thiféreth - Beauté,

12. Guévourah - Force,

13. H’essed - Bonté,

14. Binah - Intelligence,

15. H’okhmah - Sagesse,

16. Dâath - Connaissance,

17. Kéther - Couronne,

Conclusion,

Tables des Chapitres.

venerdì 15 maggio 2026

Rosh Chodesh Sivan

 

Scudo protettore per il mese di Sivan


 

Esperienza sulla Merkavah

 Esperienza sulla Merkavah

L’indescrivibile è ciò che non può essere afferrato dalla parola, perché la parola è un vaso, e ciò che cerchi di descrivere è una luce senza vaso. Per questo la lingua si spezza davanti ad essa: non trova forma, non trova limite, non trova immagine. Tutto ciò che l’uomo può dire è “assomiglia a…”, come chi vede un riflesso nell’acqua e tenta di afferrarlo con la mano.

Così è per le visioni dei profeti. Esse non appartengono al mondo della veglia, dove le cose hanno misura e confine, ma al mondo in cui la luce si veste di simboli affinché l’anima possa sostenerla. Come il sogno che parla in immagini distorte, perché il sogno non abita le stesse leggi della veglia, così la profezia parla in un linguaggio che non è di questo mondo.

Il sogno ha un suo regno, e quel regno ha leggi proprie. La profezia ha un regno ancora più alto, e le sue leggi sono più sottili. Lì la mente non domina, ma ascolta. Lì l’intelletto non guida, ma si arrende. Perché la visione non scende nella forma se non attraverso veli, e ogni velo è un simbolo, e ogni simbolo è un ponte tra ciò che è e ciò che può essere compreso.

Quando la mente razionale incontra questi simboli, tenta di tradurli nel suo linguaggio, ma non può. La luce che essi contengono è troppo vasta per essere rinchiusa in un concetto. Per questo il profeta dice sempre: “era come…”, “somigliava a…”, “appariva come…”. Non perché non vede, ma perché vede troppo. Non perché non comprende, ma perché comprende oltre il limite del dire.

Così la profezia si rivela: non come una forma definita, ma come un’eco del mondo superiore che si lascia percepire solo attraverso similitudini. E chi ascolta deve sapere che ogni immagine è un vestito, e che il vestito non è la luce, ma solo il modo in cui la luce si lascia avvicinare dall’uomo.

Il profeta Ezechiele è il paradigma di colui che contempla l’invisibile attraverso i veli del visibile. Nella sua visione della Merkavà, egli non descrive forme, ma somiglianze; non oggetti, ma riflessi. Perché la luce superiore, quando discende, non può mostrarsi nuda: si veste di simboli affinché il mondo inferiore non venga annientato dal suo splendore.

Per questo Ezechiele dice K’ayin Chashmal — “come l’aspetto del Chashmal”. Non Chashmal, ma come Chashmal. Perché il Chashmal è una luce che parla e tace, una forza che si rivela e si ritrae. E l’uomo, quando la percepisce, non può afferrarla se non attraverso un paragone.

Così anche le Chayot, che egli chiama D’mut, “immagine”, “somiglianza”. Esse non sono ciò che sembrano, ma ciò che si lascia percepire. Sono forme che non sono forme, volti che non sono volti, perché appartengono al mondo in cui la forma è solo un’ombra della volontà divina.

E quando parla delle loro gambe come di “bronzo levigato”, egli non intende bronzo, ma la luminosità del bronzo, la sua purezza, la sua forza. Perché la materia è solo un linguaggio prestato alla luce, un modo per dire l’indicibile.

Tutto ciò che Ezechiele vide non era fisico. Non vide con gli occhi, ma con l’anima. La sua mente fu sollevata oltre i confini del mondo inferiore, e la sua coscienza si immerse nei mondi superiori, dove la percezione non passa attraverso i sensi, ma attraverso la luce stessa.

Questo è il significato di: «E la mano di יהוה era su di lui».

La “mano” non è una mano, ma la forza che solleva, che distoglie l’uomo dal mondo materiale e lo introduce nel palazzo della visione. È la potenza che spezza i legami della coscienza ordinaria e apre la porta del Heikhal HaRazon, il palazzo della volontà divina.

Le dimensioni superiori non possono essere percepite nello stato di veglia, perché la veglia è un regno di limiti. Per accedervi, l’uomo deve lasciare il suo mondo, come chi attraversa un ponte e non può restare su entrambe le rive. Il sogno e la visione sono porte: per entrare, bisogna uscire.

Questo movimento dell’anima, questo distacco dal mondo inferiore, è ciò che gli uomini chiamano trance. Ma la Torah lo chiama: «La mano di Adonai era su di lui».

Perché non è l’uomo che sale, ma la luce che lo solleva. Non è l’uomo che vede, ma la visione che si rivela a lui.

Ezechiele non descrive ciò che vide: descrive ciò che poté dire di ciò che vide. Perché la luce superiore, quando entra nel mondo delle parole, può solo essere detta come “somiglianza”, “immagine”, “aspetto”.

E chi comprende, comprende.

Il mutamento degli stati di coscienza non appartiene solo ai profeti d’Israele. Da un capo all’altro del mondo, in ogni epoca, uomini e donne hanno cercato di oltrepassare il velo del loro stato ordinario per toccare ciò che sta oltre. Eppure, ciò che essi vedono non è mai lo stesso. Perché la visione non dipende dal luogo in cui si arriva, ma dal luogo da cui si parte.

Chi entra nella trance da uno stato oscuro, anche se non ne è consapevole, porta con sé quell’oscurità come un’ombra che colora tutto ciò che percepisce. La luce superiore, quando discende su un vaso impuro, si veste dei colori del vaso. E ciò che l’uomo vede non è la luce, ma la luce riflessa attraverso la sua oscurità.

Ma chi sale da uno stato di rettitudine, da un cuore purificato, da un’anima che ha affinato i suoi desideri, allora la luce che percepisce è simile alla sua purezza. Perché la legge della transizione è questa: si sale solo verso ciò che si è. Dal basso all’alto, dal piccolo al grande, dal velato al rivelato. Nessuno può fuggire dal proprio stato; esso lo accompagna come un sigillo.

Per questo ciò che si vede negli stati superiori non è la realtà superiore stessa. I mondi superiori non sono fisici, non hanno forma, non hanno colore, non hanno limite. Ciò che l’uomo percepisce è solo il modo in cui la sua mente traduce quella luce in immagini comprensibili. Così fecero Ezechiele e i profeti: non descrissero ciò che è, ma ciò che potevano dire di ciò che è.

Le loro parole sono veli, parabole, simboli. Non perché la visione fosse confusa, ma perché la luce era troppo vasta per essere contenuta in un linguaggio umano. Eppure, molti che sperimentano stati simili non conoscono questa legge. Non sanno che la mente parla in simboli, che l’inconscio veste la luce con archetipi, che il sogno e la visione parlano con lingue antiche.

Per questo tanti, provenienti da culture e tradizioni diverse, descrivono le loro esperienze con il linguaggio che conoscono: il loro pantheon, i loro spiriti, i loro angeli, i loro demoni. Non perché quelle forme esistano nei mondi superiori, ma perché la loro mente le usa come vasi per contenere ciò che non può essere contenuto.

Chi non conosce la natura della mente confonde il simbolico con il letterale. E così le loro descrizioni diventano fuorvianti, perché scambiano il vestito per la luce, l’ombra per la sorgente, il riflesso per il volto.

Il Sod insegna: “La visione è vera, ma la forma è un’illusione”.

Chi comprende questo, comprende il segreto dei profeti.

Per poter parlare dell’indescrivibile, l’uomo deve prima riconoscere i confini del proprio vaso. La coscienza vigile è come un recipiente stretto: contiene ciò che può contenere, e ciò che è oltre trabocca e si perde. Per questo il primo passo è conoscere la natura della mente, i suoi limiti, le sue illusioni, i suoi veli. Chi non conosce il proprio vaso non può ricevere la luce che lo supera.

La psicologia dell’uomo è un mondo, e ogni mondo ha le sue leggi. Ma i mondi superiori non seguono le leggi del mondo inferiore. Là non vi è peso, né forma, né tempo. Là la luce non si divide, e la percezione non passa attraverso i sensi. Per questo ciò che si vede in sogno o in visione non può essere interpretato come ciò che si vede nella veglia. Sono due linguaggi diversi, due alfabeti diversi, due mondi diversi.

Quando l’uomo sogna o vede, non deve chiedersi “che cosa ho visto?”, ma “perché la mia anima ha scelto proprio questa immagine?”. Perché ogni immagine è un messaggero, ogni simbolo è una lettera, ogni visione è una parola che la dimensione superiore pronuncia nella lingua della dimensione inferiore. Chi interpreta letteralmente spezza la parola e perde il messaggio.

La domanda giusta è: “Cosa dice questo alla mia anima? Quale parte di me sta parlando? Quale parte di me sta chiedendo di essere corretta?”

Queste riflessioni sono il lavoro dell’uomo. Esse espandono la coscienza, rivelano lo stato interiore, mostrano se si cammina nella luce o nell’ombra. E quando l’uomo vede la propria ombra, può purificarla; quando vede la propria luce, può accrescerla. Così la coscienza si calibra, come una fiamma che viene raddrizzata affinché bruci diritta verso l’alto.

Sintonizzarsi con i mondi superiori non è impossibile. La porta è aperta, ma solo chi si prepara può attraversarla. La luce risponde alla luce, la santità risponde alla santità. Chi si sintonizza correttamente, sarà sintonizzato con ciò che cerca. È una legge semplice, ma profonda come l’abisso.

E per confermare questo principio, il profeta Elia testimonia nel Tanna D’vei Eliyahu: “Il cielo e la terra mi siano testimoni: non importa se si è ebrei o gentili, uomini o donne, schiavi o schiave; tutti, secondo le proprie opere, possono ricevere la Ruach HaKodesh”.

La Ruach HaKodesh non è un dono riservato, ma una risposta. È la luce che scende quando il vaso è pronto. È la voce che parla quando l’uomo ha imparato ad ascoltare. È la visione che si rivela quando la coscienza si è purificata abbastanza da non confondere il simbolo con la realtà, il riflesso con la fonte, il sogno con il mondo che lo genera.

Chi comprende questo, comprende il segreto dei profeti e il cammino di chi cerca la luce.

giovedì 14 maggio 2026

Inattività

 Inattività

Rimanere senza far niente non è mai stato il modo migliore per riposarsi, perché l’inattività non nutre l’anima. Secondo la Kabbalah, l’essere umano è un canale di flusso continuo: quando la luce superiore scende, essa cerca movimento, trasformazione, partecipazione. Se il canale rimane fermo, la luce ristagna, e ciò che ristagna si oscura.

Il vero riposo, insegnano i Maestri, non è l’assenza di attività, ma il cambiamento di livello. È il passaggio da un tipo di energia a un altro, da un mondo a un altro. Lo Zohar afferma che ogni volta che l’uomo muta la qualità del suo agire, egli “risale i gradini della scala di Giacobbe”, entrando in un flusso più sottile e più vicino alla radice divina.

Il lavoro spirituale è, per sua natura, completamente diverso dalle occupazioni quotidiane. Non è come andare in un cantiere, in fabbrica o in ufficio per guadagnarsi da vivere. Quelle attività appartengono al mondo di Assiyah, il mondo dell’azione materiale, dove la fatica è spesso necessaria per mantenere l’esistenza.

Il lavoro spirituale, invece, appartiene ai mondi superiori: Yetzirah, il mondo delle emozioni; Beriah, il mondo dell’intelletto; e soprattutto Atzilut, il mondo della vicinanza divina. In esso non si tratta di produrre, ma di rivelare. Non si tratta di accumulare, ma di raffinare. È un lavoro che non pesa, perché non sottrae energia: la moltiplica.

In questo lavoro si sviluppa la parte divina dell’essere umano, quella scintilla chiamata Neshamah, che lo Zohar descrive come “una fiamma che arde verso l’alto anche quando è imprigionata nella lampada”. Nella vita quotidiana questa fiamma è spesso soffocata da preoccupazioni, obblighi, distrazioni, desideri che appartengono al mondo inferiore. Ma quando l’uomo si dedica alla sua interiorità, la fiamma trova ossigeno e si innalza.

Ecco, dunque, il vero riposo: introdurre ordine e armonia dentro di sé. Nella Kabbalah, ordine significa Tikkun, la rettificazione delle forze interiori; armonia significa Zivug, l’unione equilibrata delle energie maschili e femminili, del dare e del ricevere, del pensare e del sentire.

Quando l’essere umano permette alla propria natura divina di prosperare nella luce e nell’amore, egli diventa un ricettacolo della Shekhinah, la Presenza divina. E quando la Shekhinah dimora in un individuo, la sua sola esistenza diventa un beneficio per il mondo intero, poiché egli irradia pace, chiarezza e benedizione.

Secondo lo Zohar, “un solo uomo che si eleva, eleva con sé il mondo intero”. Così il riposo spirituale non è un atto privato, ma un servizio cosmico: un modo per riportare armonia nei mondi, per guarire ciò che è frammentato, per far risplendere la luce dove era nascosta.

mercoledì 13 maggio 2026

Uscire da sé stessi

 Uscire da sé stessi

Quando lasciate una città, non state semplicemente oltrepassando un confine geografico: varcate una soglia vibratoria, un passaggio dal mondo costruito dall’uomo al regno in cui la Shekhinah, la Presenza sottile, respira in ogni foglia e in ogni onda. La natura non è soltanto intorno a voi: vi avvolge come un mantello di Sefirot viventi, e ciascun albero, ciascuna pietra, ciascun soffio di vento è un segno inciso nel grande Libro della Creazione.

Perciò, ovunque vi conducano i vostri passi — nelle foreste che custodiscono il mistero di Malkuth, sulle rive dei fiumi che scorrono come Yesod, nei laghi che riflettono la quiete di Binah, negli oceani che pulsano come Chokmah, o sui monti che si innalzano verso Kether — ricordatevi di manifestarvi come figli della Luce, anime in cammino verso una vita più sottile, più limpida, più luminosa. Non camminate come dormienti: camminate come iniziati che riconoscono la trama invisibile che sostiene il mondo.

La natura è un santuario cosmico, un tempio non costruito da mani umane, abitato da creature eteriche che vibrano nelle frequenze intermedie tra il visibile e l’invisibile. Sono gli spiriti dei quattro elementi, i custodi dei sentieri, gli angeli minori che vegliano sui luoghi. Avvicinatevi a loro con rispetto, come si entra nel Santo dei Santi. Salutateli con il cuore, offrite loro amicizia e amore, e riconoscete il loro lavoro silenzioso: essi mantengono l’armonia del mondo, equilibrano le energie, purificano ciò che l’uomo contamina.

Quando percepiscono la vostra intenzione pura, queste creature — che vi osservano da lontano come scintille di luce — si aprono come fiori all’alba e preparano a riversare su di voi le loro benedizioni: pace che discende come la colonna centrale dell’Albero, luce che illumina come Tiferet, energia pura che scorre come un fiume di Hokhmah.

Allora vi sentite immersi in un’atmosfera che non appartiene più soltanto alla terra, ma ai mondi sottili. È come se un velo si sollevasse e voi poteste respirare la sostanza stessa dello spirito. E quando tornerete a casa, non tornerete mai vuoti: porterete con voi una ricchezza invisibile ma reale, fatta di rivelazioni interiori, pensieri più vasti, sentimenti più nobili. Avrete raccolto frammenti di luce, e quei frammenti continueranno a brillare dentro di voi, guidandovi come piccole Sefirot interiori sul vostro cammino.

Quando uscite, non state semplicemente lasciando un luogo: state disincantando il vostro sguardo e penetrando in una regione dove le dieci Sefirot respirano attraverso le forme. La soglia che varcate è simile al passaggio tra Assiah e Yetzirah: un confine sottile, un varco vibrante in cui la materia si alleggerisce e la luce si fa più udibile. La natura non vi circonda soltanto: vi legge, vi misura, vi riconosce come scintille erranti dell’Adam Qadmon.

Ovunque andiate — nelle foreste che custodiscono il segreto del Nome inciso nei tronchi, sulle rive dei fiumi che scorrono come canali di Yesod, nei laghi che riflettono la memoria di Binah, negli oceani che pulsano come il respiro di Chokmah, sui monti che si ergono come colonne di Kether — ricordatevi di camminare come portatori del Raggio Interiore, come anime che cercano la via del ritorno attraverso la bellezza sottile e la luce più pura.

Non siate disattenti: ogni passo è un sigillo, ogni respiro è un patto. La natura è un tempio di forze arcane, un santuario in cui dimorano creature eteriche che appartengono ai quattro mondi: spiriti dell’aria che custodiscono i pensieri, spiriti dell’acqua che custodiscono le emozioni, spiriti del fuoco che custodiscono la volontà, spiriti della terra che custodiscono la forma. Sono esseri che vibrano tra le lettere יהוה Yod  Hei Vav Hei, custodi silenziosi dell’equilibrio cosmico.

Avvicinatevi a loro come si entra in un luogo consacrato. Salutateli con il cuore, non con la voce. Offrite loro amicizia, amore, riconoscenza. Dite loro — anche senza parole — che vedete il loro lavoro invisibile, che percepite la loro danza sottile, che riconoscete la loro funzione nel grande organismo della Creazione. Essi vi osservano da lontano come punti di luce sospesi tra i mondi, e quando percepiscono la vostra intenzione pura, si aprono come porte segrete.

Allora le benedizioni discendono: la pace che scende lungo la Colonna Centrale, la luce che si espande come Tiferet, l’energia pura che scorre come un fiume di Chokhmah. Vi sentite immersi in un’atmosfera che non appartiene più alla sola terra, ma ai mondi superiori. È come se un velo si dissolvesse e voi poteste respirare la sostanza stessa dello spirito.

E quando tornerete a casa, non tornerete mai soli: porterete con voi frammenti di rivelazione, pensieri più vasti, sentimenti più nobili. Avrete raccolto scintille di luce cadute nei sentieri del mondo, e quelle scintille continueranno a brillare dentro di voi, guidandovi come piccole Sephiroth interiori lungo il vostro cammino.

Come L’Infinito Parla All’Uomo

  Come L’Infinito Parla All’Uomo Monti e valli non sono soltanto forme della terra: sono lettere incise nel corpo del mondo, segni attrave...