venerdì 1 maggio 2026

Vedere la Realtà

 Vedere la Realtà

Mi assalgono, mi circondano, ma nel Nome di יהוה (Adonai) abbatterò. (Salmo 118:11).

Hai occhi per vedere? Non parlo degli occhi di carne, ma degli occhi dell’anima, che si aprono quando la Neshamah riceve un raggio della Luce di Chokhmah. Se questi occhi non sono aperti, ciò che accade nel mondo appare confuso, ma quando si aprono, ogni evento diventa un segno, un remez che indica il movimento dei mondi superiori.

Nei tempi di inganno domina la forza di Alma de-Teimanuta, il Mondo dell’Occultamento: la verità è velata dalle Klippot che distorcono la percezione. Nei tempi di rivelazione, invece, la Luce di Binah discende e lacera i veli, e ciò che era nascosto emerge come scintilla che risale alla sua radice.

Perché pensi che ogni verità rivelata debba essere luminosa e gradevole?

Ci sono verità che, quando emergono, mostrano il volto oscuro delle Klippot, e la loro rivelazione è amara come giudizi non addolciti.

Eppure, anche questo è bene, perché il Santo — benedetto Egli sia — conosce ciò che è bello e ciò che è brutto, e permette che ogni verità, anche quella che ferisce, salga alla superficie per compiere il suo tikkun.

Guai a chi insegue solo il bello, perché il bello senza verità è solo ornamento della Klippah, splendore ingannevole che seduce l’occhio ma svuota il cuore. Chi abbraccia la bellezza senza discernimento abbraccia la menzogna, e la menzogna, quando la Luce di Tiferet si manifesta, viene smascherata e cade come veste bruciata.

Le vie dell’inganno saranno rivelate, tutti coloro che camminano nella falsità saranno mostrati per ciò che sono, perché la Luce di Yesod non tollera impurità quando si prepara a riversare benedizione nel mondo.

La rivelazione assume molte forme: talvolta è dolce come Chesed, talvolta tagliente come Ghevurah.

La verità si manifesta in tutte le sue sfaccettature, come i riflessi della Luce Infinita nelle dieci Sefirot.

Vediamo il bello accanto al brutto, il bene accanto al male, perché questo è il tempo in cui ciò che era nascosto nelle profondità di Malkhut risale verso la luce, e chi ha occhi per vedere scorge la danza delle forze, la lotta tra ciò che vuole ascendere e ciò che vuole trascinare verso il basso.

Molte altre verità stanno emergendo, presto anche queste saranno esposte alla luce del giorno, perché la Luce di Zer‘ Anpin sta crescendo e nulla può restare celato quando la Shekhinah si prepara alla sua unione.

E quando vedete l’ascesa del male, non temete: l’ascesa del male è solo il suo ultimo sforzo prima della caduta, come la fiamma che divampa un istante prima di spegnersi.

Il male si innalza perché la Luce lo costringe a rivelarsi, e ciò che si rivela può essere corretto, purificato, dissolto.

Sappiate che è la Mano di יהוה (Adonai), la Mano che guida i mondi superiori, che sta attirando il male fuori dai suoi nascondigli.

Non è un semplice evento terreno: è la forza di Ghevurah che trascina le Klippot fuori dalle loro tane, le strappa dai luoghi oscuri dove si nutrivano delle scintille cadute, e le espone alla Luce del Giorno, che è la Luce di Tiferet. Perché quando le forze del male — e tutti coloro che le abbracciano — saranno pienamente smascherati, allora vedremo come il Nome di יהוה (Adonai), nella sua combinazione di misericordia e giudizio, li eliminerà per sempre. Non perché Egli li distrugga con violenza, ma perché la Luce li dissolve, come il sole dissolve l’ombra.

Dio porta il male e i malfattori in primo piano, li lascia parlare, agire, mostrare il loro odio e la loro violenza.

Questo non è abbandono: è rivelazione. È la forza di Binah che costringe il male a manifestarsi affinché possa essere giudicato secondo la sua stessa misura.

Dio smaschera i malfattori, e sono essi stessi — con la loro arroganza — a proclamare le loro vie malvagie e le loro credenze vuote.

Così facendo, si autocontrassegnano, come chi porta il sigillo della propria Klippah. Gli angeli del cielo li vedono, li contrassegnano e li preparano per il giudizio. Non un giudizio umano, ma il giudizio che discende da Yesod, quando la Shekhinah si prepara a purificare il suo dominio.

Tutto questo fa parte della grande rivelazione della verità che è stata decretata nei mondi superiori. È il tempo in cui ciò che era nascosto in Malkhut viene portato alla luce, affinché nulla rimanga celato.

«Non temere il terrore improvviso, né la rovina dei malvagi quando giunge» (Proverbi 3:25).

«Si consultino pure, ma il loro piano fallirà… perché Dio è con noi.» (Isaia 8:10).

Il piano di Dio si sta dispiegando. La Mano di Dio si sta manifestando. Non come mano di carne, ma come forza che muove i mondi, che separa la luce dall’oscurità.

Non temete: i malfattori si sollevano perché devono sollevarsi, affinché possano essere raccolti insieme e condotti al loro destino collettivo.

Quando uno sceglie il male, l’odio e la violenza, attira su di sé le stesse forze che ha evocato. Ciò che semini raccogli: questa è la legge del giudizio, la legge che nessuna creatura può infrangere. Dio giudica i malfattori secondo i loro stessi criteri. Il male che cercano di infliggere agli altri ritorna su di loro, perché la Luce di Tiferet riflette ogni azione verso la sua radice.

Questa è la Via di Dio: nessuna forza umana può impedirne l’attuazione. E per coloro che stanno con Dio — non solo con le parole, ma con le azioni, con il cuore, con la rettitudine — non c’è nulla da temere.

Quando il male sarà rimosso dai noi, ciò che rimarrà sarà solo luce, benedizione e pace, perché la Shekhinah potrà finalmente riposare tra noi senza veli.

«Rendete grazie a יהוה (Adonai),  perché è buono, perché la Sua misericordia dura per sempre» (Salmo 118:1).

La rovina dei malfattori non è un atto di crudeltà, ma un’opera della bontà superiore, la bontà che scaturisce da Chesed Ila’ah, e che si manifesta come misericordia attiva. Perché la misericordia divina non è debolezza: è la forza che separa la luce dall’oscurità, che purifica il mondo affinché la Shekhinah possa risiedere senza veli. Anche nei tempi bui, quando Malkhut sembra avvolta dalle Klippot, abbiamo molto di cui essere grati e molto da sperare.

Perciò diciamo: Hodu LaShem, rendete grazie a יהוה (Adonai), perché ogni raggio di luce che ancora brilla è un segno che la Luce Infinita non si è ritratta.

יהוה (Adonai), è buono verso tutti, e la Sua misericordia è su tutte le Sue opere (Salmo 145:9)

Dio è davvero buono verso tutti? La Sua misericordia si estende davvero a tutte le Sue creature?

La risposta, nei mondi superiori, è un sì assoluto. Ma occorre ricordare ciò che il profeta Isaia rivelò:

«I miei pensieri non sono come i vostri pensieri, né le mie vie come le vostre vie…» (Isaia 55:8–9).

Questo non è un semplice ammonimento: è una legge cosmica. La bontà divina appartiene alla sfera di Keter, dove non esiste dualità, e ciò che per noi appare come giudizio è, nella radice, misericordia pura.

Dio è buono verso tutti? Sì — ma la Sua bontà è definita da standard divini, non da percezioni umane.

La Sua misericordia si estende a tutte le creature? Sì — ma la misericordia divina non coincide con la nostra idea di indulgenza. La misericordia divina è ciò che conduce ogni cosa al suo tikkun, anche quando il processo appare duro agli occhi della carne.

Dal punto di vista di Dio, tutto ciò che Egli emana è bontà e misericordia, perché tutto proviene dalla Luce dell’Ein Sof.

Dal punto di vista umano, invece, vediamo sofferenza, dolore, difficoltà. E ci chiediamo: dove sono la bontà e la misericordia in tutto questo?

Eppure, in un modo che trascende l’intelletto umano, tutto ciò che emana da Dio è bene nascosto, tov haganuz, e ogni evento è un movimento della Luce che guida le scintille verso la loro radice.

Questa differenza di prospettiva è essenziale: se non comprendiamo che la visione divina e quella umana sono distanti quanto i cieli dalla terra, rimarremo ciechi spiritualmente.

Non riconosceremo la Mano di Dio nei processi del mondo, né capiremo come Egli interagisce con noi, Suoi figli e Sua creazione.

La vera saggezza è vedere oltre il velo, riconoscere che anche ciò che appare come oscurità è, nella radice, un atto di misericordia che prepara la rivelazione della luce.

Ricordate che quando יהוה (Adonai), guarda gli esseri umani, non vede corpi di carne che corrono sulla terra. Egli vede le anime, il nostro Sé energetico più vero, la scintilla che proviene dall’Ein Sof.

Il corpo è solo un abito; l’anima è la luce che lo anima. Dio vede come il nostro Sé più autentico — la Neshamah — sia spesso intrappolato nelle incarnazioni terrene, avvolto da veli e stimoli fisici che lo confondono. Quando l’anima cade sotto il dominio delle Klippot, essa diventa prigioniera, come una scintilla avvolta da gusci che ne soffocano il respiro.

La più grande bontà e misericordia di Dio consiste nel fatto che Egli opera incessantemente per liberare le anime cadute, quelle che sono rimaste impigliate nelle reti dell’inganno, della confusione e della contaminazione spirituale.

La Sua opera è continua: ogni giorno, ogni istante, la Mano Divina lavora per sciogliere i nodi che imprigionano la luce. A volte basta una leggera spinta dall’Alto: un pensiero, un incontro, un dolore, una parola che risveglia. E l’anima, sentendo quel tocco, si scuote e si libera dai legami che la tenevano prigioniera.

Ma ci sono anime la cui prigionia è profonda, radicata in molte incarnazioni, permeata in ogni fibra del loro essere. Per queste anime, una semplice spinta non basta: occorre un intervento più forte, un movimento di Ghevurah che spezzi le catene. Per questo, a volte, Dio interviene con forza negli affari umani, guidando individui e persino nazioni.

Non è ira cieca: è misericordia severa, la misericordia che taglia per guarire, che distrugge per liberare. Ciò che per l’anima è liberazione, per il corpo può sembrare dolore.

Ciò che per il mondo superiore è bontà, per il mondo inferiore può apparire come giudizio. La nostra prospettiva è limitata; quella divina abbraccia l’intero arco del destino. A volte interpretiamo la misericordia di Dio come ira, perché vediamo solo la superficie degli eventi.

Ma anche quando Dio riversa la Sua ira sugli esseri umani che la meritano, lo fa per amore della Sua bontà, per liberare ciò che è intrappolato, per riportare la scintilla alla sua radice. Noi non riusciamo a vedere il bene che si cela nell’ira divina, perché guardiamo con gli occhi della carne.

Ma Dio vede e Dio sa. Egli conosce la struttura dell’anima, i suoi nodi, le sue ferite, le sue catene. E sa come liberarla. È solo che noi esseri umani non comprendiamo l’Opera della Mano Divina, perché la Sua Mano agisce nei mondi nascosti, e solo chi ha occhi per vedere scorge il disegno che si dispiega.

« יהוה (Adonai)  sostiene tutti i caduti e raddrizza tutti coloro che sono curvi» (Salmo 145:14).

Quando la Scrittura parla di “caduti” e “curvi”, non si riferisce ai corpi, ma alle anime. Dio sostiene le anime cadute con la Sua misericordia superiore. Egli opera per raddrizzare quelle anime che si sono piegate sotto il peso dei fardelli terreni, delle incarnazioni, delle prove, delle Klippot che si sono accumulate attorno alla loro luce.

A volte le azioni divine necessarie per raddrizzare un’anima curva vengono percepite, dal nostro punto di vista fisico, come atti dolorosi o come punizione. Ma nella realtà superiore, Dio agisce solo con bontà e misericordia, perché la Sua opera è liberare la scintilla intrappolata e riportarla alla sua radice. L’obiettivo finale di Dio è che tutte le anime cadute siano liberate dalle prigioni mortali in cui si trovano. Il Suo scopo è guarire i malati, gli affranti, i curvi e gli indolenziti — non nel corpo, ma nella struttura interiore dell’anima.

Ma alcune cure sono dolorose. A volte il corpo — la Nefesh behemìt — si ribella alla guarigione della Neshamah. Quando c’è resistenza, la medicina divina può essere vissuta come severa, tagliente, persino come ira. Ma è ira di guarigione, din de-rachamim, giudizio che nasce dalla misericordia. Le anime hanno bisogno di essere guarite e riportate al loro legittimo dominio spirituale. E se la volontà del nostro io fisico ostacola la guarigione, Dio interviene per rimuovere gli ostacoli, affinché la luce possa fluire.

Rifletti su queste cose. Parlane con la tua anima. Chiedile: cosa, nelle tue circostanze attuali, è spiritualmente malato e chiede guarigione?

Permetti a Dio di operare nella tua vita, e vedrai come ciò che ora appare duro è, in realtà, bene superiore. Abbi fiducia che il Medico Divino — Rofeh Ne’eman ve-Rachaman — sa cosa è meglio per la tua anima. Egli è il Creatore: conosce la struttura delle Sue creature, conosce le loro ferite, conosce la medicina adatta a ciascuna.

«Tu non desideri sacrifici… I sacrifici di Dio sono uno spirito contrito, un cuore contrito e umiliato Dio non disprezza» (Salmo 51:18–19)

La Presenza di Dio definisce per noi il significato dello Spirito. Dio è la Coscienza Vivente di tutta la realtà, l’Essere che sostiene l’esistenza. Non ha forma, né umana né di altro tipo; perciò le cose umane — forme, riti esteriori, apparenze — non hanno valore nel regno dello Spirito. Ciò che ha valore è la trasparenza dell’anima, la sua capacità di piegarsi, spezzarsi, aprirsi alla luce. Perché quando il cuore si spezza, la luce entra.

Cosa possiamo dare a Dio che Egli non abbia già? Nulla — perché Dio è la Radice di tutte le cose, la Fonte da cui ogni scintilla di esistenza emana. Anche ciò che sembra lontano da Dio non è lontano affatto: non esiste luogo vuoto della Sua Presenza, leit atar panui mineh.

Nei regni più oscuri come nei cieli più alti, la Luce dell’Ein Sof è presente allo stesso modo, perché per Dio non esistono vicino e lontano, alto e basso, luce e oscurità.

Queste distinzioni appartengono solo alla percezione dei mortali. Noi esseri umani pensiamo di poter trovare il favore divino offrendo ciò che riteniamo importante secondo i nostri criteri terreni. Ma già all’inizio della storia umana, con Caino e Abele, Dio ci ha mostrato che non è impressionato dalle offerte che nascono dal nostro ego.

Caino offrì ciò che voleva lui; Abele offrì ciò che Dio desiderava. La differenza non era nella materia dell’offerta, ma nella qualità energetica, nell’allineamento del cuore. La prospettiva divina è infinitamente più ampia della nostra. Dio ci chiede ciò che Egli riconosce come essenziale dal punto di vista superiore, non ciò che noi riteniamo conveniente o gradevole.

Quando insistiamo nel dare a Dio ciò che vogliamo noi, invece di ciò che Egli vuole, cadiamo nella stessa distorsione di Caino: offrire senza ascoltare, agire senza allinearsi, dare senza arrendersi. Questa è la mancanza di illuminazione spirituale: offrire al Cielo ciò che nasce dal nostro desiderio, non dal Suo.

Ciò che Dio vuole da noi è che siamo in sincronia energetica con la Sua dinamica divina, che il nostro ratzon (volontà) si unisca al Suo Ratzon Elyon. Questo allineamento non può avvenire finché non ci arrendiamo alla Volontà Divina, indipendentemente dai nostri desideri personali.

Molti oggi pensano di poter impressionare Dio con ornamenti religiosi, rituali esteriori, apparenze di pietà. Ma questi gesti, se nascono dall’ego, non salgono nei mondi superiori: rimangono sospesi nell’aria, privi di luce. Molti agiscono in modo religioso non per amore del Cielo, ma per ragioni personali, per nutrire il proprio io, per essere visti, riconosciuti, lodati. Ma Dio non guarda l’apparenza.

Dio guarda la radice dell’intenzione, il punto interiore da cui nasce l’azione. E solo ciò che nasce da un cuore allineato, da un’anima resa trasparente, da un desiderio purificato, diventa un’offerta che sale come luce nei mondi superiori.

Anche in qualcosa di sacro come la carità, molti donano grandi somme, ma solo verso quelle cause che li fanno apparire luminosi agli occhi del mondo. Non è carità: è autoadorazione. È l’offerta di Caino, non quella di Abele. Perché l’offerta di Caino non era sbagliata nella materia, ma nella qualità della luce: era un gesto che nasceva dall’ego, non dall’anima. Abele, invece, offrì ciò che Dio desiderava, non ciò che lui desiderava offrire. E per questo la sua offerta salì nei mondi superiori come luce pura.

Dio non si lascia impressionare dalle manifestazioni esteriori di pietà ostentata. Dio non guarda la ricchezza, né la posizione sociale, né la fama. Dio guarda il cuore, la radice dell’intenzione, il punto interiore da cui nasce l’azione.

Molti fanno cose giuste per ragioni sbagliate. Molti compiono atti religiosi per nutrire il proprio io, non per amore del Cielo. Ma Dio vede e Dio sa. E solo Dio conosce la verità che abita nel cuore di una persona. Solo Lui è il Giudice che distingue la sincerità dall’ipocrisia, la luce dalla Klippah che la riveste.

Perciò, quando si è veramente sinceri davanti a Dio, il motto dell’anima è uno solo: «Non la mia volontà, ma la Tua Volontà sia fatta, Signore». Un individuo sincero cerca la Volontà Divina, non la propria. Fa ciò che è giusto semplicemente perché è giusto, senza desiderio di ricompensa né in questo mondo né nel mondo a venire.

Guardate: nessuno è perfetto. Nessuno compie sempre tutto nel modo corretto. Tutti commettiamo errori — alcuni grandi, altri piccoli — e ogni errore genera onde di dolore, perché ogni distorsione nella nostra energia crea disarmonia nei mondi. Ma Dio conosce i limiti delle capacità umane.

Dio non si aspetta che siamo angeli; si aspetta che siamo umani, come siamo stati creati. Sa che siamo inclini a sbagliare, perché viviamo in corpi che oscurano la luce dell’anima.

Ciò che Dio guarda è questo: se riconosciamo i nostri errori, se proviamo rimorso autentico, se ci impegniamo a correggere le nostre vie, se cresciamo, se impariamo, se ci trasformiamo. Di questo Dio è soddisfatto. Perché è per questo che le nostre anime sono state mandate qui: per imparare, per correggere, per ascendere, per trasformare l’oscurità in luce. La Terra è una Scuola, non un tribunale. È il luogo dove le anime vengono a fare il loro tikkun.

giovedì 30 aprile 2026

Il pozzo di Miriam e il pozzo di Isacco

 Il pozzo di Miriam e il pozzo di Isacco

La parashà di questa settimana, Emor, contiene una descrizione lunga e dettagliata delle festività ebraiche. Al centro di queste festività vi sono le tre feste di pellegrinaggio: Pesach, Shavuot e Sukkot. Tutte e tre commemorano eventi legati al periodo dell’Esodo: Pesach, la liberazione dall’Egitto; Shavuot, la rivelazione divina sul Sinai; Sukkot, le «Nuvole di Gloria» che accompagnarono Israele nel deserto. Troviamo un intrigante parallelismo tra le tre festività e i tre principali leader dell’Esodo, i fratelli Miriam, Aronne e Mosè. Come è ben noto, i Saggi insegnano (Ta’anit 9a) che per merito di Mosè, gli Israeliti furono sostenuti dalla manna celeste; per merito di Miriam, ricevettero acque fresche e vivificanti ovunque andassero; per merito di Aronne, ebbero le Nuvole di Gloria protettrici. Il legame tra i fratelli e le festività è quasi evidente:

L'acqua di Miriam corrisponde perfettamente alle acque dell'Esodo, sia al Nilo, dal quale ella contribuì a salvare il piccolo Mosè, sia alla Divisione del Mar Rosso — dopo la quale la Torah si premura di menzionare che Miriam guidò le donne in un canto supplementare. Infatti, il Talmud (Sotah 12a) insegna che fu Miriam a riunire i suoi genitori dopo che questi avevano deciso di non avere più figli in seguito al crudele decreto del Faraone e si erano separati. Amram e Yocheved tornarono insieme e il risultato fu Mosè. Miriam è l’eroina nascosta, e senza di lei non ci sarebbe affatto la Pesach. La radice del suo nome è la stessa di maror, e la cronologia rabbinica fa risalire l'inizio della schiavitù degli Israeliti allo stesso anno in cui lei nacque. (Gli Israeliti rimasero in Egitto per 210 anni in totale, di cui 116 trascorsi sotto oppressione e gli ultimi 86 in dura schiavitù. Miriam aveva 86 anni al momento dell'Esodo).

Mosè è associato alla festa di Shavuot. È, ovviamente, l’eroe di Shavuot, colui che rese possibile la rivelazione divina sul Sinai e che poi salì sul monte per quaranta giorni e quaranta notti per ricevere ulteriori parti della Torah e portare giù le Tavole. Ci viene detto che durante quei quaranta giorni non mangiò né bevve (Esodo 34:28). Fu sostenuto interamente spiritualmente. Quei quaranta giorni di sostentamento spirituale alludono ai quarant'anni di sostentamento spirituale di cui gli Israeliti godettero attraverso la manna. Infine, le Nuvole di Gloria di Aaronne corrispondono chiaramente alle Nuvole di Gloria di Sukkot.

Possiamo anche mettere in parallelo questi tre personaggi con i tre pilastri delle Sefirot. Miriam, la primogenita, è il primo pilastro di Chessed, rappresentato dall’acqua. Aaronne, il secondogenito, è il secondo pilastro di Ghevurah, rappresentato dal fuoco. (In qualità di kohen gadol, Aaronne sovrintendeva a tutte le offerte sull’altare del fuoco, compresi i settanta tori di Sukkot.) Il terzo nato, Mosè, è il pilastro centrale di Tiferet, la Sefirah della Torah. Allo stesso modo, Pesach all'inizio dell'anno ebraico, nel primo mese di Nisan, ha l'energia di Chesed; Sukkot, sul lato opposto dell'anno, nel settimo mese di Tishrei, ha l'energia di Ghevurah; Shavuot, nel mezzo, è Tiferet.

Stargate

Lo Zohar (III, 103a), commentando la parashà di questa settimana, aggiunge un elemento affascinante alla discussione precedente: «Il pozzo [di Miriam] è il pozzo di Isacco». Cosa significa? Di quale «pozzo di Isacco» parla lo Zohar? Il primo che potrebbe venire in mente è Be’er Sheva, ma quel pozzo apparteneva anche ad Abramo, che in precedenza aveva concluso un accordo in quel luogo. In un altro punto, lo Zohar (I, 152b) sottolinea che anche con Giacobbe c’era un Be’er Sheva, in modo più nascosto. Quando Giacobbe incontra Rachele al pozzo, la parola “pozzo” viene menzionata esattamente sette volte, alludendo a un altro “Be’er Sheva”! Lo Zohar prosegue spiegando perché ciascuno dei Patriarchi dovesse avere un “momento Be’er Sheva”. Qui, tuttavia, il Pozzo di Isacco deve essere qualcosa di diverso, unico per lui.

L'unico altro pozzo specifico menzionato in relazione a Isacco è Be’er Lahai Ro’i, il pozzo battezzato da Agar (Genesi 16:14). Dopo essere stata espulsa da Sara, un angelo apparve ad Agar presso una sorgente o un pozzo. L'angelo le impartì una benedizione e le ordinò di tornare da Sara. Agar dichiarò di aver visto Dio in quel luogo, e che Egli era El Ro’i, “il Dio che ho visto” o “il Dio che mi ha vista”. Sebbene Be’er Lahai Ro’i abbia avuto origine con Agar, le altre due volte in cui è menzionato nella Torah è solo in relazione a Isacco! Mentre Abramo vive a Be’er Sheva, Isacco trascorre la maggior parte del suo tempo a Be’er Lahai Ro’i (Genesi 24:62, 25:11). C'è un profondo legame tra Isacco e Agar, e anche i numeri lo dimostrano, poiché la ghematria di “Agar” (הגר) è 208, esattamente equivalente a “Isacco” (יצחק)! Detto questo, il nostro focus qui non è il rapporto tra Isacco e Agar, ma il motivo per cui lo Zohar collega il Pozzo di Miriam al Pozzo di Isacco a Be’er Lahai Ro’i.

La prima volta che si parla di Be’er Lahai Ro’i, si tratta del luogo in cui l’angelo scese dal cielo e apparve ad Agar. La seconda volta che si menziona Be’er Lahai Ro’i (Genesi 24:62), è la prima volta che sentiamo parlare di Isacco dopo l’Akedah. Commentari come quelli di Ramban e Sforno dicono che Isacco andava regolarmente a quel pozzo speciale, Be’er Lahai Ro’i, per pregare lì. Sembra che questo pozzo fosse una sorta di “stargate” per il Cielo, un luogo dove gli angeli scendevano e le preghiere salivano. Infatti, i Tosafisti (in Hadar Zekenim) commentano qui: “Da dove veniva Isacco? Dal Giardino dell’Eden”. Molti Midrashim suggeriscono che durante l’Akedah, Isacco sia effettivamente salito in Paradiso e vi sia rimasto per tre anni, motivo per cui la Torah non fa menzione di lui tra l’Akedah all’età di 37 anni e il matrimonio con Rebecca all’età di 40 anni. (La Torah non dice nemmeno che Isacco sia sceso dal Monte Moriah: solo Abramo ritorna in Genesi 22:19!) Come è tornato Isacco sulla Terra dopo tre anni? Ritorna a Be’er Lahai Ro’i, suggerendo ancora una volta che questo sia un portale verso i Cieli.

Tornando allo Zohar: il Pozzo di Isacco — quel pozzo che egli utilizzò per tornare dai Cieli — è lo stesso del Pozzo di Miriam. Questo potrebbe ora spiegare da dove provenisse miracolosamente l’acqua. Se il Pozzo di Miriam era il Pozzo di Isacco — e il Pozzo di Agar, dove lei attinse l’acqua e fu salvata — possiamo ipotizzare che l’acqua fosse convogliata direttamente dall’Alto. Proprio come la manna scendeva dal Cielo per gli Israeliti, così faceva anche la loro acqua! Non dobbiamo dimenticare che “Cielo” è shamayim (שמים), letteralmente “acqua-là” (שם-מים). Sebbene siamo abituati a pensare all’acqua come a una sostanza terrena, in realtà è una sostanza spirituale che esiste in abbondanza molto maggiore dall’Alto, come ci viene detto nel Secondo Giorno della Creazione. Il Salmo 104:3 aggiunge hamekareh ba’mayim aliyotav, ovvero che Dio ha stabilito i mondi superiori nell’acqua. E quando Rabbi Akiva conduce i suoi colleghi a Pardes (Chagigah 14b), li avverte di non lasciarsi sconvolgere dall’acqua che vedranno (come approfondito in Secrets of the Last Waters e in questo shiur).

L’Arizal (nel *Sha’ar haMitzvot* sul versetto di *Ekev*) si spinge ancora oltre, spiegando che tutte le anime provengono dalle acque superiori: questo è il significato segreto della benedizione *boreh nefashot* (vedi qui per ulteriori approfondimenti al riguardo). Quelle stesse acque superiori speciali sono state convogliate in questo mondo, attraverso il Pozzo di Miriam, per sostenere gli Israeliti nel deserto, sia fisicamente che spiritualmente. E questo spiegherebbe perché lo Zohar dice che il Pozzo di Miriam è il Pozzo di Isacco. È lo stesso portale, lo stesso stargate, che collega i Cieli alla Terra.

Shabbat Shalom, Pesach Sheni Sameach e buon Lag b’Omer!

Maim Achronim

mercoledì 29 aprile 2026

Autorità

 Autorità

L’autorità non nasce da un gesto esteriore, ma dall’unione interiore tra le forze dell’uomo. Quando l’essere umano unifica le sue qualità – Chesed e Ghevurah, Tiferet e Malkhut – egli diventa come un piccolo santuario in cui la luce superiore trova un luogo in cui posarsi.

I “figli interiori”, nello Zohar sono le forze, le scintille, i pensieri e le emozioni che abitano l’uomo. Quando queste scintille sono in disaccordo, l’uomo parla una cosa ma il suo volto ne dice un’altra; la sua voce proclama, ma il suo Yesod non sostiene; la sua Malkhut è vuota e non può emanare. Ma quando l’uomo ha compiuto un lavoro di unità interna, allora tutte le sue cellule – i suoi “abitanti” – rispondono come un coro unico. La sua parola diventa Voce di Tiferet, e la sua azione Mano di Malkhut.

Gli altri percepiscono questa unità come autenticità, perché la luce che esce da lui non è frammentata. È questo che lo Zohar chiama “ashivut de-qadmita”: la dignità che precede l’azione, la luce che precede la parola.

Per il Ramak, l’autorità è la capacità di armonizzare le Sefirot dentro di sé.

Non è dominio, ma equilibrio.

Se prevale Chesed senza Ghevurah, l’autorità diventa debolezza.

Se prevale Ghevurah senza Chesed, diventa durezza sterile.

Se manca Tiferet, manca la bellezza dell’armonia.

Se Malkhut non è piena, non può trasmettere nulla.

L’essere che ha lavorato su di sé diventa un canale limpido: ciò che dice è ciò che fa, e ciò che fa è ciò che è.

Per questo gli altri lo ascoltano: non perché impone, ma perché risuona.

Il Ramak direbbe: “La sua autorità è la misura della sua armonia”.

Secondo l’Ari, ogni uomo nasce con una Shevirah interna: frammenti, desideri opposti, luci che non trovano un vaso.

L’autorità autentica nasce solo quando l’uomo ha compiuto un Tikkun su questi frammenti.

Ha raccolto le scintille disperse.

Ha riparato i vasi rotti delle sue emozioni.

Ha trasformato la sua Ghevurah in forza equilibrata.

Ha dato forma a una Malkhut che può ricevere e trasmettere.

Quando un uomo che ha compiuto il Tikkun parla, non parla solo la sua parte conscia: parlano Abba e Ima, parlano le sue radici, parlano le luci che ha ordinato dentro di sé.

Per questo la sua presenza è “magica”: non è magia, è ordine cosmico.

L’Ari direbbe: “La sua parola è Mochin de-Gadlut (mente espansa) che fluisce in un vaso purificato”.

Per Abulafia, l’autorità nasce quando l’uomo ha unificato le lettere dentro di sé. Ogni cellula è una lettera, ogni pensiero è una combinazione, ogni emozione è un Nome.

Quando le lettere sono confuse, l’uomo parla ma la sua parola non ha forza: il Nome che esce da lui è spezzato. Quando invece l’uomo ha compiuto un lavoro di Tzeruf, di permutazione e purificazione:

le lettere del suo pensiero si allineano,

il respiro sostiene la parola,

la parola sostiene l’azione,

l’azione sostiene l’essere.

Allora la sua voce porta Shefa, abbondanza. Gli altri lo percepiscono come “vero” perché la sua parola è un Nome completo, non una combinazione casuale.

Abulafia direbbe: “La sua autorità è la vibrazione unificata del Nome che egli è”.

L’autorità autentica è unità:

unità delle Sefirot (Zohar)

unità delle qualità (Ramak)

unità dopo la frantumazione (Ari)

unità delle lettere interiori (Abulafia)

Quando l’uomo è unificato, tutto ciò che esce da lui – parola, gesto, sguardo – è uno. E ciò che è uno, secondo lo Zohar, non può essere contraddetto.

martedì 28 aprile 2026

Umiltà

 Umiltà

Disse Rabbi Shim‘on: Beato è l’uomo che conosce il segreto del farsi piccolo, poiché in questo si cela la grandezza dei mondi. L’uomo crede che la forza stia nell’imporre la propria voce e nel mostrare il proprio sapere, ma questo è solo il movimento della natura inferiore, che vuole separarsi e dire: “Io sono qualcosa”.

Ma quando l’uomo si presenta davanti al Santo, benedetto Egli sia, allora tutte le forze che gridano “io” devono tacere. Poiché dinanzi al Volto del Re non c’è spazio per due sovranità. E quando l’uomo si annulla, allora si apre in lui il segreto dell’Ayin, il Nulla divino, che è la radice di ogni esistenza.

E così insegnarono gli antichi: Quando l’uomo si fa piccolo, egli diventa un vaso puro; e quando il vaso è puro, la Luce Superiore vi si riversa senza ostacolo. Ma se l’uomo si innalza davanti al Signore, la luce si ritrae, poiché non può abitare in un luogo dove l’ego erige muri.

Che cosa deve diminuire?

La natura inferiore, chiamata nefesh behamit, che separa e divide, deve dissolversi come candela davanti al sole. Non perché sia malvagia, ma perché è limitata, frammentata, incapace di contenere l’Infinito.

Quando essa si ritira, allora emerge la natura superiore, la neshamah, che è già unita al Tutto e non conosce separazione.

Allora si compie il segreto delle parole: “Non sei tu che vivi, ma il Santo che vive in te”.

Poiché l’uomo diventa come una finestra limpida: non si vede più il vetro, ma solo la luce che lo attraversa.

Quando l’uomo si annulla, non scompare: egli ritorna alla sua radice, che è più vasta dell’universo.

Il piccolo diventa grande, il limitato diventa illimitato, il frammento ritorna al Mare senza confini.

E questo è il segreto che i saggi chiamarono “Yichuda Ila‘ah”, l’Unione Superiore: l’uomo non dice più “io e Lui”, ma “io in Lui e Lui in me”, come la fiamma che si unisce al fuoco.

Lo scopo di ogni disciplina spirituale, insegnano i Maestri, è che l’uomo riconosca la sua vera identità: non un essere separato, ma una scintilla dell’Infinito.

Non un frammento isolato, ma un raggio del Sole eterno.

E questo è il segreto della formula: “Io sono Lui” — Anokhi Hu.

Non come affermazione dell’ego, ma come rivelazione dell’Ayin: quando l’“io” si svuota, allora il Divino appare.

lunedì 27 aprile 2026

La bontà come imitazione delle Sefirot

 La bontà come imitazione delle Sefirot e come ordine dell’emanazione

L’uomo spesso esita a manifestare la propria bontà, temendo che essa non venga riconosciuta o apprezzata. Ma tale esitazione nasce da una visione limitata, perché la bontà non è un gesto rivolto agli uomini: è un flusso che discende da Chesed, la prima delle Sefirot attive, e che l’uomo è chiamato a imitare.

Secondo l’insegnamento dei Maestri, e in particolare secondo la via del Ramak, l’uomo deve modellare il proprio comportamento sulle Sefirot, poiché esse sono il paradigma dell’azione divina nel mondo.

Così come Chesed dona senza calcolo, senza chiedere ritorno, senza valutare il merito del destinatario, allo stesso modo l’uomo deve lasciar fluire la propria bontà senza lasciarsi paralizzare dall’ingratitudine o dalla durezza degli altri.

Quando l’uomo dice: “Non farò il bene, perché gli altri non lo apprezzeranno”, egli interrompe il flusso dell’emanazione.

È come se un canale si chiudesse, impedendo alla luce di scendere.

Ramak insegna che la bontà deve essere costante, perché la sua radice è in Dio, non negli uomini.

L’uomo non deve imitare il comportamento dei destinatari, ma il comportamento delle Sefirot, che donano anche a chi non merita, che sostengono anche chi non riconosce.

Può accadere che, dopo aver fatto del bene, si riceva in cambio ingratitudine o perfino tradimento.

Ma questo non diminuisce il valore dell’atto: significa soltanto che il flusso non è tornato indietro.

Il bene, però, ha già prodotto armonia nei mondi superiori, perché ogni atto di bontà crea un equilibrio tra Chesed, Ghevurah e Tiferet.

Il Ramak direbbe: “Il bene compiuto non si perde mai, perché ogni emanazione di bontà genera un’armonia che rimane”.

La ricompensa non viene dagli uomini, ma da Colui che vede tutto.

E la ricompensa divina non è un pagamento, ma un allargamento dell’anima.

Quando l’uomo compie il bene senza aspettarsi nulla, egli si rende simile alle Sefirot, e per questo riceve una luce più grande.

Quella luce si manifesta come:

maggiore salute armonia tra corpo e anima

maggiore forza consolidamento delle qualità interiori

maggiore saggezza espansione di Chokhmah e Binah

maggiore felicità equilibrio tra le forze dell’anima

Questa è la vera ricompensa: diventare un canale più puro, più ampio, più stabile della bontà divina.

La bontà è un flusso che discende da Chesed.

L’uomo deve imitare le Sefirot, non gli uomini.

Il tradimento non annulla il valore del bene.

La ricompensa è l’espansione dell’anima e l’armonia interiore.

domenica 26 aprile 2026

La Sorgente Divina

 La Sorgente Divina

Cercate di ristabilire ogni giorno il contatto con la Sorgente divina, poiché ogni giorno la Sorgente chiama e ogni giorno l’uomo può rispondere. Come è scritto nei segreti antichi: “Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle Sue acque”.

Così anche voi: l’abisso della vostra interiorità chiama l’Abisso superiore, e il flusso che scende dall’Alto risveglia il flusso che sale dal basso.

Per prima cosa fate scendere l’acqua celeste nel vostro cuore, ché il cuore è il pozzo nascosto, il luogo in cui la Shekhinah dimora in attesa dell’amore.

E sappiate che l’amore è la chiave che apre il pozzo, poiché l’amore purifica, addolcisce i giudizi, scioglie le scorie, e rende il cuore simile a un vaso limpido che può ricevere la rugiada superiore.

Quando l’acqua celeste entra nel cuore, essa diventa calore e misericordia; quando entra nell’intelletto, diventa luce.

E quella luce è come il raggio che esce dalla lettera Vav, che unisce l’Alto e il basso: illumina i sentieri, rivela le trappole, dissolve le ombre, e mostra la via diritta che conduce alla Vita.

Chi riceve quella luce non cammina più nel mondo come un cieco, ma come uno che vede la radice delle cose e ne riconosce il volto segreto.

Quando poi l’acqua celeste penetra nell’anima, essa la dilata fino alle dimensioni dell’universo.

L’anima allora diventa come la ה Hei finale del Nome, ampia come il mondo, capace di contenere tutte le creature, di portarle nel proprio respiro e di unirsi a loro nella compassione.

In quel momento l’uomo non è più un frammento isolato, ma un’onda dell’oceano infinito: si fonde nell’immensità e l’immensità si fonde in lui.

E quando sarete riusciti a far scorrere quell’acqua nel cuore, nell’intelletto e nell’anima, essa risalirà fino alla Sorgente primordiale, il vostro spirito, che è la scintilla della י Yod nascosto.

Lì l’acqua non è più acqua, ma pura volontà, pura potenza, pura vita.

Lì l’uomo non vive più la vita terrena, ma la vita divina, che è onnipotenza non nel dominio, ma nell’unione: unione con la Radice, unione con la Luce, unione con l’Infinito.

Allora comprenderete che la Sorgente non era lontana, ma scorreva in voi da sempre, e che tutto il lavoro spirituale consiste nel togliere i veli che impediscono all’acqua di fluire.

E quando l’acqua fluisce senza ostacoli, l’uomo diventa un canale della Benedizione, e la Benedizione scorre attraverso di lui verso tutti i mondi.

E sappiate che quando l’acqua celeste scende nel cuore, nell’intelletto e nell’anima, essa non scende soltanto: discende per risalire, poiché ogni discesa dall’Alto è un invito alla risalita dal basso.

Così insegnano i Maestri del segreto: “Nessuna goccia scende senza che una goccia salga a incontrarla”.

E questa è la danza delle acque, la danza dell’unione tra i mondi.

Quando l’acqua celeste trova un cuore purificato dall’amore, essa diventa come un fiume che scorre senza ostacoli.

Ma quando trova un cuore chiuso, essa rimane sospesa, come la rugiada che attende l’alba per cadere.

Perciò l’uomo deve ogni giorno aprire il proprio cuore, affinché la rugiada superiore possa posarsi e trasformarsi in benedizione.

E quando la luce entra nell’intelletto, essa non illumina soltanto i sentieri esteriori, ma anche i sentieri interiori, quelli che conducono alla radice dell’anima.

Allora l’uomo vede non solo ciò che deve fare, ma chi egli è.

E questa visione è più luminosa di mille soli, poiché è la visione della propria scintilla divina, che arde come una fiamma sottile nel santuario del pensiero.

Quando l’acqua celeste dilata l’anima fino alle dimensioni dell’universo, l’uomo sente in sé il respiro di tutte le creature.

Sente il canto degli angeli, il fremito delle stelle, il gemito dei mondi inferiori, e tutto questo diventa un’unica voce, un unico suono, un unico Nome.

E l’anima, dilatata, diventa come la Hei del Nome, che contiene e accoglie, che espande e abbraccia.

Ma il segreto più grande è questo: quando l’acqua celeste raggiunge lo spirito, essa non è più acqua, né luce, né dilatazione.

Essa diventa silenzio.

Un silenzio che non è vuoto, ma pienezza; non è assenza, ma presenza; non è quiete, ma potenza.

È il silenzio della Yod, il punto originario da cui tutto sgorga e a cui tutto ritorna.

In quel silenzio l’uomo conosce la vita divina.

Non una vita che domina, ma una vita che unisce; non una vita che impone, ma una vita che irradia; non una vita che separa, ma una vita che riconduce ogni cosa alla sua radice.

E questa è la vera onnipotenza: non il potere di cambiare il mondo, ma il potere di essere uno con il mondo, uno con la Sorgente, uno con l’Infinito.

E quando l’uomo vive in questo stato, egli diventa un canale attraverso cui la Benedizione scorre verso tutti i mondi.

Le acque superiori e inferiori si uniscono in lui, la Shekhinah trova dimora in lui, e il Santo — benedetto Egli sia — si compiace della sua opera.

Allora l’uomo diventa come un albero piantato presso le acque: le sue radici affondano nella terra, ma i suoi rami toccano il cielo.

sabato 25 aprile 2026

Gioia e Turbamento

 Gioia e Turbamento

Talvolta, senza sapere perché, all’improvviso si desta in voi una gioia sottile o un turbamento improvviso. Lo Zohar direbbe che questi movimenti non nascono dal nulla: sono risvegli (התעוררותא) che provengono dai mondi superiori, scintille che toccano il cuore come un soffio che passa e non si vede. Ogni emozione inattesa è un’onda che proviene da un incontro invisibile, un contatto tra luci e vasi, tra ciò che scende e ciò che in voi è pronto a ricevere.

Quando incontrate un passante e il suo volto attira il vostro sguardo, non è un semplice caso. Lo Zohar insegna che il volto (פנים) è il luogo dove la luce dell’anima affiora nel corpo, e che guardare un volto significa toccare la radice spirituale di quella persona.

Il pensiero d’amore che gli inviate è come un raggio sottile (קַו דַּק) che esce dai vostri occhi: un filo di Chesed che attraversa l’aria e raggiunge il suo cuore.

L’altro forse non se ne accorge, ma il suo Kli riceve quella luce, e la luce, una volta entrata, compie il suo lavoro: lenisce, risveglia, purifica, oppure semplicemente si posa come rugiada.

Secondo lo Zohar, quando improvvisamente provate una gioia, è possibile che un essere del mondo invisibile – un mal’akh, una scintilla di un’anima, o un raggio proveniente da un livello più alto – abbia posato su di voi il suo sguardo.

Lo sguardo dell’essere superiore è un Zivug (unione) di luce, un contatto tra la sua emanazione e il vostro cuore.

E come voi avete inviato amore a un passante, così un’entità luminosa può aver inviato amore a voi.

In ogni luogo, dice lo Zohar, l’uomo cammina tra due folle:

quella dei corpi visibili,

e quella delle forme sottili che abitano l’aria, i pensieri, i raggi di luce, le correnti dell’anima.

Da ognuna di queste folle riceviamo influenze: alcune di Chesed, altre di Ghevurah, altre ancora di Tiferet, e queste influenze spiegano la varietà dei nostri stati d’animo.

Non siamo mai soli: siamo sempre nel mezzo di un campo di forze, di luci che si intrecciano.

Lo Zohar chiama il sole “specchio superiore” (מראה עליונה), immagine del flusso divino che illumina tutti i mondi.

Quando il sole ci guarda, non è solo una metafora: il suo raggio è un canale di Shefa, un condotto attraverso cui la luce divina scende nei mondi inferiori.

Il sole è il simbolo di Ze’ir Anpin, il volto maschile della divinità, che ogni giorno effonde vita, calore, benedizione.

E come il sole guarda la terra, così il Santo – benedetto Egli sia – guarda l’anima dell’uomo.

Amare Dio, dice lo Zohar, non è un sentimento astratto: è presentarsi ogni giorno davanti al Suo volto, come la luna che si presenta davanti al sole per ricevere la sua luce.

È un atto di Zivug (unione), di incontro tra il desiderio dell’uomo e la luce dell’Alto.

Chi si espone allo sguardo divino diventa come un vaso che si riempie:

la luce entra,

il cuore si dilata,

la coscienza si purifica,

e la persona diventa capace di irradiare a sua volta.

Ogni emozione improvvisa è un contatto tra mondi.

Ogni sguardo è un ponte tra anime.

Ogni raggio di sole è un messaggero del divino.

Ogni giorno è un invito a presentarsi davanti al Volto superiore per ricevere luce.

Quando una gioia o un dispiacere sorgono senza causa apparente, lo Zohar direbbe che non è l’emozione a nascere in voi, ma voi a essere entrati in un’onda che già esisteva.

Le emozioni improvvise sono correnti di Ruach che attraversano i mondi come venti sottili. L’anima, che è un ricettacolo di luci, vibra quando una corrente la sfiora.

Lo Zohar chiama questo fenomeno “Neshikà deOr un bacio di luce: un contatto tra la vostra radice e una radice superiore che passa accanto a voi.

Non siete voi a cambiare: è il mondo invisibile che vi tocca.

Quando incontrate un passante e il suo volto cattura il vostro sguardo, avviene un piccolo mistero.

Il volto è chiamato Panim, e Panim è della stessa radice di Pnimiyut, interiorità.

Guardare un volto significa penetrare per un istante nella sua interiorità spirituale.

Lo Zohar insegna che gli occhi sono due fontane di luce, e che ogni sguardo è un raggio che esce da voi come un filo sottile di Chesed.

Quando inviate un pensiero d’amore, quel raggio diventa un Kav shel Rachamim, un filo di misericordia che attraversa l’aria come un ponte.

L’altro non lo percepisce con i sensi, ma la sua anima lo riceve.

E quando un’anima riceve, risponde:

talvolta con gratitudine,

talvolta con sollievo,

talvolta con un risveglio che non sa spiegare.

Così come voi guardate un volto umano, esistono esseri di luce che guardano voi.

Lo Zohar li chiama “messaggeri del vento”, scintille che attraversano i mondi come particelle di sole.

Quando uno di questi esseri posa il suo sguardo su di voi, il suo raggio entra nel vostro cuore come un’onda calda.

E allora sentite una gioia improvvisa, come se qualcuno avesse bussato alla porta della vostra anima.

Non è fantasia: è Shefa, abbondanza che scende.

E come esistono esseri di luce, esistono anche correnti più pesanti, provenienti da zone d’ombra dei mondi inferiori.

Quando queste vi sfiorano, nasce un turbamento, un’inquietudine, un peso improvviso.

Per questo lo Zohar dice che l’uomo è un albero in mezzo ai venti: i venti lo scuotono, e lui crede che il movimento venga da dentro, mentre viene da fuori.

In ogni luogo, siete circondati da due moltitudini:

la moltitudine dei corpi,

e la moltitudine delle forme sottili.

Gli esseri invisibili non sono fantasmi: sono stati dell’anima, pensieri erranti, frammenti di desiderio, scintille di anime, correnti di luce, ombre di mondi.

Alcuni portano benedizione, altri confusione.

Alcuni sono attratti dalla vostra luce, altri dalla vostra vulnerabilità.

Per questo i vostri stati d’animo cambiano come il cielo: non siete voi a cambiare, ma ciò che passa attraverso di voi.

Il sole non è solo un astro: è un Panim Elyon, un volto superiore.

Lo Zohar lo chiama “specchio del Re”, perché riflette la luce che proviene dal mondo divino.

Ogni raggio è un messaggero.

Ogni mattina, quando il sole sorge, è come se il Santo – benedetto Egli sia – aprisse una finestra e guardasse il mondo.

Il sole è il simbolo di Ze’ir Anpin, il volto maschile della divinità, che effonde vita e calore.

E la terra è come la Nukva, che riceve la luce e la trasforma in frutti, colori, vita.

Quando il sole vi guarda, è Dio che vi guarda attraverso il sole.

Amare Dio significa non nascondersi dal Suo sguardo.

Significa presentarsi ogni giorno come la luna che si presenta davanti al sole per ricevere la sua luce.

Chi si presenta davanti al Volto divino diventa un vaso che si riempie.

La luce entra, il cuore si dilata, la mente si purifica, e la persona diventa capace di irradiare a sua volta.

Lo Zohar dice: “La luce che ricevi diventa la luce che doni”.

E così il cerchio si chiude:

ricevete luce dal mondo invisibile,

donate luce agli altri con il vostro sguardo,

e il sole, volto di Dio, dona luce a voi.

Vedere la Realtà

  Vedere la Realtà Mi assalgono, mi circondano, ma nel Nome di יהוה (Adonai) abbatterò. (Salmo 118:11). Hai occhi per vedere? Non parlo...