Vincere l’insoddisfazione
È già accaduto che, in un
attimo di scoraggiamento, alcuni artisti abbiano distrutto certe loro opere. È
normale non essere mai totalmente soddisfatti delle proprie creazioni, ma
perché arrivare al punto di distruggerle? Quegli artisti non solo hanno fatto
del male a sé stessi, ma hanno anche privato l'umanità di grandi tesori.
La motivazione del loro gesto
deriva dal fatto che essi erano rimasti troppo concentrati su sé stessi, sulle
proprie difficoltà, le proprie angosce, i propri tormenti. Non avevano saputo
uscire dai limiti del proprio sé per mettersi in contatto con tutto ciò che di
buono e bello esiste negli esseri umani e nella creazione. Solo questo
atteggiamento avrebbe potuto proteggerli impedendo loro di dirigere
quell'insoddisfazione contro la propria opera.
In linguaggio cabalistico,
questo è un eccesso di Hod non rettificato: la tendenza a riflettere troppo, a
rielaborare troppo, a guardare continuamente dentro di sé fino a perdere la
capacità di vedere la luce esterna. Hod, quando non è bilanciato da Netzach,
diventa un vortice di autocritica, di instabilità, di ricerca infinita della
perfezione.
L’artista che distrugge la
propria opera è vittima di una Shevirah/rotttura interiore: il vaso non regge
la luce che lui stesso ha fatto scendere.
Come questi artisti, anche
gli spiritualisti possono attraversare periodi di scoraggiamento, poiché
percorrono un cammino difficilissimo e possono essere tentati di rinnegare il
proprio impegno.
Ma la Kabbalah insegna che
ogni luce deve essere bilanciata da un vaso, e ogni vaso deve essere sostenuto
da una luce.
Quando la luce è troppa, il
vaso si spezza. Quando il vaso è troppo rigido, la luce non entra. Per questo i
Maestri dicono: “Chi guarda solo dentro di sé, vede solo la propria ombra”. La
via è uscire da sé, come insegna il Baal Shem Tov: “Dove va il pensiero, lì
l’uomo si trova”.
Se il pensiero rimane chiuso
nel proprio tormento, l’uomo si chiude. Se il pensiero si apre alla bellezza
del mondo, l’uomo si apre. Provino invece a rimanere in ammirazione davanti
alle opere di Dio, in ammirazione davanti ai servitori di Dio, e
quell'ammirazione li metterà al riparo dalla tristezza e dalla disperazione che
le imperfezioni di cui soffrono possono ispirare loro.
In termini cabalistici,
questo significa:
• risalire da Hod a Netzach,
• dalla riflessione alla stabilità,
• dall’eco alla sorgente,
• dalla critica alla gratitudine.
L’ammirazione è un atto di
Netzach: è la capacità di vedere ciò che dura, ciò che è buono, ciò che è
eterno.
È la forza che dice: “Nonostante
tutto, la luce continua”.
Quando l’uomo contempla le
opere di Dio, la sua anima si riallinea alla radice. Quando contempla i giusti,
la sua anima si ricorda che la perfezione non è richiesta: è richiesto il
cammino. E quando contempla la bellezza del mondo, la sua anima si ricorda che
la Creazione stessa è un atto di amore che non si è mai pentito di esistere. Così,
ciò che era scoraggiamento diventa Tikkun/correzione, ciò che era tristezza
diventa apertura, ciò che era distruzione diventa continuità. Perché, come
insegna la Kabbalah, la luce non chiede di essere perfetta: chiede di essere
ricevuta.