giovedì 19 febbraio 2026

La metafora della sporcizia come residuo delle Qelipot

 La metafora della sporcizia come residuo delle Qelipot

 Secondo la Cabalà, ciò che “nutre gli indesiderabili” non è semplicemente impurità morale, ma residuo energetico: ciò che Luria chiama psollet, scarto, frammento non elevato.

Il mondo interiore dell’uomo è come un piccolo santuario: quando vi rimangono residui non trasformati — emozioni stagnanti, desideri distorti, pensieri che non hanno trovato la loro forma luminosa — essi diventano nutrimento per le Kelippot, le “scorze” che vivono di ciò che non è ancora stato restituito alla sua radice.

Lo Zohar afferma che “la sporcizia attira la sporcizia”, perché ogni stato vibrazionale chiama ciò che gli è simile.

Luria aggiunge che le Klippot non hanno vita propria: vivono solo del nostro scarto.

Per questo, come nel mondo fisico gli avanzi attirano mosche e insetti, nel mondo sottile gli avanzi psichici attirano entità che si nutrono di ciò che non è stato purificato.

Per Cordovero, la purificazione non è solo rimuovere il negativo, ma imitare il flusso divino.

Le Sefirot non trattengono nulla: ricevono, trasformano, donano.

L’impurità nasce quando l’uomo trattiene ciò che dovrebbe fluire.

Così, la “pulizia” non è repressione, ma ristabilire il movimento:

• Chokhmah: intuizione pura

• Binah: chiarificazione

• Tiferet: armonizzazione

• Yesod: canalizzazione

• Malkhut: manifestazione pulita

Quando un pensiero o un’emozione rimane bloccata, si corrompe.

Quando fluisce, si purifica.

Luria insegna che ogni emozione, anche la più bassa, contiene una scintilla divina caduta.

Non basta scacciarla: va elevata.

La pulizia interiore è un atto di birur, separazione ed elevazione:

• Non si combatte la Klippah.

• Le si toglie il nutrimento.

• Si recupera la scintilla che essa custodisce.

• La si restituisce alla sua radice.

Quando trasformi un desiderio distorto in desiderio di bene, un pensiero oscuro in consapevolezza, un’emozione pesante in compassione, stai compiendo un atto di Tikkun: stai convertendo il “cibo delle Klippot” in cibo per gli spiriti celesti, cioè per le forze luminose che sostengono la tua anima.

La chassidut aggiunge un punto decisivo: la pulizia non è solo vigilanza, ma accensione.

La gioia, la vitalità, la presenza sono come luce che dissolve l’ombra.

Il Baal Shem Tov insegna che la tristezza e la pesantezza sono il vero terreno fertile delle entità indesiderabili: non perché siano “cattive”, ma perché sono assenza di luce.

La gioia, invece, è una forma di devekut, unione.

Quando l’anima è accesa, le Klippot non trovano più spazio.

In chiave cabalistica, la pulizia avviene in tre movimenti:

1. Sorvegliare (שְׁמִירָה – Shemirah)

Osservare i pensieri e i sentimenti senza identificarvisi.

Vedere dove si accumula residuo.

2. Purificare (טָהֳרָה – Taharah)

Respirare, chiarire, sciogliere.

Portare luce nella zona d’ombra.

3. Trasformare (הַמְתָקָה – Hamtaqah)

Convertire l’energia:

• paura coraggio

• desiderio distorto desiderio di connessione

• rabbia forza di protezione

• tristezza profondità del cuore

Questo è il lavoro di Yesod: raffinare il canale, rendere il flusso limpido.

Liberarsi dagli indesiderabili non è guerra, ma igiene spirituale.

Non si combattono le ombre: si illumina ciò che le genera.

Non si scacciano le entità: si toglie loro il nutrimento.

Ogni volta che purifichi un pensiero, un’emozione, un desiderio, stai compiendo un atto di Tikkun che risuona in tutte le Sefirot.

Stai trasformando scarto in luce, residuo in nutrimento angelico, impurità in elevazione.

È un lavoro semplice, quotidiano, ma cosmico.

mercoledì 18 febbraio 2026

Il Rifugio più Sicuro: la Preghiera

 Il Rifugio più Sicuro: la Preghiera

 I Maestri insegnano che la preghiera non è un semplice atto di supplica, ma un movimento cosmico: un’ascesa dell’anima attraverso i mondi, un atto di Tikkun che riallinea l’essere umano con le correnti della Luce Infinita.

Secondo il Zohar, quando l’uomo prega, «l’anima si veste di ali» e risale i palazzi superiori, entrando in risonanza con le sefirot che governano la vita. La preghiera è dunque il ponte che collega il mondo frammentato di Assiyah con la pienezza di Atzilut.

Il Santo, benedetto Egli sia, non ha bisogno che gli si ricordi ciò che manca alla creatura: tutto è già predisposto nei mondi superiori, come insegna il Ramak, il quale afferma che ogni sefirah è una “camera di abbondanza” sempre traboccante.

Il problema non è la mancanza di bene, ma la nostra incapacità di elevarci fino al luogo in cui quel bene scorre senza ostacoli.

La preghiera è proprio questo: un atto di elevazione.

Non serve a cambiare la volontà divina, ma a cambiare la nostra posizione nei mondi.

Quando l’uomo rimane nel piano inferiore, immerso nelle correnti pesanti di Assiyah, è vulnerabile alle forze di separazione, alle Kelippot, alle energie che si nutrono di confusione e paura.

Ma quando si eleva, anche solo di un grado, entra in un dominio dove quelle forze non possono più raggiungerlo.

I cabalisti spiegano questo con una parabola: un uomo è inseguito da nemici che vogliono catturarlo. Corre, affannato, finché giunge a una grande sala illuminata, dove i giusti stanno festeggiando in presenza del Re.

Appena varca la soglia, nessuno gli chiede chi sia: lo accolgono, lo rivestono, lo fanno sedere alla tavola.

I nemici rimangono fuori, incapaci di oltrepassare il confine della Luce.

Così è la preghiera.

Essa introduce l’anima in un luogo dove il Santo benedetto Egli sia, i Suoi angeli e le Sue emanazioni luminose — gli arcangeli di Yetzirah, le Sefirot di Beriah, le luci di Atzilut — sono in festa.

E come insegna l’Ari, quando l’uomo entra in questo spazio, le Kelippot cadono da lui come scorza bruciata, perché non trovano più nutrimento.

Per questo i Maestri dicono: “Quando sei turbato, non restare nel luogo del turbamento”.

Non cercare sollievo nelle lamentele, né rifugio in sostanze che alterano la coscienza.

Il rimedio è cambiare mondo, cambiare altitudine, cambiare il luogo interiore da cui guardi la vita.

Nelle situazioni più difficili, ricordati che nulla è definitivo.

La Cabalà insegna che ogni stato è solo una configurazione temporanea delle luci e dei vasi.

Quando la pressione aumenta, non è un segno di abbandono, ma un invito a salire.

Il Santo, benedetto Egli Sia, non ti trascinerà fuori dall’Inferno contro la tua volontà: lo Tzimtzum stesso è la prova che Dio lascia spazio alla creatura perché compia il proprio movimento.

Sta a te compiere il primo passo: alzare lo sguardo, aprire il cuore, pronunciare parole che siano come scale di luce.

E non appena ti elevi, anche solo un poco, entri in un dominio dove la Luce ti precede, ti avvolge, ti protegge.

La preghiera è dunque il rifugio più sicuro perché non è fuga, ma ritorno: ritorno alla radice dell’anima, ritorno alla sorgente delle benedizioni, ritorno al luogo dove il mondo è ancora intero e la tua vita è ancora luminosa.

martedì 17 febbraio 2026

Partire col Piede Giusto

 Partire col Piede Giusto

Nel momento in cui l’uomo si accinge a intraprendere una nuova iniziativa, non è soltanto un atto nel mondo dell’azione (Olam haAsiyah). Ogni inizio è unapertura nei mondi superiori, un movimento che risveglia forze nelle Sefirot e stabilisce la qualità del flusso che discenderà.

Secondo la tradizione lurianica, l’intenzione iniziale (kavvanah) è ciò che determina se la luce che scenderà sarà una luce diritta (Or Yashar) o una luce distorta, frammentata, incapace di trovare i suoi recipienti.

Per questo i Maestri insegnano che il successo o la delusione non dipendono solo dalle circostanze esteriori, ma dalla qualità del mondo interiore da cui nasce il primo passo.

Può sembrare sorprendente che un pensiero, un’emozione o un tono dell’anima possano influenzare una concatenazione di eventi esteriori. Eppure, lo Zohar afferma che ogni movimento dell’uomo risveglia un movimento corrispondente nei mondi superiori, e ciò che viene risvegliato ritorna su di lui come eco.

Se l’uomo esce di casa in uno stato di agitazione, egli non porta con sé solo un’emozione: egli attiva forze caotiche, residui dei dinim/giudizi non rettificati, scintille che non hanno ancora trovato pace.

E se in quello stato si reca a incontrare qualcuno per una questione delicata, quelle forze — come insegna Cordovero — si “agganciano” ai suoi pensieri e li trascinano verso reazioni impulsive, irrigidimenti, chiusure.

Più si avvicina alla meta, più la sua interiorità si stringe, come un recipiente troppo contratto per ricevere la luce.

Come si risolve questo meccanismo?

La Cabalà insegna che ogni azione deve essere preceduta da un atto di Tikkun interiore. Prima di muovere il piede, l’uomo deve muovere il cuore.

Occorre fermarsi, raccogliere il respiro, riportare l’anima nel suo asse.

Occorre risvegliare in sé le qualità di Chesed (amore), Tiferet (armonia) e Yesod (connessione), affinché il primo passo sia un passo che unisce e non che divide.

Quando l’uomo compie il primo movimento in uno stato di calma, di benevolenza e di chiarezza, egli apre un canale puro attraverso cui la luce può fluire senza ostacoli.

E allora accade qualcosa di molto concreto: il colloquio, l’iniziativa, l’incontro si svolgono con maggiore fluidità, perché la luce che egli ha risvegliato all’inizio continua ad accompagnarlo.

Man mano che procede, egli si sente più centrato, più in sintonia con ciò che deve accadere, come se i mondi superiori rispondessero al suo passo con un passo corrispondente.

Questo è il significato profondo dell’espressione: “Partire col piede giusto”.

Non è un proverbio, ma un principio metafisico:

Il primo passo determina il canale della luce.
L’inizio contiene in potenza tutto ciò che seguirà.

Preparare il proprio stato interiore significa predisporre i recipienti affinché la luce che discende possa essere ricevuta senza frantumarsi.

Significa trasformare ogni azione in un atto di Tikkun, ogni incontro in un’opera di unificazione, ogni iniziativa in un ponte tra i mondi.

Rosh Chodesh Adar

 

Scudo protettivo per il mese di Adar

 

lunedì 16 febbraio 2026

Evitare di esternare il proprio malcontento

 Evitare di esternare il proprio malcontento

 Secondo la Kabbalah, ogni parola che l’uomo pronuncia risveglia un flusso nelle Sefirot. La parola di lamento, di critica o di amarezza non è un semplice suono: è un moto di Ghevurah non rettificata, una scintilla di giudizio che, non trovando un canale equilibrato, precipita nei mondi inferiori e genera disarmonia.

Chi esterna continuamente il proprio malcontento attiva in sé il Partzuf del Din, una configurazione interiore in cui la severità domina senza la dolcezza di Chesed. In questo stato, la persona diventa un veicolo di contrazione, restringimento, oscurità. Ovunque passi, lascia un’impronta di tzimtzum non creativo, un restringimento sterile che sottrae luce invece di generarla.

Il malcontento come moto di Ghevurah verso se stessi

Esiste tuttavia una forma di malcontento che i Maestri considerano utile: quella rivolta verso sé stessi.

Quando l’uomo è insoddisfatto della propria condotta e desidera elevarsi, egli risveglia Ghevurah della Kedushah, la severità santa che purifica, delimita, raffina. In questo caso, il Partzuf attivato è GhevuratAbba, la forza del discernimento che separa il puro dallimpuro, il vero dal falso.

Ma quando il malcontento si dirige verso Dio, verso l’esistenza o verso il mondo, esso scivola in Ghevurah della Sitra Achra, la severità dell’altro lato, che non costruisce ma distrugge, non chiarifica ma confonde.

La Kabbalah insegna che il volto dell’uomo è un microcosmo delle Sefirot:

lo sguardo appartiene a Chokhmah,

la voce a Binah,

i gesti a Ze’ir Anpin,

l’espressione complessiva a Tiferet.

Quando il malcontento domina, queste Sefirot si oscurano.

Lo sguardo si fa torvo perché la luce di Chokhmah non scorre; la voce diventa dura perché Binah si è chiusa; i gesti si irrigidiscono perché Ze’ir Anpin è contratto; il volto si incupisce perché Tiferet ha perso la sua armonia.

L’uomo diventa così un piccolo Partzuf di oscurità, un volto che non riflette più la Shekhinah ma la sua assenza.

Molti credono che criticare tutto e tutti sia segno di intelligenza, di lucidità, di superiorità.

Ma nella visione cabalistica, questa è una forma di Ghevurah non bilanciata, che si traveste da saggezza ma in realtà è solo frammentazione.

Le persone che vivono in questo stato non sono considerate piacevoli perché la loro presenza attiva negli altri un moto di difesa: il loro campo energetico è un continuo richiamo al giudizio, e l’anima umana cerca naturalmente di evitarlo.

Come può la Shekhinah dimorare accanto a chi apre la bocca solo per criticare, lamentarsi, recriminare?

La Shekhinah si posa dove c’è Chesed, dove c’è apertura, dove c’è spazio per la luce.

Il lamento continuo, invece, crea un ambiente in cui la Presenza Divina non trova luogo.

Il compito dell’uomo: trasformare il giudizio in misericordia

Il lavoro spirituale consiste nel trasformare il malcontento in discernimento, il giudizio in compassione, la severità in forza equilibrata.

È il Tikkun di Ghevurah in Tiferet, la rettificazione che permette al giudizio di diventare bellezza, proporzione, armonia.

Chi impara a contenere il proprio malcontento non reprime la verità: la eleva.

E diventa un luogo in cui gli altri possono respirare, un piccolo santuario in cui la Shekhinah trova riposo.

domenica 15 febbraio 2026

I nostri sforzi contano più dei risultati

 I nostri sforzi contano più dei risultati Zohar, Ari, Ramchal

 Nel linguaggio dei Maestri, ciò che sale dal basso verso l’alto — It’aruta deLetata ha un valore superiore a ciò che discende dallalto verso il basso. Lo Zohar afferma che “il risveglio inferiore apre le porte del risveglio superiore (Zohar I:86b), indicando che il Cielo risponde solo quando luomo compie il primo passo. Per questo, agli occhi del mondo divino, non è il risultato a pesare, ma lo sforzo: perché lo sforzo appartiene alluomo, mentre il risultato appartiene al Cielo.

Lo sforzo è il movimento di Yesod che si tende verso Tiferet, come insegnato dall’Ari, che descrive Yesod come il canale attraverso cui l’uomo eleva le sue scintille e prepara i recipienti per il flusso superiore (Etz Chaim, Sha’ar HaKelalim). Il successo, invece, appartiene al dominio di Keter, e nessuno può forzare Keter: esso si apre solo quando la misura è colma, quando il recipiente è purificato, quando il tempo è maturo. Per questo il successo può talvolta illudere, gonfiare lego, far credere che la luce appartenga a noi; mentre lo sforzo ci mantiene umili, vigili, radicati nella verità del nostro cammino.

E anche quando lo sforzo non produce alcun frutto visibile, esso non è mai vano. Il Ramchal insegna che “ogni movimento dell’anima verso il bene crea un sentiero nei mondi superiori” (Derech Hashem II:3), anche se l’occhio non lo vede. Ogni sforzo è una scintilla che risale, un atto di Tikkun, un filo di luce che si aggiunge alla trama dell’anima. Il Cielo non chiede di riuscire: chiede di partecipare all’opera. Non chiede di vincere: chiede di essere presenti nel lavoro sacro che ci è stato affidato.

Il successo non dipende da voi, perché appartiene al dominio del Shefa, il flusso che discende dall’Alto quando e come il Cielo ritiene opportuno. Gli sforzi, invece, dipendono da voi, perché nessuno può compiere la vostra Avodah al vostro posto. Così come nessuno può respirare per voi, nessuno può elevare le vostre scintille interiori. L’Ari sottolinea che ogni anima ha radici e compiti unici, e nessun’altra può sostituirla nel suo Tikkun (Sha’ar HaGhilgulim, introd. 11). Il Cielo apre le porte, ma siete voi che dovete attraversarle.

E in verità, lo sforzo stesso contiene la sua ricompensa. Ogni volta che orientate il pensiero verso l’Alto, che fate un passo nella direzione della vostra rettificazione, la vostra anima si illumina. Lo Zohar afferma che “un pensiero di santità crea un angelo che lo accompagna” (Zohar II:244b). Anche se nulla cambia esteriormente, qualcosa si trasforma nei mondi interiori: un canale si purifica, un nodo si scioglie, una scintilla torna alla sua radice. La vita assume un colore diverso perché voi siete diversi.

Per questo non dovete imporre scadenze al vostro cammino. Le scadenze appartengono al mondo di Malchut, ma la crescita dell’anima appartiene ai mondi superiori, dove il tempo non è lineare. Il Ramchal spiega che la fretta spirituale è una forma di giudizio che restringe i canali del Shefa (Mesillat Yesharim, cap. 9). Se fissate una data per ottenere un certo risultato interiore, create tensione, contrazione, aspettativa — e la contrazione impedisce al flusso di discendere. La crescita spirituale è come un frutto dell’Albero della Vita: matura quando è il suo tempo, non quando noi lo ordiniamo.

Lavorate dunque come se aveste davanti l’eternità, perché l’anima appartiene all’eternità. Non perché il cammino sia infinito, ma perché solo la calma dell’eternità permette alla luce di discendere senza ostacoli. Prima o poi, inevitabilmente, ciò che deve fiorire fiorirà.

Concentratevi sulla bellezza dell’opera stessa, sulla dolcezza dell’Avodah, sulla gioia sottile che nasce dal camminare verso la vostra radice. Dite a voi stessi:

“Poiché questo lavoro è così luminoso e così prezioso, non mi preoccupo del tempo. Anche se ci volessero secoli o millenni, continuerò a salire.”

In questo spirito, ogni sforzo diventa già un atto di unione, e ogni passo diventa già una forma di redenzione.

La metafora della sporcizia come residuo delle Qelipot

  La metafora della sporcizia come residuo delle Qelipot   Secondo la Cabalà, ciò che “nutre gli indesiderabili” non è semplicemente impur...