venerdì 12 dicembre 2025

Parashat VaYeishev

 Parashat VaYeishev

 I fratelli di Giuseppe pensavano che egli fosse come la feccia dei sedimenti, ossia il guscio scartato da Avraham e da Isacco quando Ismaele ed Esaù furono respinti, e che non era stato ancora purificato.

Essi sapevano che, nel caso di Avraham e di Isacco, vi erano due figli: uno degno di perpetuare la coscienza di Dio nel mondo, e l’altro troppo egocentrico per poterlo fare. Inoltre, erano consapevoli che in entrambi i casi il figlio indegno doveva essere allontanato, cioè eliminato in qualche modo dalla famiglia, affinché la purezza dell’ideale non fosse contaminata dall’egocentrismo velenoso del contendente.

Allo stesso modo, essi considerarono Giuseppe il contendente inadatto della loro generazione. La luce originaria di Avraham era stata purificata dalle sue impurità attraverso il rifiuto di Ismaele; quando questa luce passò a Isacco, conteneva ancora impurità secondarie che dovevano essere (e furono) eliminate con il rifiuto di Esaù. Giuseppe, a loro avviso, rappresentava l’incarnazione delle impurità di Giacobbe, e anch’egli doveva essere respinto.

Per questo ritennero un loro dovere sacro, nell’interesse della perpetuazione della comunicazione divina affidata ad Avraham e ai suoi discendenti, eliminare Giuseppe dalla scena.

In particolare, essi sentivano che Giuseppe stava deformando la sefirah Yesod, deviandola verso il canale sinistro — Dio non voglia — e calunniandoli presso il padre, il che rappresentava l’antitesi della pace.

Come ci viene raccontato: «Giuseppe portò dunque al loro padre cattive notizie». Rashi commenta:

«Egli disse a suo padre che i fratelli mangiavano carne strappata da un animale vivo, che deridevano i figli delle serve [Bilhah e Zilpah] chiamandole schiave, e che sospettò fossero coinvolti in relazioni sessuali illecite».

Nell’idioma dei nostri saggi, la pace è definita come l’ultimo vaso capace di contenere la benedizione. È evidente, infatti, che l’acrimonia provoca la dispersione della benedizione — sia essa di salute, prosperità o compimento. Per questo la pace è associata alla sefirah Yesod, poiché Yesod è il vaso attraverso cui la beneficenza divina fluisce in Malchut, il precursore spirituale del popolo ebraico. Calunniando i fratelli davanti al padre, Giuseppe stava minando ogni possibilità di pace nella famiglia e, di conseguenza, ostacolava il fluire delle benedizioni divine su di loro.

Yesod è anche il principio della lingua, e la calunnia ne rappresenta la macchia.

Il Sefer Yetzirah afferma che esistono due alleanze: quella della lingua e quella dell’organo sessuale. Entrambi sono strumenti attraverso cui l’essere umano si esprime verso il mondo esterno. Sono organi di grande potenza, poiché sia l’energia sessuale sia la parola possiedono la capacità di costruire o distruggere. La parola incontrollata, così come la sessualità priva di disciplina, può portare devastazione nella vita di una persona e in quella di coloro che incontra. Al contrario, una parola incanalata correttamente e una sessualità equilibrata possono elevare l’individuo a livelli superiori di coscienza spirituale e ispirare chiunque entri in contatto con lui.

Così, sebbene Yesod sia generalmente associato all’organo sessuale, per la stessa ragione è anche legato all’organo della parola, la lingua. Una parola impropria o malvagia deforma la sefirah Yesod.

In effetti, la Torah offre diverse spiegazioni riguardo ai fratelli di Giuseppe: si dice che mangiassero carne strappata da animali ancora vivi (ever min ha-chai) e che osservassero le figlie della terra. Tutto ciò è connesso con Yesod

Si spiega che la motivazione del mangiare carne strappata dal corpo di un animale vivente risiede nell’estatico piacere orgasmico che tale atto procura: l’ingestione della forza vitale cruda, non rettificata (ossia non purificata tramite la macellazione rituale). Questo potere grezzo assume proporzioni sessuali nella mente e nel corpo di chi lo compie, e perciò costituisce una macchia in Yesod.

In realtà non era Giuseppe a deformare Yesod, bensì i suoi fratelli. Riportando il loro comportamento al padre, Giuseppe stava infatti cercando di salvaguardare l’integrità di Yesod.

Essi derisero anche i loro fratellastri, i figli delle serve, e questo rappresentava chiaramente una violazione del principio della pace. Li chiamarono schiavi, quando in verità erano uomini liberi, l’opposto di schiavi.

Così, essi si resero colpevoli proprio di ciò di cui accusavano Giuseppe. Dei dodici fratelli, Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar e Zabulon erano figli della prima moglie di Giacobbe, Leah; Giuseppe e Beniamino erano figli della sua seconda moglie, Rachele; Dan e Neftali erano figli della serva di Rachele, Bilhah; Gad e Asher erano figli della serva di Leah, Zilpah. I sei figli di Leah rinfacciarono ai quattro figli delle serve di essere schiavi dalla nascita, e dunque indegni di appartenere alla famiglia santa.

Yesod è chiamato “tutto”, perché racchiude in sé tutti gli attributi emotivi.

Nel versetto: «Tua, o Dio, è la grandezza, il potere, la bellezza, la vittoria e la gloria, perché tutto ciò che è in cielo e sulla terra è Tuo», i primi cinque attributi corrispondono ai primi cinque midot (grandezza = chesed; potere = gevurah; bellezza = tiferet; vittoria = netzach; gloria = hod). La frase successiva («tutto ciò che è in cielo e sulla terra») allude invece al sesto attributo, Yesod. Questo versetto esprime dunque in modo esplicito l’idea che Yesod sia il canale attraverso cui tutti gli attributi superiori si raccolgono e discendono ulteriormente in Malchut.

I fratelli pensarono di poter supplire a ciò che ritenevano mancante, escludendo Giuseppe e assumendo essi stessi il compito di incarnare l’attributo della fratellanza. Per questo tramarono contro di lui.

Come abbiamo visto, la disputa tra Giuseppe e i suoi fratelli ruota attorno alla sefirah Yesod, il vaso della pace. Giuseppe percepiva se stesso come il custode di Yesod, il pacificatore destinato a lungo termine; i suoi fratelli, invece, lo consideravano un ostacolo alla pace. Ma essi si sbagliavano: la pace ha valore solo quando è fondata sulla sottomissione alla volontà di Dio. Diversamente, se vi è anche solo un elemento di auto-orientamento o di egocentrismo, non può trattarsi di vera pace, e prima o poi essa si disgrega.

Questi impulsi egocentrici inevitabilmente riaffiorano, e quando lo fanno, gli interessi personali prevalgono sulla motivazione alla pace. Così, anche se i fratelli avevano ragione nel ritenere la pace cruciale per la perpetuazione dell’ideale divino, sbagliavano nel darle priorità rispetto ai fondamenti più essenziali del servizio a Dio. La pace è un mezzo, un vaso, non un fine. Solo quando viene riconosciuta come tale può avere significato e, di conseguenza, durare.

Essi inoltre pensarono che dieci di loro avrebbero completato la configurazione spirituale necessaria a suscitare la luce diretta, mentre Beniamino avrebbe portato a compimento ciò che era richiesto per la luce riflessa.

Qui vediamo che i figli di Leah, insieme ai figli delle serve, venivano considerati come loro pari. I primi sei, uniti ai quattro secondi, formavano un’unità di dieci, riflettendo le dieci sefirot e fungendo così da condotto corretto e appropriato della beneficenza divina nel mondo. Beniamino, figlio di Rachele — la moglie che Giacobbe amava di più — forniva il mezzo attraverso cui il servizio dell’uomo, mosso dall’amore dal basso, poteva risvegliare il flusso della beneficenza superiore.

Il loro errore stava nel fatto che, sebbene Yesod includa gli altri attributi, rimane pur sempre un attributo. Non è dunque sufficiente imporre un’armonia artificiale sugli altri attributi: occorre la purezza dell’intenzione, simboleggiata dalla purezza dell’energia sessuale, l’energia di Yesod.

È inoltre noto che le tribù non furono concepite per riflettere le dieci sefirot, bensì le dodici estremità che esistono in Malchut, come le dodici bestie descritte altrove.

Nei tempi antichi era chiaro che un requisito centrale e indispensabile per fondare il popolo dell’alleanza — la famiglia destinata a diventare la nazione portatrice della comunicazione divina all’umanità — fosse una discendenza di dodici figli, tutti degni di tale missione. Vediamo infatti che Avraham e suo fratello Nachor cercarono entrambi di ampliare le loro famiglie fino a quel numero, prendendo concubine. Tuttavia fu Giacobbe il primo a generare dodici figli completamente retti, e per questo divenne il padre del popolo ebraico.

La ragione per cui il numero dodici è qui considerato “magico” è che, mentre il numero dieci rappresenta la perfezione della struttura archetipica delle dieci sefirot nel mondo di Atzilut, il numero dodici rappresenta la proiezione di questi principi nella realtà inferiore, ossia nei mondi successivi ad Atzilut. È in queste realtà più basse che tempo e spazio iniziano a manifestarsi concretamente, come dimensioni entro cui opera la coscienza. La coscienza di Atzilut trascende le limitazioni di tempo e spazio; non così la coscienza dei mondi da Beriah in giù.

Lo spazio è definito da tre dimensioni (altezza, larghezza e lunghezza), ciascuna delle quali si estende in due direzioni opposte (alto-basso, nord-sud, est-ovest), dando così sei “estremità”. Queste sei direzioni sono manifestazioni dei sei attributi emotivi da Chesed a Yesod. Tali attributi esistono chiaramente in Atzilut, ma la coscienza travolgente di Dio che si sperimenta in Atzilut impedisce che essi si sviluppino in un contesto in cui la consapevolezza possa essere delimitata. Solo nei regni di minore percezione della Divinità questi attributi assumono il ruolo di definire i confini della coscienza.

Le sei direzioni possono essere raffigurate come un cubo a sei lati. Il numero di linee necessarie per disegnare tale cubo è dodici. Così, il numero dodici rappresenta la traduzione della perfezione divina in una Divinità che può manifestarsi in una realtà più bassa. In questo senso, il dodici esprime lo scopo stesso della creazione: fare della realtà inferiore una dimora per la Divinità.

Nel Tempio di Salomone, la grande fonte era posta su dodici statue di buoi. I buoi rappresentavano l’anima animale, che è guidata principalmente dalle emozioni, in contrasto con l’anima divina, orientata invece all’intelletto.

I fratelli di Giuseppe non compresero la loro vera vocazione. Essi si consideravano personificazioni della perfezione divina: pastori separati dalla società e dal mondo materiale. Giuseppe, invece, incarnava Yesod, la perfezione divina che penetra e riesce a dominare persino la società egiziana, pur rimanendo fedele alla sua integrità spirituale.

 — tradotto dal Sefer HaLikutim, e Likutei Torah 

 [1] Genesi 37:2. 

[2] 1 Croniche 29:10. 

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