Preghiera e Risposta
Ogni preghiera che
sale dal cuore, anche la più silenziosa, genera immediatamente un movimento nei
mondi superiori. Prima ancora che la parola si formi sulle labbra, la radice
dell’anima — che dimora nel Heichal haNeshamot (Palazzo delle Anime) — ha già
ricevuto una risposta.
Come insegnano lo
Zohar e il Ramchal, la risposta precede la domanda, perché nel mondo di Atzilut
non vi è separazione tra desiderio e compimento: tutto è un unico flusso di
Shefa.
Ma quando la
risposta discende verso i mondi inferiori, essa incontra gli strati che l’uomo
ha costruito attorno a sé: le Kelippot, involucri opachi generati da pensieri
disordinati, emozioni non rettificate, desideri che non provengono da Chesed,
Chokhmah e Emet.
Questi involucri
non sono punizioni: sono l’eco delle nostre stesse emanazioni.
Quando l’uomo si
allontana dall’amore, dalla saggezza e dalla verità, egli restringe il canale
attraverso cui la Or Pnimi (Luce Interna) può fluire.
Le sue azioni
creano una densità che impedisce alla risposta di manifestarsi nella coscienza.
Non è il cielo che
tace: è l’uomo che ha velato il proprio orecchio interiore.
Secondo l’Ari, ogni
pensiero non rettificato genera una Kelippah; ogni emozione non purificata crea
un velo; ogni azione priva di intenzione superiore produce un nodo nei canali
sottili dell’anima.
Per questo la
preghiera sembra non ricevere risposta: la risposta c’è, ma non trova un luogo
dove posarsi.
Quando l’uomo
comincia a purificare i suoi stati interiori, anche solo un poco, le mura
cadono come polvere.
E allora la voce
che da sempre lo chiama diventa udibile.
Non sempre la
risposta che discende è dolce.
A volte essa
proviene da Ghevurah, e porta con sé il fuoco della rettificazione.
L’uomo, immerso in
una situazione che gli appare inestricabile, immagina che la soluzione debba
giungere come un miracolo improvviso, come una Or Makif (Luce Avvvolgente) che
squarcia le tenebre senza chiedere nulla in cambio.
Ma la vera
soluzione, insegnano Cordovero e il Ramchal, è spesso un cammino di Tikkun, non
un colpo di bacchetta.
È un lavoro che
richiede sforzo, disciplina, trasformazione.
La risposta può
essere un invito a salire di livello, non a fuggire dalla prova.
Se la risposta è
difficile da accettare, è perché essa proviene dal punto in cui la tua anima
desidera crescere.
Le sofferenze non
sono nemici: sono messaggeri che indicano dove il Tikkun non è ancora compiuto.
Finché l’uomo
rifiuta la via che gli viene mostrata, le sofferenze lo accompagnano, non per
punirlo, ma per impedirgli di addormentarsi nella frammentazione.
Quando invece
accetta la risposta — anche se richiede fatica, anche se brucia — allora la
sofferenza si trasforma in luce.
Il fuoco di Ghevurah
diventa calore di Chesed.
Il nodo si
scioglie.
La via si apre.
Quando l’uomo
accoglie la risposta, egli scopre che essa non veniva dall’esterno, ma dal
punto più alto della sua stessa anima, dove essa è unita alla sua radice in
Atzilut.
La preghiera non è
un grido verso l’alto: è un risveglio della parte più profonda di sé.
La risposta non è
un dono dall’alto: è un ricordo che ritorna.