Destino o Libertà dell’Uomo
La
domanda se l’uomo sia libero o sottoposto al destino non può essere compresa
senza risalire alle radici stesse della creazione, là dove l’Infinito si
contrasse (Tzimtzum) per lasciare spazio all’esistenza. In quel vuoto
apparente, le luci troppo intense frantumarono i vasi (Shevirat ha‑Kelim),
e da quella frattura nacque la condizione stessa in cui l’uomo
vive: una realtà in cui coesistono necessità
e libertà, oscurità e scintille,
vincolo e possibilità.
L’errore
sta nel credere che tutti gli esseri umani siano soggetti alle stesse leggi.
Dopo la frantumazione, le anime non sono cadute nello stesso modo né nello
stesso luogo: alcune discendono da radici più luminose, altre da regioni più
dense e opache. Per questo, coloro che vivono unicamente secondo le pulsioni
istintive — reazioni automatiche, emozioni non trasmutate, desideri non elevati
— rimangono inevitabilmente sotto la legge della fatalità, che nella lingua dei
Maestri è chiamata Mazal, il flusso deterministico che deriva dalla Shevirah.
Non è una condanna: è la naturale conseguenza del trovarsi immersi nei residui
dei vasi infranti, dove la coscienza non ha ancora assunto il proprio ruolo di
riparatore.
Al
contrario, coloro che hanno iniziato a dominare i propri istinti, a purificare
le emozioni, a ordinare i pensieri, cominciano a sottrarsi al Mazal e ad
entrare sotto la legge della Provvidenza, che nella Cabalà Lurianica è la sfera
del Tikkun. Qui l’uomo non è più trascinato dagli eventi, ma diventa
collaboratore attivo della Luce che vuole ricomporre ciò che è stato spezzato.
In questo stato, egli non vive più solo nella rete delle cause e degli effetti,
ma nella corrente della Grazia, dove ogni scelta diventa un atto di riparazione
e ogni gesto può liberare una scintilla prigioniera.
Non
bisogna immaginare che tutti possano essere liberi allo stesso modo, né che
tutti debbano subire un destino inesorabile. La libertà è proporzionale al
grado di Tikkun interiore che l’anima ha compiuto. Ogni pensiero elevato
rafforza un vaso; ogni emozione purificata libera una scintilla; ogni azione
consapevole ricostruisce un frammento del mondo. Così, in base al suo modo di
pensare, sentire e agire, l’essere umano può cadere sotto il dominio della
Shevirah — dove tutto è ripetizione, reazione, necessità — oppure attirare su
di sé le benedizioni della Provvidenza, dove la Luce guida, sostiene e apre vie
nuove.
Per
questo, in alcuni ambiti l’uomo è legato, prigioniero del destino che deriva
dalle fratture non ancora riparate; in altri, invece, è libero, perché ha già
trasformato parte della propria struttura interiore in un vaso capace di
contenere la Luce senza infrangersi. La sua vita è un intreccio di Orot e
Kelim, di luci che premono e di vasi che si espandono, di limiti e di aperture.
E
verrà il giorno — dopo molto lavoro, molte purificazioni e molte riparazioni —
in cui l’essere umano disporrà pienamente della propria libertà. Non una
libertà arbitraria, ma la libertà dei Giusti, che coincide con la volontà
profonda dell’Anima Radice e con il movimento stesso del Tikkun cosmico. In
quel giorno, l’uomo non sarà più soggetto al destino: sarà diventato un canale
limpido della Luce che precede ogni destino.
La
domanda se l’uomo sia libero o sottoposto al destino non può essere affrontata
senza risalire alle origini stesse della manifestazione, là dove l’Infinito
(Ein Sof) emanò la prima configurazione di Luce in Adam Kadmon, il prototipo
cosmico che contiene in potenza tutte le forme future. È in quel primo mondo
che si stabilisce la radice della tensione tra libertà e necessità: la Luce che
vuole espandersi e il vaso che deve contenerla.
Quando
la Luce discese nei mondi di Akudim, Nekudim e Berudim, si manifestò la
dinamica che ancora oggi struttura la psiche umana. Nel mondo di Nekudim, dove
le Luci erano intense e i vasi non ancora integrati, avvenne la Shevirat ha‑Kelim,
la frantumazione dei vasi. Da quella frattura nacque la condizione stessa del
destino: un universo in cui le scintille (Nitzotzot) sono imprigionate nei
residui dei vasi infranti (Klippot), e dove l’essere umano
eredita strutture psichiche che reagiscono automaticamente, ripetendo schemi
deterministici.
L’errore
sta nel credere che tutti gli esseri umani siano soggetti alle stesse leggi. Le
anime non discendono tutte dallo stesso livello: alcune provengono da radici
elevate di Atzilut, altre da regioni più dense di Beri’ah, Yetzirah o Assiyah.
Alcune anime appartengono ai Partzufim di Abba e Imma, altre a Ze’ir Anpin o a
Nukvah; alcune sono radicate nella linea destra (Chesed), altre nella sinistra
(Ghevurah), altre ancora nella linea centrale (Tiferet). Per questo, la loro
relazione con il destino non può essere uniforme.
Coloro
che vivono unicamente secondo le pulsioni istintive — reazioni automatiche,
emozioni non rettificate, desideri non elevati — rimangono sotto la legge della
fatalità, che nella Cabala è chiamata Mazal. Mazal non è “fortuna”, ma il
flusso deterministico che deriva dalla Shevirah: un insieme di forze ereditate,
tendenze, inclinazioni, memorie di vite precedenti (ghilgulim) e residui dei
vasi infranti che ancora non sono stati riparati. In questo stato, l’uomo vive
nel mondo di Tohu, dove le luci sono troppo intense e i vasi troppo deboli, e
quindi tutto è reazione, urto, necessità.
Al
contrario, coloro che hanno iniziato a dominare i propri istinti, a purificare
le emozioni, a ordinare i pensieri, cominciano a sottrarsi al Mazal e ad
entrare nel dominio del Tikkun. Questo è il passaggio dal mondo di Tohu al
mondo di Atzilut, dove le Luci sono misurate e i vasi sono armonizzati
attraverso la struttura dei Partzufim. Qui l’uomo non è più trascinato dagli
eventi, ma diventa collaboratore attivo della Luce che vuole ricomporre ciò che
è stato spezzato.
In
questo stato, l’essere umano vive secondo la dinamica di Ibur–Yenikah–Mochin:
•
Ibur (gestazione): quando l’anima inizia
a ricevere un orientamento superiore;
•
Yenikah (nutrimento): quando si
stabilisce una relazione costante con la Luce;
•
Mochin (intelletti superiori): quando la
coscienza riceve illuminazioni che la rendono capace di vera libertà.
Non
bisogna immaginare che tutti possano essere liberi allo stesso modo. La libertà
è proporzionale al grado di Tikkun interiore che l’anima ha compiuto. Ogni
pensiero elevato rafforza un vaso; ogni emozione purificata libera una
scintilla; ogni azione consapevole ricostruisce un frammento del mondo. Così,
in base al suo modo di pensare, sentire e agire, l’essere umano può cadere
sotto il dominio della Shevirah — dove tutto è ripetizione e necessità — oppure
attirare su di sé le benedizioni della Provvidenza, che nella Cabala è la guida
dei Partzufim superiori: Abba, Imma, Arich Anpin, Ze’ir Anpin e Nukvah.
Per
questo, in alcuni ambiti l’uomo è legato, prigioniero del destino che deriva
dalle fratture non ancora riparate; in altri, invece, è libero, perché ha già
trasformato parte della propria struttura interiore in un vaso capace di
contenere la Luce senza infrangersi. La sua vita è un intreccio di Orot e
Kelim, di luci che premono e di vasi che si espandono, di limiti e di aperture,
di Tohu e Tikkun.
E
verrà il giorno — dopo molte riparazioni, molte purificazioni e molti cicli di
reincarnazione — in cui l’essere umano disporrà pienamente della propria
libertà. Non una libertà arbitraria, ma la libertà dei Giusti, che coincide con
la volontà profonda della propria Radice d’Anima e con il movimento stesso del
Tikkun cosmico. In quel giorno, l’uomo non sarà più soggetto al destino: sarà
diventato un canale limpido della Luce che precede ogni destino.
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