domenica 22 febbraio 2026

Destino o Libertà dell’Uomo

 Destino o Libertà dell’Uomo

La domanda se l’uomo sia libero o sottoposto al destino non può essere compresa senza risalire alle radici stesse della creazione, là dove l’Infinito si contrasse (Tzimtzum) per lasciare spazio all’esistenza. In quel vuoto apparente, le luci troppo intense frantumarono i vasi (Shevirat haKelim), e da quella frattura nacque la condizione stessa in cui luomo vive: una realtà in cui coesistono necessità e libertà, oscurità e scintille, vincolo e possibilità.

L’errore sta nel credere che tutti gli esseri umani siano soggetti alle stesse leggi. Dopo la frantumazione, le anime non sono cadute nello stesso modo né nello stesso luogo: alcune discendono da radici più luminose, altre da regioni più dense e opache. Per questo, coloro che vivono unicamente secondo le pulsioni istintive — reazioni automatiche, emozioni non trasmutate, desideri non elevati — rimangono inevitabilmente sotto la legge della fatalità, che nella lingua dei Maestri è chiamata Mazal, il flusso deterministico che deriva dalla Shevirah. Non è una condanna: è la naturale conseguenza del trovarsi immersi nei residui dei vasi infranti, dove la coscienza non ha ancora assunto il proprio ruolo di riparatore.

Al contrario, coloro che hanno iniziato a dominare i propri istinti, a purificare le emozioni, a ordinare i pensieri, cominciano a sottrarsi al Mazal e ad entrare sotto la legge della Provvidenza, che nella Cabalà Lurianica è la sfera del Tikkun. Qui l’uomo non è più trascinato dagli eventi, ma diventa collaboratore attivo della Luce che vuole ricomporre ciò che è stato spezzato. In questo stato, egli non vive più solo nella rete delle cause e degli effetti, ma nella corrente della Grazia, dove ogni scelta diventa un atto di riparazione e ogni gesto può liberare una scintilla prigioniera.

Non bisogna immaginare che tutti possano essere liberi allo stesso modo, né che tutti debbano subire un destino inesorabile. La libertà è proporzionale al grado di Tikkun interiore che l’anima ha compiuto. Ogni pensiero elevato rafforza un vaso; ogni emozione purificata libera una scintilla; ogni azione consapevole ricostruisce un frammento del mondo. Così, in base al suo modo di pensare, sentire e agire, l’essere umano può cadere sotto il dominio della Shevirah — dove tutto è ripetizione, reazione, necessità — oppure attirare su di sé le benedizioni della Provvidenza, dove la Luce guida, sostiene e apre vie nuove.

Per questo, in alcuni ambiti l’uomo è legato, prigioniero del destino che deriva dalle fratture non ancora riparate; in altri, invece, è libero, perché ha già trasformato parte della propria struttura interiore in un vaso capace di contenere la Luce senza infrangersi. La sua vita è un intreccio di Orot e Kelim, di luci che premono e di vasi che si espandono, di limiti e di aperture.

E verrà il giorno — dopo molto lavoro, molte purificazioni e molte riparazioni — in cui l’essere umano disporrà pienamente della propria libertà. Non una libertà arbitraria, ma la libertà dei Giusti, che coincide con la volontà profonda dell’Anima Radice e con il movimento stesso del Tikkun cosmico. In quel giorno, l’uomo non sarà più soggetto al destino: sarà diventato un canale limpido della Luce che precede ogni destino.

La domanda se l’uomo sia libero o sottoposto al destino non può essere affrontata senza risalire alle origini stesse della manifestazione, là dove l’Infinito (Ein Sof) emanò la prima configurazione di Luce in Adam Kadmon, il prototipo cosmico che contiene in potenza tutte le forme future. È in quel primo mondo che si stabilisce la radice della tensione tra libertà e necessità: la Luce che vuole espandersi e il vaso che deve contenerla.

Quando la Luce discese nei mondi di Akudim, Nekudim e Berudim, si manifestò la dinamica che ancora oggi struttura la psiche umana. Nel mondo di Nekudim, dove le Luci erano intense e i vasi non ancora integrati, avvenne la Shevirat haKelim, la frantumazione dei vasi. Da quella frattura nacque la condizione stessa del destino: un universo in cui le scintille (Nitzotzot) sono imprigionate nei residui dei vasi infranti (Klippot), e dove lessere umano eredita strutture psichiche che reagiscono automaticamente, ripetendo schemi deterministici.

L’errore sta nel credere che tutti gli esseri umani siano soggetti alle stesse leggi. Le anime non discendono tutte dallo stesso livello: alcune provengono da radici elevate di Atzilut, altre da regioni più dense di Beri’ah, Yetzirah o Assiyah. Alcune anime appartengono ai Partzufim di Abba e Imma, altre a Ze’ir Anpin o a Nukvah; alcune sono radicate nella linea destra (Chesed), altre nella sinistra (Ghevurah), altre ancora nella linea centrale (Tiferet). Per questo, la loro relazione con il destino non può essere uniforme.

Coloro che vivono unicamente secondo le pulsioni istintive — reazioni automatiche, emozioni non rettificate, desideri non elevati — rimangono sotto la legge della fatalità, che nella Cabala è chiamata Mazal. Mazal non è “fortuna”, ma il flusso deterministico che deriva dalla Shevirah: un insieme di forze ereditate, tendenze, inclinazioni, memorie di vite precedenti (ghilgulim) e residui dei vasi infranti che ancora non sono stati riparati. In questo stato, l’uomo vive nel mondo di Tohu, dove le luci sono troppo intense e i vasi troppo deboli, e quindi tutto è reazione, urto, necessità.

Al contrario, coloro che hanno iniziato a dominare i propri istinti, a purificare le emozioni, a ordinare i pensieri, cominciano a sottrarsi al Mazal e ad entrare nel dominio del Tikkun. Questo è il passaggio dal mondo di Tohu al mondo di Atzilut, dove le Luci sono misurate e i vasi sono armonizzati attraverso la struttura dei Partzufim. Qui l’uomo non è più trascinato dagli eventi, ma diventa collaboratore attivo della Luce che vuole ricomporre ciò che è stato spezzato.

In questo stato, l’essere umano vive secondo la dinamica di Ibur–Yenikah–Mochin:

Ibur (gestazione): quando l’anima inizia a ricevere un orientamento superiore;

Yenikah (nutrimento): quando si stabilisce una relazione costante con la Luce;

Mochin (intelletti superiori): quando la coscienza riceve illuminazioni che la rendono capace di vera libertà.

Non bisogna immaginare che tutti possano essere liberi allo stesso modo. La libertà è proporzionale al grado di Tikkun interiore che l’anima ha compiuto. Ogni pensiero elevato rafforza un vaso; ogni emozione purificata libera una scintilla; ogni azione consapevole ricostruisce un frammento del mondo. Così, in base al suo modo di pensare, sentire e agire, l’essere umano può cadere sotto il dominio della Shevirah — dove tutto è ripetizione e necessità — oppure attirare su di sé le benedizioni della Provvidenza, che nella Cabala è la guida dei Partzufim superiori: Abba, Imma, Arich Anpin, Ze’ir Anpin e Nukvah.

Per questo, in alcuni ambiti l’uomo è legato, prigioniero del destino che deriva dalle fratture non ancora riparate; in altri, invece, è libero, perché ha già trasformato parte della propria struttura interiore in un vaso capace di contenere la Luce senza infrangersi. La sua vita è un intreccio di Orot e Kelim, di luci che premono e di vasi che si espandono, di limiti e di aperture, di Tohu e Tikkun.

E verrà il giorno — dopo molte riparazioni, molte purificazioni e molti cicli di reincarnazione — in cui l’essere umano disporrà pienamente della propria libertà. Non una libertà arbitraria, ma la libertà dei Giusti, che coincide con la volontà profonda della propria Radice d’Anima e con il movimento stesso del Tikkun cosmico. In quel giorno, l’uomo non sarà più soggetto al destino: sarà diventato un canale limpido della Luce che precede ogni destino.

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