martedì 24 febbraio 2026

Eliminare Disillusioni e Fallimenti

 Eliminare Disillusioni e Fallimenti

Secondo la Kabbalah, ogni disillusione, fallimento o inciampo non è un semplice errore umano, ma un segno che la nostra interiorità non ha ascoltato la voce sottile che proviene dai mondi superiori. Lo Zohar chiama questa voce “bat qol”, l’eco del Cielo che si riflette nell’anima. È una voce che non costringe, non urla, non si impone: essa “passa e non ritorna”, come un raggio di Chokhmah che illumina per un istante e poi si ritira.

Molti, dopo aver fallito, dicono: «Lo sentivo… c’era qualcosa che mi avvertiva, ma era così debole…».

Quella debolezza non è mancanza di forza: è la delicatezza del mondo di Atzilut, che non può violare la libertà dell’uomo. Come insegnano i Maestri, la voce superiore parla solo in modo proporzionato alla capacità del recipiente di ascoltare. Se il recipiente è pieno di rumore — desideri, bramosie, fantasie, paure — la luce non può entrare.

Per l’Arizal, l’intuizione che ci avverte prima di un errore è un raggio di Neshamah, proveniente dal livello di mochin de-gadlut.

Essa si manifesta tre volte, come tre sottili “hit’orerut” (risvegli):

1. Un lampo di percezione

2. Un senso di disagio o di deviazione

3. Un richiamo silenzioso alla rettifica

Se l’uomo non ascolta, la luce si ritira (histalkut ha-or), lasciando il campo libero alle forze dell’ego, che il Ramchal chiama “koach ha-medameh”, l’immaginazione ingannatrice.

Il Ramak insegna che la voce del Cielo è dolce perché proviene da Tiferet, la sfera dell’armonia. Essa non insiste perché la sua natura è misericordiosa: non vuole spezzare il libero arbitrio.

Le voci che invece insistono, che gridano, che seducono, appartengono ai mondi inferiori, alle “klippot” che cercano di attirare l’uomo verso ciò che è immediato, rumoroso, apparente.

Il fallimento come rivelazione

Quando ci smarriamo, non è il Cielo che ci punisce: siamo noi che abbiamo ignorato il suo richiamo.

Il fallimento diventa allora una rivelazione: ci mostra retroattivamente la voce che non abbiamo voluto ascoltare.

Il Ramchal scrive che ogni inciampo è un tikkun nascosto: un’occasione per riconoscere dove la nostra percezione si è oscurata.

Lo Zohar aggiunge che “la via dell’uomo è illuminata dall’alto, ma egli vede solo ciò che vuole vedere”.

Per la Kabbalah, ascoltare la voce del Cielo significa:

• fare silenzio interiore per distinguere la bat qol dal rumore dell’ego;

• purificare i desideri, affinché il recipiente possa ricevere la luce;

• riconoscere i segnali sottili prima che diventino eventi dolorosi;

• accettare che ogni intuizione è un dono che non si ripete all’infinito.

Quando la voce del Cielo parla, lo fa “una volta, due volte, tre volte”, come dicono i cabalisti.

Poi tace.

Non per abbandonarci, ma perché la libertà dell’uomo è sacra.

Ogni disillusione è un invito a tornare alla radice.

Ogni fallimento è un’eco della luce che non abbiamo accolto.

Ogni inciampo è un maestro che ci ricorda che la voce sottile e silenziosa — qol demamah daqqah — è sempre presente, ma può essere udita solo da chi ha fatto spazio dentro di sé.

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