La Sofferenza come Malakh della Correzione
La sofferenza non è un accidente, né una punizione
cieca: è un Malakh, un emissario proveniente dai mondi superiori, inviato per
richiamare l’anima alla sua radice. Lo Zohar insegna che ogni deviazione dal
sentiero dell’unità genera una frattura nei canali della luce, e questa
frattura si manifesta come oscurità interiore, turbamento, dolore. Non per
distruggere, ma per risvegliare.
Secondo l’Ari, nell’uomo operano due centri di
vigilanza:
• Lev (il cuore), sede delle emozioni e delle luci di
Tiferet,
• Moach (l’intelletto), sede delle luci di Chokhmah e
Binah.
Quando il nostro cammino si allontana dall’asse
dell’armonia – il Kav ha-Emtsa’i, la linea centrale – queste due forze
cominciano a punzecchiarci. È la voce dei Partzufim interiori che ci dice:
“Torna alla tua radice, perché la tua anima non è stata creata per vagare nel
caos”.
Per Cordovero, ogni sofferenza è un’ombra proiettata
dall’assenza di equilibrio tra le Sefirot dell’uomo.
Quando Ghevurah domina senza la dolcezza di Chesed,
nasce durezza.
Quando Netzach corre senza la saggezza di Hod, nasce
confusione.
Quando Yesod non riceve la luce ordinata di Tiferet,
nasce dispersione.
La sofferenza è dunque un tikkun, un richiamo: più
resistiamo, più la sofferenza si intensifica, perché – come insegna il Ramchal
– la Provvidenza non abbandona mai l’uomo al suo errore: lo incalza finché non
ritorna alla sua funzione.
L’Ari spiega che ogni dolore è un frammento di luce
imprigionata (nitzotz), che chiede di essere liberata.
Quando la sofferenza appare, essa dice: “Io sono la
parte di te che hai abbandonato. Vieni a redimermi”.
Se la combattiamo, essa si indurisce, perché la
scintilla non vuole essere respinta: vuole essere elevata.
Ma nel momento in cui riconosciamo il messaggio e
correggiamo la direzione, la sofferenza si dissolve: ha compiuto la sua
missione.
Il Ramchal insegna che la vera saggezza consiste nel
dire:
“Ecco dove sono giunto a causa della mia
disconnessione. Ora vedo. Ora scelgo di correggere”.
Questo atto di riconoscimento apre immediatamente un
varco nei mondi superiori.
La sofferenza, che era un Malakh severo, diventa un
Malakh di misericordia.
La luce che prima pungeva ora guarisce.
Ribellarsi è inutile: la sofferenza non è vendetta, ma
pedagogia divina.
È l’ancella che Dio invia per riportarci al nostro
posto nell’ordine cosmico.
Poiché la sofferenza non può essere evitata del tutto
– perché viviamo in un mondo di klippot e di imperfezione – la via dei cabalisti
è comprenderla.
Non basta sopportarla: bisogna decifrarla.
Molti soffrono senza sapere perché, e questo è il
dolore più sterile.
Quando non comprendiamo il messaggio, la prova si
ripete, come un ciclo di reincarnazione (ghilgul) che non trova compimento.
Per questo lo Zohar dice: Comprendere la sofferenza
significa liberare la scintilla che essa custodisce. Significa trasformare il
dolore in luce, la frattura in canale, la resistenza in ritorno.
• La sofferenza è un Malakh inviato per correggere.
• È un segnale di squilibrio tra le Sefirot interiori.
• È una scintilla imprigionata che chiede liberazione.
• Si intensifica se respinta, si dissolve se compresa.
• La sua funzione è riportare l’anima sul Kav
ha-Emtsa’i, la linea centrale dell’armonia.
• Comprenderla è il vero tikkun.
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