La Felicità
La
felicità che ha una causa è come una luce che entra in un vaso già pieno: non
trova spazio, non può dimorare, e subito svanisce.
Perché
ogni luce che dipende da qualcosa di esterno è Or shel ta‘am, una luce che ha
sapore, misura, limite.
E
ciò che ha limite non è eterno.
Ma
la vera felicità, dice lo Zohar, è Or ha‑pashut, la luce
semplice che non ha causa, non ha radice in ciò che l’uomo possiede o riceve.
È
la luce che scende da Keter, la corona nascosta, dove non c’è ancora
distinzione tra bene e male, tra merito e mancanza.
È
la luce che non viene attirata da un’azione, ma che precede ogni azione, come
un respiro che precede la parola.
E
quando questa luce scende, l’uomo non sa dire: “Sono felice perché…”.
Perché
il perché appartiene al mondo dei vasi, e questa luce appartiene al mondo
dell’Infinito.
Quando
l’uomo cammina, respira, mangia, parla, e sente una gioia senza motivo, allora
sappi che Mayin Dechurin, le acque maschili — stanno discendendo su di lui. Non
perché egli le abbia evocate, ma perché la Shekhinah ha trovato in lui un luogo
aperto, un punto di trasparenza.
E
questa gioia è come un’acqua sottile che scorre dall’alto, come dice lo Zohar: “Nahar
di‑nufek mi‑‘Eden” — un
fiume usciva dall’Eden. Non è un fiume che l’uomo scava, ma un fiume che lo
attraversa.
Gli
esseri umani cercano la felicità nei possedimenti: case, denaro, onori, gloria,
relazioni.
Ma
tutto ciò appartiene al mondo di Asiyah, il mondo dell’azione, dove ogni cosa è
soggetta a cambiamento, perdita, trasformazione.
La
felicità che dipende da un oggetto è come la luce che entra in un vaso di
argilla: se il vaso si incrina, la luce si spegne.
Per
questo lo Zohar dice: “Kol de‑it leih ta‘ama,
it leih siluka” — tutto ciò che ha una causa, ha anche una fine.
La
vera felicità viene dall’alto, da Binah, la Madre Superiore, che riversa la sua
comprensione e la sua dolcezza su chi è pronto a riceverla. È uno stato di
coscienza che non dipende da ciò che accade, ma da ciò che fluisce.
È
la gioia che nasce quando la Shekhinah, riempita dalla luce di Yesod, si
espande nel cuore dell’uomo.
E
allora l’uomo si stupisce: “Perché sono felice? Non è accaduto nulla.”
E
lo Zohar risponde: “Barikh hu de‑‘itgalya be‑liba” — Benedetto è Colui che si è rivelato nel cuore. Quando
l’uomo è felice senza motivo, è segno che in alto si è compiuto un Zivug,
un’unione tra Ze‘ir Anpin e la Shekhinah. E la luce di quell’unione trabocca
nel mondo inferiore.
Non
è l’uomo che genera la felicità: è la felicità che lo visita. E allora egli
diventa come un albero che riceve rugiada dall’alto, non perché l’abbia
meritata, ma perché la rugiada cade su tutto ciò che è vivo.
La
vera felicità è Or Elyon, luce superiore, che non dipende da alcun
possedimento, da alcuna persona, da alcun evento.
È
la rivelazione silenziosa che l’uomo è connesso alla sua radice, che la
Shekhinah dimora in lui, che il fiume dell’Eden scorre nel suo cuore.
E
allora egli si rallegra e non sa perché.
Perché
la gioia non è sua: è la gioia del Cielo che passa attraverso di lui.
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