Tentazioni
Tutti i giorni ci si
presentano delle tentazioni.
Nella lettura cabalistica,
ogni giorno non è soltanto una misura del tempo, ma un vassoio di possibilità
che l’Universo ci offre. Il giorno è il “Yom”, la luce separata dalle tenebre
in Genesi: ogni tentazione è dunque una scintilla di oscurità che chiede di
essere redenta. La tentazione non è un nemico, ma un messaggero travestito.
Essere tentati significa
ricevere un influsso; e che cos'è un influsso? Una corrente che cerca di
penetrare in noi, dunque una specie di nutrimento.
Nella Cabala, l’influsso è lo
Shefa, il flusso discendente dalle Sefirot. Ogni corrente, anche quella che
appare negativa, è un frammento di energia che cerca un recipiente. Il corpo e
la psiche sono vasi (kelim): ciò che entra in noi diventa nutrimento se
sappiamo trasformarlo, veleno se lo lasciamo stagnare.
Ci sono influssi buoni, ma ce
ne sono anche di cattivi.
Il Matok Midvash insegna che
non esistono influssi “cattivi” in senso assoluto: esistono energie non ancora
ordinate. Il bene è ciò che è già armonizzato; il male è ciò che attende di
essere integrato. La distinzione non è ontologica, ma alchemica.
Non sempre è possibile
opporsi all'irruzione in noi di correnti negative, ma una volta che queste si
sono introdotte in noi, dobbiamo sforzarci di trasformarle.
Qui si manifesta il principio
cabalistico del Tikkun, la riparazione. Non ci è chiesto di essere
impenetrabili, ma di essere alchimisti dell’interiorità. La corrente negativa è
materia prima: come il piombo per l’alchimista, come la Klippah (scorza) che
contiene la scintilla.
Se soccombiamo, se ci
lasciamo andare a un gesto di debolezza, il nostro tribunale interiore prende
nota che non abbiamo saputo assimilare quelle sostanze, ed esse riappariranno…
Il “tribunale interiore” è il
Beit Din dell’anima, composto dalle tre facoltà superiori:
• Chokhmah (intuizione)
• Binah (discernimento)
• Da’at (integrazione)
Quando non trasformiamo un
influsso, esso ritorna perché la sua lezione non è stata completata. Nella
Cabala, ciò che non viene elevato torna ciclicamente come dinim, severità, che
si manifesta come disturbo psichico o fisico: non punizione, ma richiamo.
Se non li lasciamo entrare,
non correremo il rischio di veder riemergere i cibi avvelenati; occorre dunque
vigilare affinché non entrino.
La vigilanza è la funzione di
Malchut quando è connessa alle Sefirot superiori: la Regina che custodisce la
soglia. Non è repressione, ma presenza. Il veleno è tale solo quando entra
senza coscienza.
Tuttavia, dato che non sempre
ciò è possibile, se dovesse accadere di aprire loro la strada, a quel punto ci
si deve esercitare a trasformarli per renderli digeribili, assimilabili.
Qui si rivela il cuore del
Matok Midvash:
• ciò che entra deve essere addolcito (Midvash = “di miele”),
• ciò che è amaro deve essere trasmutato,
• ciò che è oscuro deve essere illuminato dall’interno.
La trasformazione è un atto
sacerdotale: l’uomo diventa kohèn del proprio tempio interiore, offrendo
sull’altare della coscienza ciò che prima era scoria.
Il testo, letto
cabalisticamente, insegna tre principi:
1. Ogni tentazione è un
messaggero: porta un’energia che chiede di essere elevata.
2. Il male è solo un bene non
ancora ordinato: la trasformazione è il compito dell’anima.
3. La vigilanza non basta:
serve l’alchimia interiore: ciò che entra deve essere trasmutato in luce.
Nessun commento:
Posta un commento