lunedì 11 maggio 2026

Tentazioni

 Tentazioni

Tutti i giorni ci si presentano delle tentazioni.

Nella lettura cabalistica, ogni giorno non è soltanto una misura del tempo, ma un vassoio di possibilità che l’Universo ci offre. Il giorno è il “Yom”, la luce separata dalle tenebre in Genesi: ogni tentazione è dunque una scintilla di oscurità che chiede di essere redenta. La tentazione non è un nemico, ma un messaggero travestito.

Essere tentati significa ricevere un influsso; e che cos'è un influsso? Una corrente che cerca di penetrare in noi, dunque una specie di nutrimento.

Nella Cabala, l’influsso è lo Shefa, il flusso discendente dalle Sefirot. Ogni corrente, anche quella che appare negativa, è un frammento di energia che cerca un recipiente. Il corpo e la psiche sono vasi (kelim): ciò che entra in noi diventa nutrimento se sappiamo trasformarlo, veleno se lo lasciamo stagnare.

Ci sono influssi buoni, ma ce ne sono anche di cattivi.

Il Matok Midvash insegna che non esistono influssi “cattivi” in senso assoluto: esistono energie non ancora ordinate. Il bene è ciò che è già armonizzato; il male è ciò che attende di essere integrato. La distinzione non è ontologica, ma alchemica.

Non sempre è possibile opporsi all'irruzione in noi di correnti negative, ma una volta che queste si sono introdotte in noi, dobbiamo sforzarci di trasformarle.

Qui si manifesta il principio cabalistico del Tikkun, la riparazione. Non ci è chiesto di essere impenetrabili, ma di essere alchimisti dell’interiorità. La corrente negativa è materia prima: come il piombo per l’alchimista, come la Klippah (scorza) che contiene la scintilla.

Se soccombiamo, se ci lasciamo andare a un gesto di debolezza, il nostro tribunale interiore prende nota che non abbiamo saputo assimilare quelle sostanze, ed esse riappariranno…

Il “tribunale interiore” è il Beit Din dell’anima, composto dalle tre facoltà superiori:

Chokhmah (intuizione)

Binah (discernimento)

Da’at (integrazione)

Quando non trasformiamo un influsso, esso ritorna perché la sua lezione non è stata completata. Nella Cabala, ciò che non viene elevato torna ciclicamente come dinim, severità, che si manifesta come disturbo psichico o fisico: non punizione, ma richiamo.

Se non li lasciamo entrare, non correremo il rischio di veder riemergere i cibi avvelenati; occorre dunque vigilare affinché non entrino.

La vigilanza è la funzione di Malchut quando è connessa alle Sefirot superiori: la Regina che custodisce la soglia. Non è repressione, ma presenza. Il veleno è tale solo quando entra senza coscienza.

Tuttavia, dato che non sempre ciò è possibile, se dovesse accadere di aprire loro la strada, a quel punto ci si deve esercitare a trasformarli per renderli digeribili, assimilabili.

Qui si rivela il cuore del Matok Midvash:

ciò che entra deve essere addolcito (Midvash = “di miele”),

ciò che è amaro deve essere trasmutato,

ciò che è oscuro deve essere illuminato dall’interno.

La trasformazione è un atto sacerdotale: l’uomo diventa kohèn del proprio tempio interiore, offrendo sull’altare della coscienza ciò che prima era scoria.

Il testo, letto cabalisticamente, insegna tre principi:

1. Ogni tentazione è un messaggero: porta un’energia che chiede di essere elevata.

2. Il male è solo un bene non ancora ordinato: la trasformazione è il compito dell’anima.

3. La vigilanza non basta: serve l’alchimia interiore: ciò che entra deve essere trasmutato in luce.

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