lunedì 16 febbraio 2026

Evitare di esternare il proprio malcontento

 Evitare di esternare il proprio malcontento

 Secondo la Kabbalah, ogni parola che l’uomo pronuncia risveglia un flusso nelle Sefirot. La parola di lamento, di critica o di amarezza non è un semplice suono: è un moto di Ghevurah non rettificata, una scintilla di giudizio che, non trovando un canale equilibrato, precipita nei mondi inferiori e genera disarmonia.

Chi esterna continuamente il proprio malcontento attiva in sé il Partzuf del Din, una configurazione interiore in cui la severità domina senza la dolcezza di Chesed. In questo stato, la persona diventa un veicolo di contrazione, restringimento, oscurità. Ovunque passi, lascia un’impronta di tzimtzum non creativo, un restringimento sterile che sottrae luce invece di generarla.

Il malcontento come moto di Ghevurah verso se stessi

Esiste tuttavia una forma di malcontento che i Maestri considerano utile: quella rivolta verso sé stessi.

Quando l’uomo è insoddisfatto della propria condotta e desidera elevarsi, egli risveglia Ghevurah della Kedushah, la severità santa che purifica, delimita, raffina. In questo caso, il Partzuf attivato è GhevuratAbba, la forza del discernimento che separa il puro dallimpuro, il vero dal falso.

Ma quando il malcontento si dirige verso Dio, verso l’esistenza o verso il mondo, esso scivola in Ghevurah della Sitra Achra, la severità dell’altro lato, che non costruisce ma distrugge, non chiarifica ma confonde.

La Kabbalah insegna che il volto dell’uomo è un microcosmo delle Sefirot:

lo sguardo appartiene a Chokhmah,

la voce a Binah,

i gesti a Ze’ir Anpin,

l’espressione complessiva a Tiferet.

Quando il malcontento domina, queste Sefirot si oscurano.

Lo sguardo si fa torvo perché la luce di Chokhmah non scorre; la voce diventa dura perché Binah si è chiusa; i gesti si irrigidiscono perché Ze’ir Anpin è contratto; il volto si incupisce perché Tiferet ha perso la sua armonia.

L’uomo diventa così un piccolo Partzuf di oscurità, un volto che non riflette più la Shekhinah ma la sua assenza.

Molti credono che criticare tutto e tutti sia segno di intelligenza, di lucidità, di superiorità.

Ma nella visione cabalistica, questa è una forma di Ghevurah non bilanciata, che si traveste da saggezza ma in realtà è solo frammentazione.

Le persone che vivono in questo stato non sono considerate piacevoli perché la loro presenza attiva negli altri un moto di difesa: il loro campo energetico è un continuo richiamo al giudizio, e l’anima umana cerca naturalmente di evitarlo.

Come può la Shekhinah dimorare accanto a chi apre la bocca solo per criticare, lamentarsi, recriminare?

La Shekhinah si posa dove c’è Chesed, dove c’è apertura, dove c’è spazio per la luce.

Il lamento continuo, invece, crea un ambiente in cui la Presenza Divina non trova luogo.

Il compito dell’uomo: trasformare il giudizio in misericordia

Il lavoro spirituale consiste nel trasformare il malcontento in discernimento, il giudizio in compassione, la severità in forza equilibrata.

È il Tikkun di Ghevurah in Tiferet, la rettificazione che permette al giudizio di diventare bellezza, proporzione, armonia.

Chi impara a contenere il proprio malcontento non reprime la verità: la eleva.

E diventa un luogo in cui gli altri possono respirare, un piccolo santuario in cui la Shekhinah trova riposo.

Nessun commento:

Posta un commento

Rosh Chodesh Adar