Evitare di esternare il proprio malcontento
Chi esterna continuamente il proprio malcontento attiva in
sé il Partzuf del Din, una configurazione interiore in cui la severità domina
senza la dolcezza di Chesed. In questo stato, la persona diventa un veicolo di
contrazione, restringimento, oscurità. Ovunque passi, lascia un’impronta di
tzimtzum non creativo, un restringimento sterile che sottrae luce invece di
generarla.
Il malcontento come moto di Ghevurah verso se stessi
Esiste tuttavia una forma di malcontento che i Maestri
considerano utile: quella rivolta verso sé stessi.
Quando l’uomo è insoddisfatto della propria condotta e
desidera elevarsi, egli risveglia Ghevurah della Kedushah, la severità santa
che purifica, delimita, raffina. In questo caso, il Partzuf attivato è Ghevurat‑Abba,
la forza del discernimento che separa il puro dall’impuro, il vero dal falso.
Ma quando il malcontento si dirige verso Dio, verso
l’esistenza o verso il mondo, esso scivola in Ghevurah della Sitra Achra, la
severità dell’altro lato, che non costruisce ma distrugge, non chiarifica ma
confonde.
La Kabbalah insegna che il volto dell’uomo è un microcosmo
delle Sefirot:
• lo sguardo
appartiene a Chokhmah,
• la voce a Binah,
• i gesti a Ze’ir
Anpin,
• l’espressione
complessiva a Tiferet.
Quando il malcontento domina, queste Sefirot si oscurano.
Lo sguardo si fa torvo perché la luce di Chokhmah non
scorre; la voce diventa dura perché Binah si è chiusa; i gesti si irrigidiscono
perché Ze’ir Anpin è contratto; il volto si incupisce perché Tiferet ha perso
la sua armonia.
L’uomo diventa così un piccolo Partzuf di oscurità, un volto
che non riflette più la Shekhinah ma la sua assenza.
Molti credono che criticare tutto e tutti sia segno di
intelligenza, di lucidità, di superiorità.
Ma nella visione cabalistica, questa è una forma di Ghevurah
non bilanciata, che si traveste da saggezza ma in realtà è solo frammentazione.
Le persone che vivono in questo stato non sono considerate
piacevoli perché la loro presenza attiva negli altri un moto di difesa: il loro
campo energetico è un continuo richiamo al giudizio, e l’anima umana cerca
naturalmente di evitarlo.
Come può la Shekhinah dimorare accanto a chi apre la bocca
solo per criticare, lamentarsi, recriminare?
La Shekhinah si posa dove c’è Chesed, dove c’è apertura,
dove c’è spazio per la luce.
Il lamento continuo, invece, crea un ambiente in cui la
Presenza Divina non trova luogo.
Il compito dell’uomo: trasformare il giudizio in
misericordia
Il lavoro spirituale consiste nel trasformare il malcontento
in discernimento, il giudizio in compassione, la severità in forza equilibrata.
È il Tikkun di Ghevurah in Tiferet, la rettificazione che
permette al giudizio di diventare bellezza, proporzione, armonia.
Chi impara a contenere il proprio malcontento non reprime la
verità: la eleva.
E diventa un luogo in cui gli altri possono respirare, un
piccolo santuario in cui la Shekhinah trova riposo.
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