I nostri sforzi contano più dei risultati Zohar, Ari, Ramchal
Lo sforzo è il
movimento di Yesod che si tende verso Tiferet, come insegnato dall’Ari, che
descrive Yesod come il canale attraverso cui l’uomo eleva le sue scintille e
prepara i recipienti per il flusso superiore (Etz Chaim, Sha’ar Ha‑Kelalim). Il successo,
invece, appartiene al dominio di Keter, e nessuno può forzare Keter: esso si apre solo quando la misura è colma, quando il recipiente è purificato, quando il tempo è maturo. Per questo il successo può talvolta illudere, gonfiare l’ego, far credere che la luce appartenga a noi; mentre
lo sforzo ci mantiene umili, vigili, radicati nella verità del nostro cammino.
E anche quando lo
sforzo non produce alcun frutto visibile, esso non è mai vano. Il Ramchal
insegna che “ogni movimento dell’anima verso il bene crea un sentiero nei mondi
superiori” (Derech Hashem II:3), anche se l’occhio non lo vede. Ogni sforzo è
una scintilla che risale, un atto di Tikkun, un filo di luce che si aggiunge
alla trama dell’anima. Il Cielo non chiede di riuscire: chiede di partecipare
all’opera. Non chiede di vincere: chiede di essere presenti nel lavoro sacro
che ci è stato affidato.
Il successo non
dipende da voi, perché appartiene al dominio del Shefa, il flusso che discende
dall’Alto quando e come il Cielo ritiene opportuno. Gli sforzi, invece,
dipendono da voi, perché nessuno può compiere la vostra Avodah al vostro posto.
Così come nessuno può respirare per voi, nessuno può elevare le vostre
scintille interiori. L’Ari sottolinea che ogni anima ha radici e compiti unici,
e nessun’altra può sostituirla nel suo Tikkun (Sha’ar Ha‑Ghilgulim, introd. 11).
Il Cielo apre le porte, ma siete voi che dovete attraversarle.
E in verità, lo sforzo
stesso contiene la sua ricompensa. Ogni volta che orientate il pensiero verso
l’Alto, che fate un passo nella direzione della vostra rettificazione, la
vostra anima si illumina. Lo Zohar afferma che “un pensiero di santità crea un angelo
che lo accompagna” (Zohar II:244b). Anche se nulla cambia esteriormente,
qualcosa si trasforma nei mondi interiori: un canale si purifica, un nodo si
scioglie, una scintilla torna alla sua radice. La vita assume un colore diverso
perché voi siete diversi.
Per questo non dovete
imporre scadenze al vostro cammino. Le scadenze appartengono al mondo di
Malchut, ma la crescita dell’anima appartiene ai mondi superiori, dove il tempo
non è lineare. Il Ramchal spiega che la fretta spirituale è una forma di giudizio
che restringe i canali del Shefa (Mesillat Yesharim, cap. 9). Se fissate una
data per ottenere un certo risultato interiore, create tensione, contrazione,
aspettativa — e la contrazione impedisce al flusso di discendere. La crescita
spirituale è come un frutto dell’Albero della Vita: matura quando è il suo
tempo, non quando noi lo ordiniamo.
Lavorate dunque come
se aveste davanti l’eternità, perché l’anima appartiene all’eternità. Non
perché il cammino sia infinito, ma perché solo la calma dell’eternità permette
alla luce di discendere senza ostacoli. Prima o poi, inevitabilmente, ciò che
deve fiorire fiorirà.
Concentratevi sulla
bellezza dell’opera stessa, sulla dolcezza dell’Avodah, sulla gioia sottile che
nasce dal camminare verso la vostra radice. Dite a voi stessi:
“Poiché questo lavoro
è così luminoso e così prezioso, non mi preoccupo del tempo. Anche se ci
volessero secoli o millenni, continuerò a salire.”
In questo spirito,
ogni sforzo diventa già un atto di unione, e ogni passo diventa già una forma
di redenzione.
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