giovedì 12 febbraio 2026

Possedere la Propria Anima – con Meditazione

 Possedere la Propria Anima – con Meditazione

 L’anima dell’uomo è continuamente attratta verso ciò che è nuovo: nuovi mondi da esplorare, nuove forme da percepire, nuove scintille da cogliere nei dettagli dell’esistenza. Questo impulso nasce da Malkhut (מלכות), il desiderio che si espande verso l’esterno per ricevere.

Non è un male; è la naturale espansione del Kli (vaso), il movimento del desiderio che cerca la Or (luce).

Ma accanto a questo moto centrifugo, occorre educarsi a un’altra direzione: quella del ritorno, del legame quotidiano con il mondo divino. Anche pochi istanti, se autentici, aprono un canale verso Tiferet (תפארת), il centro armonizzante che unisce l’uomo alla sua radice superiore.

Ciò che discende da quel legame è Or pnimi, luce interiorizzata, proveniente da Chokhmah (חכמה) e Binah (בינה), che si veste nelle Sefirot inferiori fino a radicarsi nel cuore.

Questa luce diventa sostanza eterna dell’anima: vi accompagnerà in ogni mondo, anche oltre la soglia della morte, e nessuna forza potrà strapparvela.

Tutto ciò che trovate nei libri, tutto ciò che ascoltate dagli altri, appartiene invece al dominio dell’Or makif, la luce che circonda ma non penetra. È la luce di Keter (כתר) che ancora non è stata attirata dentro il vaso.

Quando l’anima lascia il corpo, questa luce rimane indietro, perché non è stata trasformata in Reshimo, la traccia eterna che si imprime solo quando la luce attraversa Yesod (יסוד) e si radica in Malkhut.

E quando l’anima ritorna nel ciclo dei ghilgulim, deve ricominciare a raccogliere ciò che non aveva interiorizzato. Solo ciò che è stato vissuto, trasformato e unito alla propria radice rimane come acquisizione reale.

Tutto il resto viene tolto, non come punizione, ma per semplice legge spirituale: ciò che non è stato integrato non appartiene all’anima. Era un prestito, un riflesso, un’eco di luci altrui.

Eppure, durante la vita terrena, grazie a questi prestiti, l’uomo può godere di molti vantaggi: approvazione, applausi, riconoscimenti. Ma questi sono frutti delle Klippot (קליפות), involucri che brillano per un istante e poi si dissolvono.

Quando l’anima lascia il mondo materiale, chi non ha compiuto un vero tikkun interiore si ritrova povero e nudo: privo di luce propria, privo di radici, privo di sostanza.

E così ritorna nel ciclo dei ghilgulim: povero e nudo, costretto a ricominciare il lavoro che aveva rimandato.

Perché solo ciò che l’anima conquista con il proprio sforzo—la propria avodah, la propria trasformazione, la propria unione con il divino—diventa eterno.

Solo ciò che attraversa Netzach (נצח) e Hod (הוד), la perseveranza e la sincerità, e si stabilizza in Yesod, può essere portato oltre la morte.

Tutto il resto è vento.

 

Meditazione Sefirotica sul Possesso dell’Anima

 

1. Preparazione

Siedi in silenzio.

Lascia che il respiro scenda, lento, fino al fondo del corpo.

Senti Malkhut (מלכות), la tua radice nel mondo: il peso, la presenza, il desiderio di ricevere.

Ripeti interiormente: Da Malkhut inizio il mio cammino.

 2. Il desiderio che si espande

Osserva la tua mente che cerca sempre il nuovo: nuove idee, nuove sensazioni, nuove conoscenze.

Non giudicare questo movimento.

È il naturale impulso di Malkhut che tende verso la luce. Senti il desiderio come un vaso che si apre.

 3. Il ritorno verso l’alto

Ora porta l’attenzione al centro del petto. Lì risplende Tiferet (תפארת), la bellezza che unisce alto e basso. Immagina un filo sottile che sale da Malkhut a Tiferet.

È il filo del ritorno, della connessione quotidiana con il divino.

Respira e ripeti: “Mi lego alla mia radice”.

 4. La luce che entra

Senti una luce sottile discendere da Chokhmah (חכמה), la scintilla dell’intuizione, e da Binah (בינה), la comprensione che abbraccia e dà forma.

Questa luce non è un pensiero. È una sostanza. È Or pnimi, luce che entra e si radica.

Lascia che scenda attraverso Tiferet, poi in Yesod (יסוד), il fondamento, e infine in Malkhut, dove diventa tua.

Ripeti:Ciò che ricevo in verità rimane”.

 5. La differenza tra ciò che è tuo e ciò che non lo è

Ora osserva tutte le conoscenze prese in prestito: le parole dei libri, le opinioni degli altri, gli applausi, i riconoscimenti. Vedi come restano fuori dal corpo, come Or makif, luce che circonda ma non entra. Non ti appartengono. Sono riflessi, non conquiste. Lascia che si dissolvano come nebbia.

 6. Le Klippot

Senti intorno a te le Klippot (קליפות), gli involucri che brillano per un istante. Sono le illusioni del mondo: approvazione, prestigio, apparenza. Guarda come si sgretolano senza toccarti. Tu non sei fatto di questo.

Ripeti:Cerco ciò che è eterno”.

 7. Il Tikkun

Ora porta l’attenzione a Netzach (נצח) e Hod (הוד), le due colonne della perseveranza e della sincerità. Senti come stabilizzano la luce dentro di te. Senti come la conducono verso Yesod, dove diventa traccia eterna, Reshimo. Ogni respiro è un atto di tikkun, una riparazione che rimane con te oltre la morte.

 8. Il cammino dell’anima

Vedi la tua anima attraversare i mondi, lasciando ciò che non è suo, portando solo ciò che ha veramente interiorizzato. Vedi il ciclo dei ghilgulim come un movimento di purificazione, non come una punizione.

Ripeti: Porto con me solo ciò che sono.

 9. Conclusione

Ritorna lentamente al corpo. Senti Malkhut, la tua presenza nel mondo. Senti la luce che hai attirato, stabile, silenziosa, reale. Quando sei pronto, apri gli occhi.

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