Possedere la Propria Anima – con Meditazione
Non è
un male; è la naturale espansione del Kli (vaso), il movimento del desiderio
che cerca la Or (luce).
Ma
accanto a questo moto centrifugo, occorre educarsi a un’altra direzione: quella
del ritorno, del legame quotidiano con il mondo divino. Anche pochi istanti, se
autentici, aprono un canale verso Tiferet (תפארת), il centro armonizzante che unisce l’uomo
alla sua radice superiore.
Ciò che
discende da quel legame è Or pnimi, luce interiorizzata, proveniente da
Chokhmah (חכמה) e Binah (בינה), che si veste nelle Sefirot inferiori fino a radicarsi nel
cuore.
Questa
luce diventa sostanza eterna dell’anima: vi accompagnerà in ogni mondo, anche
oltre la soglia della morte, e nessuna forza potrà strapparvela.
Tutto
ciò che trovate nei libri, tutto ciò che ascoltate dagli altri, appartiene
invece al dominio dell’Or makif, la luce che circonda ma non penetra. È la luce
di Keter (כתר) che ancora non è stata attirata dentro il vaso.
Quando
l’anima lascia il corpo, questa luce rimane indietro, perché non è stata
trasformata in Reshimo, la traccia eterna che si imprime solo quando la luce
attraversa Yesod (יסוד) e si radica in Malkhut.
E
quando l’anima ritorna nel ciclo dei ghilgulim, deve ricominciare a raccogliere
ciò che non aveva interiorizzato. Solo ciò che è stato vissuto, trasformato e
unito alla propria radice rimane come acquisizione reale.
Tutto
il resto viene tolto, non come punizione, ma per semplice legge spirituale: ciò
che non è stato integrato non appartiene all’anima. Era un prestito, un
riflesso, un’eco di luci altrui.
Eppure,
durante la vita terrena, grazie a questi prestiti, l’uomo può godere di molti
vantaggi: approvazione, applausi, riconoscimenti. Ma questi sono frutti delle Klippot
(קליפות), involucri che brillano per un istante e poi si dissolvono.
Quando
l’anima lascia il mondo materiale, chi non ha compiuto un vero tikkun interiore
si ritrova povero e nudo: privo di luce propria, privo di radici, privo di
sostanza.
E così
ritorna nel ciclo dei ghilgulim: povero e nudo, costretto a ricominciare il
lavoro che aveva rimandato.
Perché
solo ciò che l’anima conquista con il proprio sforzo—la propria avodah, la
propria trasformazione, la propria unione con il divino—diventa eterno.
Solo
ciò che attraversa Netzach (נצח) e Hod (הוד), la perseveranza e la sincerità, e si
stabilizza in Yesod, può essere portato oltre la morte.
Tutto
il resto è vento.
Meditazione
Sefirotica sul Possesso dell’Anima
1.
Preparazione
Siedi
in silenzio.
Lascia
che il respiro scenda, lento, fino al fondo del corpo.
Senti
Malkhut (מלכות), la tua radice nel mondo: il peso, la presenza, il desiderio
di ricevere.
Ripeti interiormente:
Da Malkhut inizio il mio cammino.
Osserva
la tua mente che cerca sempre il nuovo: nuove idee, nuove sensazioni, nuove
conoscenze.
Non
giudicare questo movimento.
È il
naturale impulso di Malkhut che tende verso la luce. Senti il desiderio come un
vaso che si apre.
Ora
porta l’attenzione al centro del petto. Lì risplende Tiferet (תפארת), la bellezza che unisce alto e basso. Immagina
un filo sottile che sale da Malkhut a Tiferet.
È il
filo del ritorno, della connessione quotidiana con il divino.
Respira
e ripeti: “Mi lego alla mia radice”.
Senti
una luce sottile discendere da Chokhmah (חכמה), la scintilla dell’intuizione, e da Binah
(בינה), la comprensione che abbraccia e dà forma.
Questa
luce non è un pensiero. È una sostanza. È Or pnimi, luce che entra e si radica.
Lascia
che scenda attraverso Tiferet, poi in Yesod (יסוד), il fondamento, e infine in Malkhut, dove
diventa tua.
Ripeti:“Ciò che ricevo in verità rimane”.
Ora
osserva tutte le conoscenze prese in prestito: le parole dei libri, le opinioni
degli altri, gli applausi, i riconoscimenti. Vedi come restano fuori dal corpo,
come Or makif, luce che circonda ma non entra. Non ti appartengono. Sono
riflessi, non conquiste. Lascia che si dissolvano come nebbia.
Senti
intorno a te le Klippot (קליפות), gli involucri che brillano per un istante. Sono le illusioni
del mondo: approvazione, prestigio, apparenza. Guarda come si sgretolano senza
toccarti. Tu non sei fatto di questo.
Ripeti:“Cerco ciò che è eterno”.
Ora
porta l’attenzione a Netzach (נצח) e Hod (הוד), le due colonne della perseveranza e
della sincerità. Senti come stabilizzano la luce dentro di te. Senti come la
conducono verso Yesod, dove diventa traccia eterna, Reshimo. Ogni respiro è un
atto di tikkun, una riparazione che rimane con te oltre la morte.
Vedi la
tua anima attraversare i mondi, lasciando ciò che non è suo, portando solo ciò
che ha veramente interiorizzato. Vedi il ciclo dei ghilgulim come un movimento
di purificazione, non come una punizione.
Ripeti:
Porto con me solo ciò che sono.
Ritorna
lentamente al corpo. Senti Malkhut, la tua presenza nel mondo. Senti la luce
che hai attirato, stabile, silenziosa, reale. Quando sei pronto, apri gli
occhi.
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