Capire la Kabbalah
Molte persone chiedono:
“Mi insegni a uscire dal
corpo?
Mi insegni a fare viaggi
astrali?
Mi insegni a vedere, a
sentire, a muovermi tra i mondi?”
E la domanda ritorna
all’infinito, come se la spiritualità fosse un insieme di tecniche da
apprendere, come se la coscienza fosse un muscolo da allenare, come se la
Kabbalah fosse un manuale di istruzioni per esperienze straordinarie.
Il vecchio detto “Tutte le
strade portano a Roma” qui non funziona.
La Kabbalah autentica —
quella dei Maestri, non quella occidentale, non quella pop, non quella
sincretica — non funziona così.
La Kabbalah non è un metodo
per “uscire dal corpo”. È un metodo per entrare nel corpo, per abitarlo con
consapevolezza, per trasformarlo in un recipiente capace di luce.
La Kabbalah non è un sistema
per “fare viaggi astrali”. È un sistema per rettificare i mondi, e i mondi si
rettificano solo quando l’uomo rettifica sé stesso.
La Kabbalah non è un insieme
di tecniche. È una trasmissione. E una trasmissione non si riceve da un libro,
né da un video, né da un PDF. Si riceve da un maestro vivente, in un luogo
vivente, in un momento vivente.
Senza trasmissione, senza
tradizione, senza guida, la pratica non produce frutto. È come versare acqua in
un recipiente bucato: si sente il movimento, ma non rimane nulla.
Una Kabbalah non compresa e
non praticata correttamente non è solo inutile: è una perdita di tempo, una
dispersione di energia, un allontanamento dalla rotta.
Questa frase è un
avvertimento sottile.
La luce pura, senza
recipiente, non illumina: brucia, acceca, disintegra.
Il recipiente — il kli — è
ciò che permette alla luce di diventare esperienza, trasformazione, vita.
Andare troppo oltre è una
deviazione. Non andare abbastanza lontano è una deviazione.
La via della Kabbalah è la
linea centrale, la misura esatta tra espansione e contenimento, tra desiderio e
restrizione, tra luce e vaso.
Di più non è sempre meglio.
Di meno non è sempre più
sicuro.
La misura è tutto.
Questa non è una frase
morale: è una frase energetica.
Chi possiede molto ha molti
vasi. E più vasi si hanno, più forte è il dolore quando si rompono.
Chi ha molti attaccamenti ha
molti punti di frizione.
E la frizione genera calore,
resistenza, sofferenza.
La Kabbalah non disprezza la
materia, ma insegna che l’attaccamento è ciò che crea la rottura dei vasi
(shevirat ha‑kelim).
Non la materia in sé, ma
l’identificazione con essa.
Per questo i Maestri provano
compassione: non per la ricchezza, ma per il peso che essa porta.
Questa è una delle frasi più
alte che si possano dire in linguaggio semplice.
Secondo la Kabbalah:
• Dio non crea per necessità.
• Non crea per mancanza.
• Non crea per gioco.
• Non crea per prova.
Dio crea per elevare la
coscienza della creatura, per portarla dal desiderio di ricevere al desiderio
di dare, dal mondo dell’effetto al mondo della causa, dalla percezione
frammentata alla percezione unitaria.
Ogni evento, ogni incontro,
ogni ostacolo, ogni perdita, tutte le cose della vita che ciascuno di noi
sperimenta sono concepite come una prova. Non una prova punitiva, non un esame,
ma una misura del recipiente.
Ogni evento è calibrato per
rivelare la forma del nostro kli, per mostrarci dove siamo aperti e dove siamo
chiusi, dove la luce può entrare e dove invece si infrange.
Ognuno
di noi viene osservato e valutato in base ai propri comportamenti e alle
proprie reazioni alle circostanze.
Non da un Dio giudice, ma
dalla legge della risonanza: ciò che siamo attira ciò che ci accade.
La reazione è il vero
specchio dell’anima. La reazione è il luogo in cui la luce incontra il vaso.
Potremmo desiderare di vivere
la vita felicemente e liberamente, ma anche tali desideri non sono altro che un
sussurro passeggero.
Il desiderio di felicità è
naturale, ma non è ancora spirituale. È solo il movimento della nefesh, il
livello più basso dell’anima, che cerca piacere e fuga dal dolore.
La Kabbalah insegna che la
vera libertà non è l’assenza di peso, ma la trasformazione del peso in luce.
Ci sono sempre momenti buoni
e momenti cattivi, momenti migliori e momenti peggiori. Ci sono sempre alti e
bassi: questo fa parte del sistema della vita ed è stabilito dal disegno
divino.
Gli alti e bassi non sono
errori del sistema: sono il sistema.
Sono le onde attraverso cui
la coscienza si espande e si contrae, come il respiro del mondo.
Senza contrazione non c’è
espansione.
Senza notte non c’è giorno.
Senza mancanza non c’è
desiderio.
Senza desiderio non c’è
crescita.
Nessuno ne è immune, nessuno
può sfuggirvi.
Perché nessuno può sfuggire
alla propria anima.
E la vita è lo strumento
attraverso cui l’anima si rivela.
Molte volte siamo oppressi da
pesi scomodi.
È sempre un piacere liberarsi
di tali fardelli.
Questi pesi sono le scorie
del desiderio non rettificato, i residui delle emozioni non elaborate, le ombre
che chiedono luce.
Liberarsene è un sollievo, ma
non sempre è una crescita. A volte la crescita è restare, non fuggire. Altre
volte siamo circondati dai pesi delle cose piacevoli, cose a cui ci aggrappiamo
e alle quali non vorremmo mai rinunciare.
Ma anche le cose piacevoli
sono pesi.
Il piacere è un legame, e
ogni legame è un vincolo.
La Kabbalah insegna che
l’attaccamento è la radice di ogni sofferenza, non perché il mondo sia cattivo,
ma perché nulla nel mondo è stabile.
Ciò che è temporaneo non può
sostenere un desiderio eterno.
Ma il corso della vita è
semplice e si cura poco dei desideri umani.
La vita non si piega ai
nostri desideri: ci piega ai suoi ritmi. E i suoi ritmi sono quelli della
rettificazione.
Tutte le cose piacevoli a cui
ci aggrappiamo possono andare perdute in un istante.
Quando ciò accade, non c’è
piacere, ma solo dolore. La ragione del dolore è l’attaccamento a quelle cose
che non ci sono più.
La sofferenza non nasce dalla
perdita, ma dal legame.
La perdita è un fatto. Il
dolore è una reazione. E la reazione è il luogo in cui si misura la nostra
maturità spirituale.
La sensazione di strapparsi
via ciò che si ama lascia ferite aperte. Queste ferite sono vasi spezzati. Sono
frammenti di luce che chiedono di essere raccolti.
Ogni ferita è un’opportunità
di tikkun, ogni lacrima è un seme di consapevolezza.
Ciò di cui sto parlando qui è
il livello più profondo dei segreti spirituali, i segreti della rettificazione
e della crescita spirituale.
La rettificazione non è un
concetto morale: è un processo energetico. È la trasformazione del desiderio di
ricevere per sé nel desiderio di ricevere per dare.
È il passaggio da Malkhut a
Binah, dal mondo della reazione al mondo della comprensione.
Ma certe menti non riescono a
vederlo, sono eccessivamente concentrate sul razionale e quindi non riescono a
vedere l’intuitivo, tanto meno il psichico.
La mente razionale è un
ottimo servo ma un pessimo maestro.
Il razionale vede solo ciò
che è già stato.
L’intuitivo vede ciò che sta
per essere.
Il psichico vede ciò che è
sempre stato.
Chi resta nel razionale resta
nel passato.
Chi entra nell’intuitivo
entra nel presente.
Chi accede al psichico entra
nell’eterno.
Quando i momenti di crescita
spirituale ci investono e, per disegno divino, certi attaccamenti in questo
mondo vengono rimossi, la mente razionale non riesce a vedere la saggezza in
questo e quindi piange le proprie perdite.
La rimozione degli
attaccamenti è un atto di misericordia superiore. È la mano invisibile che
libera il vaso per poter ricevere una luce più grande.
Ma finché l’occhio vede solo
la perdita, non vede la liberazione. Finché il cuore sente solo il dolore, non
sente la crescita. Finché la mente si aggrappa al passato, non può entrare nel
futuro.
D’altra parte, chi possiede
una visione psichica e spirituale riconosce la Mano invisibile di Dio che opera
nella propria vita e comprende che tutto ciò che Dio fa, lo fa per il bene.
La visione psichica non è un
talento, né un dono casuale: è la memoria dell’anima che non si è spenta.
È la capacità di vedere la
trama dietro l’immagine, il movimento dietro l’evento, la causa dietro
l’effetto.
Chi vede in questo modo non
interpreta la vita: la riconosce.
Sebbene la mente razionale
possa effettivamente accettare questo concetto, il cuore è ben lontano
dall’esperienza di comprenderne la verità, e così prova dolore e il senso di
perdita causato dalla separazione.
La mente può dire “tutto è
per il bene”, ma il cuore non lo sente.
La mente conosce la teoria,
il cuore conosce la ferita.
E la Kabbalah insegna che la
ferita è un vaso spezzato che chiede luce, non una colpa da reprimere.
Il dolore non è un errore: è
un invito.
L’intuitivo psichico lo sa
nel proprio cuore e non ha bisogno di essere convinto che ogni perdita e
separazione serva a uno scopo superiore nel grande disegno delle cose, ed è
quindi più disposto a lasciar andare e ad affidarsi a Dio.
L’intuitivo non “crede”:
ricorda.
Non “accetta”: riconosce.
Non “si convince”: vede.
Per questo lascia andare più
facilmente: perché sa che nulla si perde, tutto si trasforma.
Sa che ciò che viene tolto è
ciò che non può più contenere la luce che sta arrivando.
Anche l’intuitivo psichico
proverà una certa quantità di dolore per la perdita, ma questo dolore viene
rapidamente sanato dalla propria fede in Dio.
La differenza non è l’assenza
di dolore, ma la sua durata.
Nel razionale il dolore
ristagna.
Nel psichico il dolore
scorre.
La fede non elimina la
ferita: la guarisce.
Sebbene non si veda con gli
occhi fisici la saggezza delle azioni di Dio, l’anima psichica conosce ciò che
la mente razionale non conosce.
Gli occhi fisici vedono il
mondo inferiore.
La mente razionale vede il
mondo intermedio.
L’anima psichica vede il
mondo superiore.
E ciò che è superiore governa
ciò che è inferiore.
Per questo l’anima sa ciò che
la mente ignora:
vede la radice, non solo il
ramo.
Dio ci osserva per vedere se
stiamo maturando e imparando ad ascoltare il canto delle nostre anime, o se
siamo ancora bloccati all’interno dei rigidi confini della razionalità
intellettuale.
Il “canto dell’anima” è la
vibrazione della nostra radice spirituale.
È la nostra vera identità,
prima della forma, prima del corpo, prima della storia.
Dio non osserva per
giudicare: osserva per misurare la nostra capacità di ricevere luce.
La maturità spirituale non è
conoscenza: è ascolto.
Il nostro attuale spettro
ristretto di luce visibile, sia esso dell’occhio fisico o della mente
razionale, è molto limitato.
All’interno di questa banda
stretta non vediamo il quadro più ampio, né possiamo percepire la Presenza
della Mano Divina invisibile.
La Kabbalah insegna che
vediamo solo l’1% della realtà.
Il restante 99% è invisibile
ai sensi e alla logica.
La Mano Divina opera nel 99%,
e noi viviamo nell’1%.
Per questo non la percepiamo:
non perché non c’è, ma perché non guardiamo nel posto giusto.
Dio muove lo spazio e il
tempo intorno a noi e osserva come impariamo e cresciamo; ed è così che le
nostre anime vengono valutate, secondo la scala Divina.
La scala Divina non misura
successo, fallimento, ricchezza, prestigio o risultati. Misura l’espansione
della coscienza.
Misura quanto siamo capaci di
trasformare la reazione in comprensione, la paura in fiducia, l’attaccamento in
libertà.
Più o meno, meglio o peggio:
sono tutte misure definite in un certo senso dal disegno divino e in modo
totalmente diverso dai criteri intellettuali razionali dell’uomo.
Il “meglio” per Dio non è il
“meglio” per l’uomo.
Il “peggio” per Dio non è il
“peggio” per l’uomo.
Ciò che l’uomo chiama
perdita, Dio chiama liberazione.
Ciò che l’uomo chiama
fallimento, Dio chiama apertura.
Ciò che l’uomo chiama dolore,
Dio chiama nascita.
Dio comprende i limiti finiti
dell’attuale coscienza umana.
Siamo noi esseri umani a non
riuscire a vedere oltre i limiti della nostra stessa prigionia.
La prigionia non è esterna: è
interiore.
È la prigione della
percezione, non delle circostanze.
Dio vede ciò che noi non
riusciamo a vedere.
Ma noi scegliamo di non
vedere, e per questo non riusciamo a percepire la Mano Invisibile.
La cecità spirituale non è un
difetto: è una scelta.
È la scelta di restare nella
zona conosciuta, nella sicurezza del razionale, nella paura dell’ignoto.
È una cosa terribile essere
incatenati a ciò che è così limitante e così fugace.
Il mondo materiale è
un’ombra.
Aggrapparsi all’ombra è la
vera tragedia.
Non perché la materia sia
cattiva, ma perché è temporanea.
E ciò che è temporaneo non
può sostenere un desiderio eterno.
Tutti gli attaccamenti a
questo mondo servono solo a distrarre l’attenzione psichica dal vero legame con
la realtà soprannaturale.
L’attaccamento è la radice
della distrazione.
La distrazione è la radice
della dimenticanza.
La dimenticanza è la radice
della sofferenza.
Il mondo non è un ostacolo: è
un velo.
E il velo cade quando
l’attaccamento si scioglie.
Siamo noi che dobbiamo
imparare a distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male, tra ciò che è utile
alla nostra crescita spirituale e ciò che la ostacola.
Il bene non è ciò che piace.
Il male non è ciò che
dispiace.
Il bene è ciò che espande la
coscienza.
Il male è ciò che la contrae.
La crescita spirituale è la
capacità di riconoscere questa differenza.
Solo in questo modo saremo
finalmente in grado di espellere da noi il residuo del frutto proibito
dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male.
Il “residuo” non è un simbolo
morale: è un codice energetico.
È la mescolanza tra luce e
oscurità, tra verità e illusione, tra desiderio puro e desiderio distorto.
Finché questo residuo rimane
nel nostro sistema, la coscienza resta duale, frammentata, reattiva.
Espellerlo significa
purificare il desiderio, riportarlo alla sua radice originaria.
Una volta che questo sarà
uscito dal nostro sistema, saremo pronti a mangiare il frutto dell’Albero della
Vita.
L’Albero della Vita non è un
luogo: è uno stato di coscienza.
È la percezione unitaria, non
duale.
È la capacità di vedere la
realtà senza la distorsione del giudizio, della paura, dell’attaccamento.
Solo chi ha purificato il
desiderio può ricevere la luce dell’Albero della Vita senza spezzarsi.
Il segreto più profondo è che
il mondo che ci circonda, con tutte le sue tentazioni e i suoi piaceri, non è
altro che una distrazione per l’anima.
Il mondo non è un nemico: è
un velo.
Le tentazioni non sono
peccati: sono test.
I piaceri non sono proibiti:
sono specchi.
La distrazione nasce quando
l’anima dimentica la sua origine e si identifica con ciò che è temporaneo.
La mente razionale non riesce
a comprenderlo, ma le anime sensibili lo vedono e ne conoscono la verità.
La mente razionale vede solo
ciò che è misurabile.
L’anima sensibile vede ciò
che è reale.
La mente analizza; l’anima
riconosce.
La mente dubita; l’anima
ricorda.
Si avvicina per tutte le
anime un periodo di grande prova, e molte cose andranno perdute.
La “prova” non è una
punizione: è una purificazione collettiva.
Quando la luce aumenta, ciò
che non può contenerla si dissolve.
Le perdite non sono
distruzioni: sono liberazioni.
Ciò che cade è ciò che non
può più accompagnarci nel livello successivo.
Chi sopporterà questa perdita
con fede in Dio, e chi perirà insieme a ciò che ha perso?
La differenza non è nel
destino, ma nella coscienza.
Chi si aggrappa a ciò che se
ne va, se ne va con esso.
Chi lascia andare, sale.
La perdita è una porta:
alcuni la attraversano, altri vi si incatenano.
Dio veglia su tutte le anime
e guida ciascuno di noi verso le necessarie correzioni.
Il Tikkun non è casuale: è
calibrato.
Ogni anima riceve esattamente
ciò che può trasformare, né più né meno.
Dio non manda prove: manda
opportunità di espansione.
Chi è legato a Dio non
perderà mai nulla, mentre chi non è legato a Dio perderà tutto.
Perché ciò che è legato a Dio
è eterno, e ciò che non è legato a Dio è temporaneo.
L’attaccamento alla materia
porta alla perdita. L’attaccamento al Divino porta alla permanenza.
A qualunque costo, Dio
riporterà a Sé tutte le anime smarrite.
Non esiste anima perduta:
esiste solo anima dimentica.
Il ritorno è inevitabile.
La domanda non è se
torneremo, ma come.
Alla fine, vi ricongiungerete
con Dio e sarete benedetti con la pienezza della vostra anima.
La pienezza dell’anima è la
sua riunificazione con la sua radice.
È il momento in cui il
frammento riconosce l’Intero, in cui la scintilla ritorna alla Fiamma.
La domanda che rimane è:
quale strada sceglierete per raggiungere questo fine, la strada difficile o
quella facile, la strada della perdita o quella della resa a Dio?
La strada difficile è la
resistenza.
La strada facile è la resa.
La perdita è la via
dell’attaccamento.
La resa è la via della
fiducia.
Il destino è lo stesso; il
percorso è diverso.
Ricorda, nessuno può mai
avere il controllo totale su ciò che accade in questo mondo, ma abbiamo il
controllo totale su come scegliamo di reagire a qualunque cosa accada in questo
mondo.
La reazione è il luogo della
libertà.
La libertà non è cambiare gli
eventi: è cambiare la coscienza.
La reazione è il punto in cui
l’anima decide se salire o cadere.
Quindi, per il bene
dell’educazione della tua anima, scegli con saggezza.
Ogni scelta è un seme.
Ogni seme è un mondo.
Ogni mondo è un passo verso
la radice.
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