Non esiste altro mondo fuorché il mondo spirituale
«Non esiste altro
mondo fuorché il mondo spirituale. Quello che noi chiamiamo mondo sensibile è
il Male nel mondo spirituale» (FRANZ KAFKA).
Quando Mosè, il
grande iniziato ebreo, scese dal monte Sinai con le sue enigmatiche tavole,
forse esitò nel mostrarle al suo popolo. Da una parte v’era il sospetto che
esso potesse fraintenderle; dall’altra egli era consapevole del fatto che senza
un’ulteriore spiegazione era pressoché impossibile decidere a cosa alludessero
con quei precetti apparentemente così chiari e – in tutti i sensi – lapidari.
Dunque, l’insegnamento segreto di Mosè, di colui che aveva conosciuto l’Egitto
da padrone ed ora Israele da profeta e fondatore, fu trasmesso da lui ai
settanta anziani ebrei affinché essi lo tramandassero di generazione in
generazione.
Qabbalah (è questa
la traslitterazione più corretta dall’ebraico) significa semplicemente
“tradizione”, ma si presume la tradizione per antonomasia, la tradizione di
vera conoscenza che, per via orale, è giunta fino agli ebrei contemporanei.
Tutti sanno che le tradizioni, per quanto protette da vari e a volte ingegnosi
riti, inesorabilmente cambiano. O, peggio, si deteriorano, fino a tradire il
messaggio originario. Ora, è sempre arduo investigare le volontà altrui,
specialmente se tali volontà si ritengono occulte o comunque destinate a pochi.
Il paradosso di ogni disciplina esoterica si rivela in modo lampante nello
studio della Kabbalah: più ci si concentra sulla lingua ebraica e sui suoi
fonemi misteriosi, più il legame che esiste tra parola e parola, tra versetto e
versetto, tra maestro e discepolo appare come un enigma irrisolto. Io non
conosco la lingua ebraica, la lingua parlata – si favoleggia – dagli stessi
angeli per la sua bellezza e per la sua capacità di evocare lo spirito; eppure,
i pochi suoni che ho avuto la ventura di ascoltare mi richiamavano verità
perdute, sepolte sotto la polvere del tempo. Insomma, Mosè avrebbe tenuto per
sé e per pochi adepti le verità, o meglio le nozioni più importanti attraverso
le quali interpretare il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia,
Molte infedeltà
riguardano le traduzioni (come nel caso della celebre costola di Adamo, nel
testo ebraico in realtà il cuore, o dell’altrettanto celebre mela del Genesi,
mai nominata nell’originale, anche perché è più probabile che l’albero
intoccabile fosse un fico), ma più numerose sono quelle che ci narrano del
tentativo di scoprire il vero significato del mondo attraverso il linguaggio,
quello stesso linguaggio con cui Adamo conosce le cose e gli esseri attorno a
lui nominandoli per la prima volta. Il linguaggio ha un valore sacro che noi
moderni abbiamo quasi del tutto perduto in quanto, invece di considerare la
parola come evocativa, la consideriamo mero strumento dei nostri desideri o,
peggio, della nostra brama di potere.
Gershom G. Scholem
ha ipotizzato che la Kabbalah sia nata nella Francia meridionale, nell’età in
cui i Catari diffondevano il loro credo. Dunque, per lui si sarebbe verificata
una sorta di osmosi tra le due dottrine, che non a caso si propongono
essenzialmente come interpretazioni della Bibbia. Con la Kabbalah nasce una
nuova bibbia, sebbene essa non confuti quella originaria (ma qual è poi il
Libro Sacro Originario?): i cabalisti affermano che esistono cioè due possibili
letture, una destinata al popolo ed una destinata agli iniziati. A dire il
vero, se dovessimo esaminare la storia delle interpretazioni cabalistiche da
Isacco il Cieco in poi, dovremmo ammettere che, più che proporre nuove
interpretazioni, essi cercano tutti i possibili nomi di Dio, degli angeli e dei
dèmoni che paiono nascosti nel testo, nomi che consentono di dominare il mondo
e l’uomo.
La Kabbalah è
un’interrogazione continua. Si pensi che il valore numerico della parola uomo,
in ebraico, è lo stesso della parola domanda, come a sottolineare che l’essenza
della nostra condizione risiede nel chiedere, nel pregare, nel provocare
persino.
Ora, il cabalista
può creare o distruggere un mondo, può creare o distruggere un golem. Può dar
vita a una zolla di terra o staccarla dal suo contesto, renderla cioè
in-significante, tramite il potere della parola, del flatus vocis, del Verbo
che acquista senso solo se qualcuno glielo dà. Abulafia sosteneva che esistono
tre vie per l’elevazione spirituale: la via ascetica
(negativa), la via filosofica (di poco migliore) e la via cabalistica, la quale
si serviva della scienza della combinazione delle lettere (chokhmat ha-tseruf
); lo Zōhar, l’opera più importante della mistica ebraica e
testo canonico della Kabbalah, ci fa sapere che Adamo, prima di assaggiare il
frutto che lo perderà, aveva tracciato sul volto le ventidue lettere
dell’alfabeto ebraico: in seguito il loro ordine, sconvolto, sconvolgerà a sua
volta il suo essere morale. Come gli gnostici e lo stesso Kierkegaard, i
cabalisti credono in un Dio straniero, di fatto inaccessibile alla mente umana,
una sorta di Infinito (Ēn-Sōf ) che non si lascia nominare né
afferrare dalle filosofie razionalistiche dell’Occidente: si
rappresenta l’Altissimo, che ama le perifrasi,
con le quattro lettere IHWE, di cui solo gli iniziati sanno l’esatta
pronuncia. Se e quando l’Infinito si degna di apparire ai mortali,
esso diventa Shěkīnāh, l’aspetto femminile
di Dio che crea il mondo e si lascia vedere dagli uomini solo prima di morire.
L’Infinito si dispiega attraverso i primi
dieci numeri, le dieci emanazioni o intelligenze pure, le Sefirot, non molto
diverse dalle Idee di Platone, che danno un senso alla dialettica tra essere e
non-essere.
Le Sefirot sono le
sfere o attributi divini di cui parla la Kabbalah, che possono essere
considerate simboli esoterici a pieno titolo, in quanto esse non solo
rappresentano il mondo, ma lo ricreano di continuo attraverso nuove e a volte
inaspettate relazioni. Dico esoterici perché coloro che ne conoscono o almeno
ne intuiscono la vera essenza se ne servono – se così si può dire – ai fini di
accorciare, senza ridurlo, il proprio cammino verso la verità. Come scrisse
Rudolf Steiner, filosofo iniziato a più di un mistero, «la scienza occulta non
impone a nessuno una verità, non proclama nessun dogma; indica una via.
Chiunque – forse però soltanto dopo molte incarnazioni – potrebbe trovare
questa via da solo, ma ciò che si acquista con la disciplina occulta abbrevia
il cammino.» Non a caso quella ebraica è una delle lingue più belle ed
evocative che si abbia la fortuna di ascoltare: gli angeli stessi l’hanno
adottata. I dieci simboli sefirotici sono:
1) KETER,
Corona Eccelsa
2) CHOKHMAH,
Sapienza
3) BINAH,
Intelligenza
4) CHESED,
Amore
5) DÎN,
Giustizia (Giudizio severo)
6) RACHAMÎM,
Pietà
7) NEZACH,
Eternità
8) HOD, Maestà
9) YESÔD,
Fondamento
10) MALKÛTH, Regno.
Nel simbolo
dell’albero l’En-Sof rappresenta la linfa vitale e le radici, mentre le Sefirôt
i rami. Ma l’uomo stesso diviene, anzi è un simbolo, per cui l’albero
sefirotico si trasforma apparendo come testa, braccia, sesso e piedi dell’Adamo
celeste, modello dell’Adamo terrestre. La stessa preghiera, per i cabalisti,
assume un’importanza che va al di là della supplica o dell’inno: essa cioè
diviene un tentativo di provocare le dieci Intelligenze che stanno a metà
strada tra l’uomo e Dio. Mediante il nome del Creatore, la preghiera modifica
positivamente l’ordine del mondo in quanto restaura l’assetto cosmico
primigenio, la tradizione che si è spesso tentati di non seguire, per spirito
di rivalsa, di rivolta o, peggio, per intenzioni malvagie. I simboli più
importanti della Kabbalah sono dunque quelli che hanno a che fare con le Sefirot:
il poeta catalano Juan Eduardo Cirlot ha messo in luce il tentativo di
identificare tali simboli del potere divino con le divinità mitologiche, ma io
penso che essi valgano di per sé, quali ipostasi che acquistano significato
solo quando vengono “messe alla prova” dai desideri e dai peccati dell’uomo. Il
simbolismo della Kabbalah è complesso e quasi impenetrabile, anche e
soprattutto per chi conosce l’ebraico, in quanto il suo linguaggio è al tempo
stesso tanto palese da apparire invisibile e tanto oscuro da svanire. E
cco perché alcuni
esimi studiosi e filosofi del Rinascimento, come Pico della Mirandola,
credevano di riconoscere nel sistema cabalistico la sintesi migliore del
simbolismo comune a tutte le grandi religioni, un simbolismo che consentiva di
interpretare simbolicamente il Numero di Pitagora non meno delle Sefirot. La Kabbalah,
pertanto, è una teologia simbolica in cui non solo le lettere e i nomi sono
simboli delle cose, ma anche le cose rappresentano emblematicamente le idee
divine.
Éliphas Lévi, un
cabalista dell’Ottocento, considerava la Kabbalah una specie di algebra della
fede, e nella sua visionaria erudizione fuse i suoi simboli con quelli della
magia, fino a credere che si potesse creare una sintesi universale: solo grazie
alla Kabbalah tutto avrebbe una spiegazione ed ogni antitesi può essere
superata e conciliata. È una dottrina che vivifica e feconda tutte le altre;
non distrugge nulla, anzi offre una ragion d’essere a tutto ciò che è. In
questo senso secondo Lévi la vita e la morte, l’anima e il corpo ritornano a
una condizione loro propria, a patto che ci accetti la verità fondamentale
secondo la quale tutto muore perché tutto vive: se fosse possibile eternare una
forma si fermerebbe il divenire e saremmo di fronte all’unica vera morte. Questo,
dunque, è il compito della Qabbalah: restaurare la tradizione di verità che
considera il movimento un’emanazione della divinità stessa.
«L’anima senza
corpo sarebbe dappertutto, ma in misura talmente ridotta che non potrebbe agire
da nessuna parte; sarebbe perduta nell’infinito e assorbita e come annientata
in Dio. Pensate ad una goccia d’acqua dolce racchiusa in una sfera e gettata in
mare; finché la sfera non si rompe, la goccia d’acqua rimarrà della sua vera
natura, ma se si rompe provate a cercare la goccia d’acqua in mare.»
Un esempio di come
le Safirot possano essere ancora vitali come simboli ci viene dal romanzo Il
pendolo di Foucault di Umberto Eco. I tre protagonisti, redattori editoriali
della Garamond, finanziata da un istituto di psicologia, sono alla ricerca di
quel cammino abbreviato di cui parlava Steiner: sia Jacopo Belbo, “spettatore
intelligente” e pessimista dal sarcasmo melanconico, sia Casaubon, il narratore
che si laurea in filosofia benché sia definito “barbaro” dai compagni per la
sua incredulità, sia Diotallevi, devoto lui sì alla Kabbalah, ma
sostanzialmente ateo, di un’indulgenza intellettuale che può apparire persino
offensiva, tutti e tre i protagonisti sono coinvolti in una ricerca cabalistica
incentrata sulle dieci Sefirot, le quali si manifestano nei modi e nei tempi
più diversi e sorprendenti, quasi che le fantasie degli gnostici del II secolo
dopo Cristo o la storia dei Templari, quella dei Rosacroce o quella di
qualsiasi gruppo esoterico abbia operato sulla terra, non fossero altro che
diverse epifanie delle Idee divine.
Il sincretismo è
tipico dei cabalisti e in genere degli iniziati, ma Eco non fa che metterlo in
ridicolo, così come la pretesa d’interpretare ogni simbolo come fosse
un’illuminazione in miniatura. «Il problema – dice a un certo punto Casaubon –
non è trovare relazioni occulte fra Debussy e i Templari. Lo fanno tutti. Il
problema è trovare relazioni occulte, per esempio, tra la Kabbalah e le candele
dell’automobile.» Sempre per una sorta di sfida intellettuale e ironica, Belbo
farà corrispondere infatti alle dieci Sefirot le dieci articolazioni
dell’automobile che compongono l’albero-motore (l’Amore, ad esempio, sarà la
frizione e
Gershom Scholem, il
fine storico, traduttore e interprete della Qabbalah, avrebbe sorriso sia del
tentativo romantico di eternare i simboli cabalistici rendendoli archetipi
senza tempo, sia del tentativo di Eco di criticarli in modo razionalistico:
soltanto coloro che si avvicineranno alla mistica ebraica con l’atteggiamento
consapevole di non svelare il mistero del Verbo potranno forse penetrare, quasi
senza accorgersene, nel tempio della Verità. Forse.