Sod ha‑Nehama de‑Kisufa — Il Mistero del Pane della Vergogna
Nel segreto dei segreti, i
Compagni domandarono a Rabbi Shimon: «Se il Santo, benedetto Egli sia, desiderò
beneficare le creature, perché non emanò un mondo di luce illimitata, dove il
piacere fluisce senza misura e senza fatica? Perché stabilì mitzvot, ricompensa
e conseguenze?»
Rabbi Shimon rispose: «Poiché
la Luce che si riceve senza somiglianza alla Radice è come fuoco che brucia la
mano che non lo può contenere. Questa è chiamata nehama de‑kisufa, il pane che
genera rossore sul volto, poiché chi riceve senza aver
fatto nulla per essere simile al Donatore, sente la distanza dalla Fonte.»
L’Arizal spiegò: Quando
l’Infinito contrasse la Sua Luce per dare spazio alla creatura, lasciò in essa
un’impronta: il desiderio di ricevere. Ma poiché la Radice è solo dare, il
ricevere puro, senza equivalenza, crea dissonanza.
Non è una legge morale: è una
legge ontologica.
La vergogna non è un’emozione
psicologica, ma un’eco del Tzimtzum stesso.
Perciò non può esistere un
mondo dove la creatura riceve senza vergogna, perché ciò equivarrebbe a creare
un essere identico al Creatore — cosa impossibile, poiché l’Infinito non può
duplicare Sé stesso.
Il Ramchal insegnò: «Ogni
ramo tende alla sua radice».
Ciò che è presente nella
Radice — perfezione, quiete, saggezza, forza — è dolce per il ramo.
Ciò che non è nella Radice —
mancanza, debolezza, ricezione passiva — è amaro per il ramo.
Per questo l’uomo ama il
riposo più del movimento, la pienezza più della mancanza, la saggezza più della
follia.
Non perché siano valori
morali, ma perché sono somiglianze con la Radice.
La vergogna nasce quando il
ramo percepisce la distanza dalla Radice.
La gioia nasce quando il ramo
sente di assomigliare alla Radice.
Il Ramak aggiunse: «Il Santo
è puro Dono. Non riceve da nessuno, poiché non vi è nulla al di fuori di Lui».
Perciò, se la creatura
ricevesse soltanto, sarebbe infinitamente distante dalla Sua forma.
La saggezza divina fu allora
di creare un mondo dove il ricevere potesse essere trasformato in dare:
• attraverso le mitzvot,
• attraverso lo sforzo,
• attraverso la scelta,
• attraverso il desiderio di aderire alla Volontà superiore.
Così, quando l’uomo riceve la
Luce, non la riceve come un mendicante, ma come un partner dell’Opera divina.
Il ricevere diventa dare,
perché diventa somiglianza.
• Zohar: la vergogna è la distanza ontologica tra ricevente e
Donatore.
• Arizal: questa distanza è radicata nel Tzimtzum e non può essere
eliminata.
• Ramchal: il ramo desidera imitare la radice; ciò che non le
assomiglia genera disagio.
• Cordovero: Dio è puro Dono; la creatura deve diventare donatrice per
aderire a Lui.
Per questo il mondo non può
essere diverso da com’è: non per necessità morale, ma per necessità metafisica.
Il Santo, benedetto Egli sia,
creò un mondo dove l’uomo può dire: «Non ricevo soltanto: partecipo».
E in questa partecipazione,
la vergogna si trasforma in splendore, e il ricevere diventa un atto di
somiglianza con l’Infinito.
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