La Necessità del Guadagno Spirituale
Nel linguaggio dello Zohar, l’uomo non nasce per ricevere la
Luce come un recipiente passivo, ma per diventare un partner del Creatore. La
domanda “Perché Dio non ci rende immediatamente perfetti?” è, in realtà, la
domanda su cui si fonda tutta la struttura delle Sefirot e dei Partzufim.
Lo Zohar afferma che la Luce superiore non può dimorare in
un luogo dove non c’è sforzo, perché la Luce che arriva senza lavoro è chiamata
nahama de-kisufa, “pane della vergogna”: un dono non guadagnato che l’anima non
può sopportare.
Per questo, anche se il Creatore è illimitato, Egli contrae
la Sua Luce (Tzimtzum) per permettere all’uomo di diventare simile a Lui
attraverso il proprio cammino.
Secondo l’Ari, la domanda “Perché non siamo creati già
perfetti?” trova risposta nella dinamica cosmica:
• Tzimtzum — Dio
ritira la Sua Luce per creare uno spazio di autonomia.
• Shevirat ha-Kelim —
i vasi primordiali si frantumano perché non possono contenere la Luce infinita.
• Tikkun — l’uomo è
chiamato a ricostruire, raccogliere le scintille, riparare il mondo.
Se Dio ci avesse creati già come “sei miliardi di Rabbi
Luria”, non ci sarebbe Tikkun, non ci sarebbe merito, non ci sarebbe
somiglianza.
La perfezione imposta non è perfezione: è solo un’altra
forma di dipendenza.
Luria insegna che ogni anima deve ricostruire il proprio
Partzuf, cioè la propria struttura interiore di Sefirot, attraverso prove,
cadute, riparazioni.
Il valore non è nel risultato, ma nel processo di
trasformazione.
Il Ramak, nel Pardes Rimonim, spiega che la Creazione è un
sistema armonico in cui ogni Sefirah rappresenta un attributo divino che l’uomo
deve imitare:
• Chesed — generosità
• Gevurah — disciplina
• Tiferet — armonia
• Netzach —
perseveranza
• Hod — umiltà
• Yesod — connessione
• Malkhut — ricezione
attiva
Se Dio ci avesse dato tutto senza sforzo, non potremmo mai
sviluppare Netzach (la vittoria attraverso la lotta) né Hod (la resa
consapevole), né potremmo diventare Malkhut che si eleva, la Regina che
conquista la sua dignità attraverso il proprio cammino.
Il Ramak direbbe: “La perfezione non è un dono, ma
un’imitazione del Divino attraverso l’azione”.
È come l’uomo ricco che compra opere d’arte senza sforzo. Cabalisticamente,
questo è l’uomo che riceve la Luce senza aver costruito un vaso.
• La Luce è il
dipinto.
• Il vaso è il
viaggio, la ricerca, la trasformazione.
• Senza vaso, la Luce
non ha dove posarsi.
Lo Zohar direbbe: Il ricco che compra tutto senza fatica è
come un recipiente non raffinato: riceve, ma non contiene.
L’esempio del figlio che eredita una fortuna senza averla
guadagnata è un’immagine perfetta dei Partzufim.
Ogni Partzuf — Abba, Imma, Ze’ir Anpin, Nukva — non nasce
completo.
Si sviluppa attraverso:
• Ibur (gestazione)
• Yenika (nutrimento)
• Mochin (maturità
spirituale)
Un figlio che riceve tutto senza sforzo rimane in uno stato
di Ibur, non sviluppa Mochin, non diventa un Partzuf completo.
La crescita spirituale richiede tempo, lotta, autonomia.
La Cabalà non vede la sofferenza come punizione, ma come
opportunità di espansione del vaso.
Ogni difficoltà è una scintilla caduta nella materia che
attende di essere elevata.
• La malattia è una
chiamata a rivelare Ghevurah e Tiferet.
• La perdita è un
invito a rivelare Hod.
• La perseveranza
quotidiana è l’espressione di Netzach.
• La relazione umana è
il campo di Yesod.
• La presenza
consapevole è Malkhut che si innalza.
Non c’è scorciatoia perché la scorciatoia distrugge il vaso.
Il punto centrale della Cabalà — da Zohar a Luria — è che la
Luce non può essere ricevuta come un regalo.
La Luce deve essere guadagnata, perché solo ciò che è
guadagnato diventa parte dell’essere.
Il Creatore non vuole sudditi, ma partner.
Non vuole automi illuminati, ma anime che si elevano.
Non vuole donarci la perfezione: vuole che la creiamo
insieme a Lui.
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