L’Amore
L’amore
non appartiene al dominio della parola, perché la parola nasce in Malchut,
mentre l’amore discende da molto più in alto, dal silenzio radioso di Keter,
dove il Nome אהיה Ehyieh vibra come pura potenzialità.
Dire
“ti amo” significa trascinare un raggio di Or Ein Sof dentro i confini di un
suono, e ogni suono è già una contrazione, un Tzimtzum.
Per
questo l’amore vero non si dichiara: si irradia.
Quando
l’amore è autentico, esso scorre come Shefa attraverso le Sefirot:
• in Chokhmah come intuizione immediata,
•
in Binah come comprensione silenziosa,
•
in Chesed come espansione,
•
in Tiferet come armonia,
•
in Yesod come continuità,
•
in Malchut come presenza.
È
impossibile nasconderlo, perché l’amore è una forma di Or Pnimi, una luce
interna che permea il volto, lo sguardo, il gesto, la postura.
È
la luce di Ze’ir Anpin che si riversa spontaneamente, senza bisogno di essere
nominata.
Gli
esseri umani, però, abitano soprattutto il livello di Asiyah, dove si crede che
ciò che non è detto non esista.
Così
si affidano alla parola, dimenticando che la parola è fragile, soggetta a
dinim, a giudizi, a interpretazioni.
Una
volta pronunciato, l’amore viene consegnato al mondo delle forme, dove può
essere frainteso, manipolato, consumato.
Molti,
dopo aver dichiarato il loro amore, credono di aver compiuto un atto completo.
In
realtà, hanno solo spostato l’amore dal suo luogo naturale — il silenzio di
Atzilut — al dominio instabile di Yetzirah, dove le emozioni si agitano e si
trasformano.
E
spesso, proprio da quel momento, il loro comportamento rivela che il flusso di
Chesed si è indebolito, perché ciò che è stato portato troppo presto in Malchut
senza adeguata preparazione nei mondi superiori perde la sua forza.
L’amore
deve essere custodito come un Kli (recipiente) purissimo, il più prezioso di
tutti, e protetto dal rumore delle parole.
Quando
rimane silenzioso, esso costruisce nell’anima un santuario:
•
la libertà di Chokhmah,
•
l’incanto di Tiferet,
•
la stabilità di Yesod,
•
la ricettività luminosa di Malchut.
Il
silenzio dell’amore non è assenza: è Or Makif, luce che circonda e protegge,
che non si lascia catturare.
È
la presenza di Arikh Anpin, il Lungo Volto, che ama senza parlare, che sostiene
senza chiedere, che irradia senza pretendere.
Quando
invece si parla troppo dell’amore, sorgono reazioni, riflessi, giudizi —
scintille di Ghevurah non ancora rettificate — che generano malintesi e
separazione tra i due poli del desiderio.
La
parola, se non è purificata, introduce dualità dove prima c’era unità.
Non
parlare del tuo amore: lascia che esso rimanga nel luogo dove dimora il Nome אהיה, il Nome dell’essere puro, il Nome che non ha bisogno di essere
pronunciato per essere reale.
Così
esso vivrà in te come Or Atzmi, luce essenziale, eterna, non dipendente da
conferme esterne, non soggetta alle fratture della Sitra Achra, ma radicata nel
segreto dell’Ein Sof, dove ogni amore è un raggio dell’Amore originario.
E
quando l’amore rimane in questo stato, esso non solo vive: cresce, si raffina,
si espande, diventa un ponte tra i mondi, un canale attraverso cui la Shekhinah
trova dimora.
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