L’Uso della Forza Non Risolve i Problemi
Finché gli esseri umani
cercheranno di risolvere le loro controversie facendo uso della forza, essi
rimarranno prigionieri della coscienza di Ghevurah non rettificata, la forza
che separa, restringe, giudica e irrigidisce.
La forza bruta può produrre
un’apparenza di ordine, un istante di silenzio, ma è un silenzio che appartiene
al Mondo di Asiyah non purificato, dove la materia obbedisce solo perché è
stata compressa.
Non è pace: è solo assenza
temporanea di movimento.
Quando si utilizza la
costrizione, si risveglia nell’altro la sua nefesh behemìt, l’anima istintiva,
che reagisce per natura alla pressione con opposizione, resistenza, desiderio
di rivalsa.
La Kabbalah insegna che ogni
atto di coercizione attiva nel prossimo la Sitra Achra, il “lato
dell’alterità”, che vive di reazione e conflitto.
La violenza genera violenza
perché tocca il livello più basso dell’albero dell’anima, dove domina il
principio della sopravvivenza.
E così, da un impulso di Ghevurah
non bilanciata, nascono anni e secoli di lotte: dinamiche karmiche che si
ripetono nei mondi inferiori, perché ciò che non viene rettificato in Binah e
Tiferet ritorna ciclicamente in Malchut come conflitto irrisolto.
La vera soluzione non
consiste nel reprimere l’altro, ma nel risvegliare in lui la sua parte
superiore, la sua neshamah, attraverso la bontà (Chesed), l’amore (Tiferet) e
l’umiltà (Malchut purificata).
Queste qualità non sono
debolezza: sono la manifestazione della forza spirituale che discende da Keter,
la corona che non impone ma irradia.
All’inizio, chi agisce con
bontà può essere scambiato per ingenuo o fragile.
È naturale: la coscienza
ordinaria interpreta la non‑reazione come mancanza di potere, perché non conosce la forza del non‑forzare, la potenza del
vuoto, la disciplina del contenimento.
Ma quando l’altro percepisce
che questa mansuetudine non nasce dalla paura, bensì da una Ghevurah
rettificata, dalla capacità di contenere la propria potenza senza usarla per
dominare, allora la sua anima superiore si risveglia.
E in quel momento si apre un
varco: la possibilità di un terreno d’intesa, che in Kabbalah è l’incontro tra
le due Tiferet, il punto in cui le anime si riconoscono nella loro radice
comune.
La pace non è il risultato
della forza, ma della rettificazione delle forze.
Non nasce dal vincere, ma dal
trasformare la natura inferiore in natura superiore, e questo è il vero lavoro
dell’uomo nei mondi.
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