sabato 25 aprile 2026

Gioia e Turbamento

 Gioia e Turbamento

Talvolta, senza sapere perché, all’improvviso si desta in voi una gioia sottile o un turbamento improvviso. Lo Zohar direbbe che questi movimenti non nascono dal nulla: sono risvegli (התעוררותא) che provengono dai mondi superiori, scintille che toccano il cuore come un soffio che passa e non si vede. Ogni emozione inattesa è un’onda che proviene da un incontro invisibile, un contatto tra luci e vasi, tra ciò che scende e ciò che in voi è pronto a ricevere.

Quando incontrate un passante e il suo volto attira il vostro sguardo, non è un semplice caso. Lo Zohar insegna che il volto (פנים) è il luogo dove la luce dell’anima affiora nel corpo, e che guardare un volto significa toccare la radice spirituale di quella persona.

Il pensiero d’amore che gli inviate è come un raggio sottile (קַו דַּק) che esce dai vostri occhi: un filo di Chesed che attraversa l’aria e raggiunge il suo cuore.

L’altro forse non se ne accorge, ma il suo Kli riceve quella luce, e la luce, una volta entrata, compie il suo lavoro: lenisce, risveglia, purifica, oppure semplicemente si posa come rugiada.

Secondo lo Zohar, quando improvvisamente provate una gioia, è possibile che un essere del mondo invisibile – un mal’akh, una scintilla di un’anima, o un raggio proveniente da un livello più alto – abbia posato su di voi il suo sguardo.

Lo sguardo dell’essere superiore è un Zivug (unione) di luce, un contatto tra la sua emanazione e il vostro cuore.

E come voi avete inviato amore a un passante, così un’entità luminosa può aver inviato amore a voi.

In ogni luogo, dice lo Zohar, l’uomo cammina tra due folle:

quella dei corpi visibili,

e quella delle forme sottili che abitano l’aria, i pensieri, i raggi di luce, le correnti dell’anima.

Da ognuna di queste folle riceviamo influenze: alcune di Chesed, altre di Ghevurah, altre ancora di Tiferet, e queste influenze spiegano la varietà dei nostri stati d’animo.

Non siamo mai soli: siamo sempre nel mezzo di un campo di forze, di luci che si intrecciano.

Lo Zohar chiama il sole “specchio superiore” (מראה עליונה), immagine del flusso divino che illumina tutti i mondi.

Quando il sole ci guarda, non è solo una metafora: il suo raggio è un canale di Shefa, un condotto attraverso cui la luce divina scende nei mondi inferiori.

Il sole è il simbolo di Ze’ir Anpin, il volto maschile della divinità, che ogni giorno effonde vita, calore, benedizione.

E come il sole guarda la terra, così il Santo – benedetto Egli sia – guarda l’anima dell’uomo.

Amare Dio, dice lo Zohar, non è un sentimento astratto: è presentarsi ogni giorno davanti al Suo volto, come la luna che si presenta davanti al sole per ricevere la sua luce.

È un atto di Zivug (unione), di incontro tra il desiderio dell’uomo e la luce dell’Alto.

Chi si espone allo sguardo divino diventa come un vaso che si riempie:

la luce entra,

il cuore si dilata,

la coscienza si purifica,

e la persona diventa capace di irradiare a sua volta.

Ogni emozione improvvisa è un contatto tra mondi.

Ogni sguardo è un ponte tra anime.

Ogni raggio di sole è un messaggero del divino.

Ogni giorno è un invito a presentarsi davanti al Volto superiore per ricevere luce.

Quando una gioia o un dispiacere sorgono senza causa apparente, lo Zohar direbbe che non è l’emozione a nascere in voi, ma voi a essere entrati in un’onda che già esisteva.

Le emozioni improvvise sono correnti di Ruach che attraversano i mondi come venti sottili. L’anima, che è un ricettacolo di luci, vibra quando una corrente la sfiora.

Lo Zohar chiama questo fenomeno “Neshikà deOr un bacio di luce: un contatto tra la vostra radice e una radice superiore che passa accanto a voi.

Non siete voi a cambiare: è il mondo invisibile che vi tocca.

Quando incontrate un passante e il suo volto cattura il vostro sguardo, avviene un piccolo mistero.

Il volto è chiamato Panim, e Panim è della stessa radice di Pnimiyut, interiorità.

Guardare un volto significa penetrare per un istante nella sua interiorità spirituale.

Lo Zohar insegna che gli occhi sono due fontane di luce, e che ogni sguardo è un raggio che esce da voi come un filo sottile di Chesed.

Quando inviate un pensiero d’amore, quel raggio diventa un Kav shel Rachamim, un filo di misericordia che attraversa l’aria come un ponte.

L’altro non lo percepisce con i sensi, ma la sua anima lo riceve.

E quando un’anima riceve, risponde:

talvolta con gratitudine,

talvolta con sollievo,

talvolta con un risveglio che non sa spiegare.

Così come voi guardate un volto umano, esistono esseri di luce che guardano voi.

Lo Zohar li chiama “messaggeri del vento”, scintille che attraversano i mondi come particelle di sole.

Quando uno di questi esseri posa il suo sguardo su di voi, il suo raggio entra nel vostro cuore come un’onda calda.

E allora sentite una gioia improvvisa, come se qualcuno avesse bussato alla porta della vostra anima.

Non è fantasia: è Shefa, abbondanza che scende.

E come esistono esseri di luce, esistono anche correnti più pesanti, provenienti da zone d’ombra dei mondi inferiori.

Quando queste vi sfiorano, nasce un turbamento, un’inquietudine, un peso improvviso.

Per questo lo Zohar dice che l’uomo è un albero in mezzo ai venti: i venti lo scuotono, e lui crede che il movimento venga da dentro, mentre viene da fuori.

In ogni luogo, siete circondati da due moltitudini:

la moltitudine dei corpi,

e la moltitudine delle forme sottili.

Gli esseri invisibili non sono fantasmi: sono stati dell’anima, pensieri erranti, frammenti di desiderio, scintille di anime, correnti di luce, ombre di mondi.

Alcuni portano benedizione, altri confusione.

Alcuni sono attratti dalla vostra luce, altri dalla vostra vulnerabilità.

Per questo i vostri stati d’animo cambiano come il cielo: non siete voi a cambiare, ma ciò che passa attraverso di voi.

Il sole non è solo un astro: è un Panim Elyon, un volto superiore.

Lo Zohar lo chiama “specchio del Re”, perché riflette la luce che proviene dal mondo divino.

Ogni raggio è un messaggero.

Ogni mattina, quando il sole sorge, è come se il Santo – benedetto Egli sia – aprisse una finestra e guardasse il mondo.

Il sole è il simbolo di Ze’ir Anpin, il volto maschile della divinità, che effonde vita e calore.

E la terra è come la Nukva, che riceve la luce e la trasforma in frutti, colori, vita.

Quando il sole vi guarda, è Dio che vi guarda attraverso il sole.

Amare Dio significa non nascondersi dal Suo sguardo.

Significa presentarsi ogni giorno come la luna che si presenta davanti al sole per ricevere la sua luce.

Chi si presenta davanti al Volto divino diventa un vaso che si riempie.

La luce entra, il cuore si dilata, la mente si purifica, e la persona diventa capace di irradiare a sua volta.

Lo Zohar dice: “La luce che ricevi diventa la luce che doni”.

E così il cerchio si chiude:

ricevete luce dal mondo invisibile,

donate luce agli altri con il vostro sguardo,

e il sole, volto di Dio, dona luce a voi.

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