L’Anima Collettiva
Pensateci non con la logica,
ma con l’occhio interiore.
La superficie della Terra si
estende come un grande levush, un abito che riveste i mondi inferiori. I
continenti — America, Africa, Australia, Groenlandia — sono come membra del
grande corpo di Adam ha‑Rishon,
ciascuno portatore di memorie collettive che scorrono come fiumi di coscienza
dentro le loro radici spirituali.
Le storie delle nazioni sono
impronte dell’anima: tracce lasciate dai passi degli archetipi che camminano
nei mondi superiori. Gli scolari che le studiano non fanno che spolverare le
scintille rimaste nei recessi della psiche nazionale, risvegliando il coraggio
dei loro antenati come si risvegliano le scintille cadute nei mondi della
frantumazione.
Tempo e storia si mescolano:
zeman e makom (tempo e spazio) si intrecciano come Ze‘ir Anpin e Nukva,
generando la misteriosa esperienza di spazio, anime e infinità.
Ogni tribù, ogni popolo, ha
una radice nel mondo delle anime.
La terra che occupano è il
loro kli, il recipiente che riceve la loro luce.
L’orgoglio, l’appartenenza,
le canzoni, le ballate, i racconti: tutto questo è la voce della loro Malkhut,
che risale verso la radice superiore per unirsi alla propria sorgente.
Il ballo dei piedi che
solleva la polvere non è danza: è avodah, servizio.
È il movimento con cui la
terra risponde al cielo.
Eppure, in mezzo a questo
vasto corpo planetario, vi è un punto minuscolo, un ombelico del mondo, un
luogo che misura pochi metri ma che contiene tutti i mondi.
La sua piccolezza è la sua
grandezza, perché è il punto in cui Malkhut si unisce a Binah, dove la storia
si piega su sé stessa e diventa eternità.
Questa anomalia, questo
paradosso, questo punto che non dovrebbe essere ma è, si chiama Israele.
La vigilia di Pasqua, il
confine tra schiavitù e libertà, tra giudizio e misericordia.
La Haggadah non è un libro: è
la prima emanazione dell’identità collettiva, la voce con cui il popolo del
libro legge sé stesso nella luce dell’Esodo.
Sull’autobus, le tende dei
beduini sparse sul terreno roccioso sono come scintille di Malkhut che
attendono la loro elevazione.
Poi appare l’oasi di Gerico,
verde e viva: Yesod che riversa la sua abbondanza nel deserto.
Il contrasto non è
geografico: è la danza tra luce e recipiente, tra ciò che appare morto e ciò
che pulsa di vita nascosta.
All’improvviso, la memoria
subconscia si apre come un portale. Le memorie collettive salgono come Neshamot
(anime) che risalgono nel loro palazzo.
Vedo carovane che
attraversano strade invisibili: sono le anime che viaggiano nei corridoi dei
mondi, muovendosi da un palazzo all’altro.
Sento l’eccitazione dei
bambini: sono le scintille giovani, quelle che non hanno ancora conosciuto la
frantumazione.
La mia mente prenatale —
mochin de‑ibur
— contiene la forza delle generazioni che hanno
camminato verso una terra minuta che però
racchiude tutti i climi, tutte le energie, tutte le Sefirot.
In quel momento, io non sono
più io. Sono il popolo, i campi, gli alberi, le sabbie, le pietre. Sono le
strade battute da eserciti, pellegrini, mercanti: sono la memoria del mondo.
Mi fondo nel tempo e nello
spazio: il mio inconscio collettivo diventa Ruach ha‑Klal, l’anima del popolo che vive ieri, oggi e domani in un
unico respiro.
Le mie parole potrebbero
essere quelle di un nativo americano, di un aborigeno australiano, di un nomade
del deserto.
Perché ogni popolo ha la sua
radice. Ma le mie parole sono quelle di una persona, la cui anima è legata da
un filo di luce alla terra descritta nella Torah, alla terra che non è un
territorio ma un recipiente cosmico, la Malkhut che riceve la luce dei
Patriarchi.
La lancetta dei minuti sale:
è Ze‘ir Anpin che si unisce alla sua sposa.
Le notizie alla radio
diventano rumore bianco: la voce del mondo si dissolve davanti alla voce
dell’eternità.
Le radici della mia anima si
intrecciano con l’anima collettiva del popolo, che trascende storia e politica,
che vive nei mondi superiori e si riflette in questo mondo come un’ombra
luminosa.
Io sono chi sono. E sono a
casa. Non è una frase. È un nome divino. È la consapevolezza che l’anima
individuale è un raggio dell’Anima Collettiva, che l’Anima Collettiva è un
raggio dell’Anima del Mondo, e che tutto questo è un raggio dell’Uno.
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