venerdì 15 maggio 2026

Esperienza sulla Merkavah

 Esperienza sulla Merkavah

L’indescrivibile è ciò che non può essere afferrato dalla parola, perché la parola è un vaso, e ciò che cerchi di descrivere è una luce senza vaso. Per questo la lingua si spezza davanti ad essa: non trova forma, non trova limite, non trova immagine. Tutto ciò che l’uomo può dire è “assomiglia a…”, come chi vede un riflesso nell’acqua e tenta di afferrarlo con la mano.

Così è per le visioni dei profeti. Esse non appartengono al mondo della veglia, dove le cose hanno misura e confine, ma al mondo in cui la luce si veste di simboli affinché l’anima possa sostenerla. Come il sogno che parla in immagini distorte, perché il sogno non abita le stesse leggi della veglia, così la profezia parla in un linguaggio che non è di questo mondo.

Il sogno ha un suo regno, e quel regno ha leggi proprie. La profezia ha un regno ancora più alto, e le sue leggi sono più sottili. Lì la mente non domina, ma ascolta. Lì l’intelletto non guida, ma si arrende. Perché la visione non scende nella forma se non attraverso veli, e ogni velo è un simbolo, e ogni simbolo è un ponte tra ciò che è e ciò che può essere compreso.

Quando la mente razionale incontra questi simboli, tenta di tradurli nel suo linguaggio, ma non può. La luce che essi contengono è troppo vasta per essere rinchiusa in un concetto. Per questo il profeta dice sempre: “era come…”, “somigliava a…”, “appariva come…”. Non perché non vede, ma perché vede troppo. Non perché non comprende, ma perché comprende oltre il limite del dire.

Così la profezia si rivela: non come una forma definita, ma come un’eco del mondo superiore che si lascia percepire solo attraverso similitudini. E chi ascolta deve sapere che ogni immagine è un vestito, e che il vestito non è la luce, ma solo il modo in cui la luce si lascia avvicinare dall’uomo.

Il profeta Ezechiele è il paradigma di colui che contempla l’invisibile attraverso i veli del visibile. Nella sua visione della Merkavà, egli non descrive forme, ma somiglianze; non oggetti, ma riflessi. Perché la luce superiore, quando discende, non può mostrarsi nuda: si veste di simboli affinché il mondo inferiore non venga annientato dal suo splendore.

Per questo Ezechiele dice K’ayin Chashmal — “come l’aspetto del Chashmal”. Non Chashmal, ma come Chashmal. Perché il Chashmal è una luce che parla e tace, una forza che si rivela e si ritrae. E l’uomo, quando la percepisce, non può afferrarla se non attraverso un paragone.

Così anche le Chayot, che egli chiama D’mut, “immagine”, “somiglianza”. Esse non sono ciò che sembrano, ma ciò che si lascia percepire. Sono forme che non sono forme, volti che non sono volti, perché appartengono al mondo in cui la forma è solo un’ombra della volontà divina.

E quando parla delle loro gambe come di “bronzo levigato”, egli non intende bronzo, ma la luminosità del bronzo, la sua purezza, la sua forza. Perché la materia è solo un linguaggio prestato alla luce, un modo per dire l’indicibile.

Tutto ciò che Ezechiele vide non era fisico. Non vide con gli occhi, ma con l’anima. La sua mente fu sollevata oltre i confini del mondo inferiore, e la sua coscienza si immerse nei mondi superiori, dove la percezione non passa attraverso i sensi, ma attraverso la luce stessa.

Questo è il significato di: «E la mano di יהוה era su di lui».

La “mano” non è una mano, ma la forza che solleva, che distoglie l’uomo dal mondo materiale e lo introduce nel palazzo della visione. È la potenza che spezza i legami della coscienza ordinaria e apre la porta del Heikhal HaRazon, il palazzo della volontà divina.

Le dimensioni superiori non possono essere percepite nello stato di veglia, perché la veglia è un regno di limiti. Per accedervi, l’uomo deve lasciare il suo mondo, come chi attraversa un ponte e non può restare su entrambe le rive. Il sogno e la visione sono porte: per entrare, bisogna uscire.

Questo movimento dell’anima, questo distacco dal mondo inferiore, è ciò che gli uomini chiamano trance. Ma la Torah lo chiama: «La mano di Adonai era su di lui».

Perché non è l’uomo che sale, ma la luce che lo solleva. Non è l’uomo che vede, ma la visione che si rivela a lui.

Ezechiele non descrive ciò che vide: descrive ciò che poté dire di ciò che vide. Perché la luce superiore, quando entra nel mondo delle parole, può solo essere detta come “somiglianza”, “immagine”, “aspetto”.

E chi comprende, comprende.

Il mutamento degli stati di coscienza non appartiene solo ai profeti d’Israele. Da un capo all’altro del mondo, in ogni epoca, uomini e donne hanno cercato di oltrepassare il velo del loro stato ordinario per toccare ciò che sta oltre. Eppure, ciò che essi vedono non è mai lo stesso. Perché la visione non dipende dal luogo in cui si arriva, ma dal luogo da cui si parte.

Chi entra nella trance da uno stato oscuro, anche se non ne è consapevole, porta con sé quell’oscurità come un’ombra che colora tutto ciò che percepisce. La luce superiore, quando discende su un vaso impuro, si veste dei colori del vaso. E ciò che l’uomo vede non è la luce, ma la luce riflessa attraverso la sua oscurità.

Ma chi sale da uno stato di rettitudine, da un cuore purificato, da un’anima che ha affinato i suoi desideri, allora la luce che percepisce è simile alla sua purezza. Perché la legge della transizione è questa: si sale solo verso ciò che si è. Dal basso all’alto, dal piccolo al grande, dal velato al rivelato. Nessuno può fuggire dal proprio stato; esso lo accompagna come un sigillo.

Per questo ciò che si vede negli stati superiori non è la realtà superiore stessa. I mondi superiori non sono fisici, non hanno forma, non hanno colore, non hanno limite. Ciò che l’uomo percepisce è solo il modo in cui la sua mente traduce quella luce in immagini comprensibili. Così fecero Ezechiele e i profeti: non descrissero ciò che è, ma ciò che potevano dire di ciò che è.

Le loro parole sono veli, parabole, simboli. Non perché la visione fosse confusa, ma perché la luce era troppo vasta per essere contenuta in un linguaggio umano. Eppure, molti che sperimentano stati simili non conoscono questa legge. Non sanno che la mente parla in simboli, che l’inconscio veste la luce con archetipi, che il sogno e la visione parlano con lingue antiche.

Per questo tanti, provenienti da culture e tradizioni diverse, descrivono le loro esperienze con il linguaggio che conoscono: il loro pantheon, i loro spiriti, i loro angeli, i loro demoni. Non perché quelle forme esistano nei mondi superiori, ma perché la loro mente le usa come vasi per contenere ciò che non può essere contenuto.

Chi non conosce la natura della mente confonde il simbolico con il letterale. E così le loro descrizioni diventano fuorvianti, perché scambiano il vestito per la luce, l’ombra per la sorgente, il riflesso per il volto.

Il Sod insegna: “La visione è vera, ma la forma è un’illusione”.

Chi comprende questo, comprende il segreto dei profeti.

Per poter parlare dell’indescrivibile, l’uomo deve prima riconoscere i confini del proprio vaso. La coscienza vigile è come un recipiente stretto: contiene ciò che può contenere, e ciò che è oltre trabocca e si perde. Per questo il primo passo è conoscere la natura della mente, i suoi limiti, le sue illusioni, i suoi veli. Chi non conosce il proprio vaso non può ricevere la luce che lo supera.

La psicologia dell’uomo è un mondo, e ogni mondo ha le sue leggi. Ma i mondi superiori non seguono le leggi del mondo inferiore. Là non vi è peso, né forma, né tempo. Là la luce non si divide, e la percezione non passa attraverso i sensi. Per questo ciò che si vede in sogno o in visione non può essere interpretato come ciò che si vede nella veglia. Sono due linguaggi diversi, due alfabeti diversi, due mondi diversi.

Quando l’uomo sogna o vede, non deve chiedersi “che cosa ho visto?”, ma “perché la mia anima ha scelto proprio questa immagine?”. Perché ogni immagine è un messaggero, ogni simbolo è una lettera, ogni visione è una parola che la dimensione superiore pronuncia nella lingua della dimensione inferiore. Chi interpreta letteralmente spezza la parola e perde il messaggio.

La domanda giusta è: “Cosa dice questo alla mia anima? Quale parte di me sta parlando? Quale parte di me sta chiedendo di essere corretta?”

Queste riflessioni sono il lavoro dell’uomo. Esse espandono la coscienza, rivelano lo stato interiore, mostrano se si cammina nella luce o nell’ombra. E quando l’uomo vede la propria ombra, può purificarla; quando vede la propria luce, può accrescerla. Così la coscienza si calibra, come una fiamma che viene raddrizzata affinché bruci diritta verso l’alto.

Sintonizzarsi con i mondi superiori non è impossibile. La porta è aperta, ma solo chi si prepara può attraversarla. La luce risponde alla luce, la santità risponde alla santità. Chi si sintonizza correttamente, sarà sintonizzato con ciò che cerca. È una legge semplice, ma profonda come l’abisso.

E per confermare questo principio, il profeta Elia testimonia nel Tanna D’vei Eliyahu: “Il cielo e la terra mi siano testimoni: non importa se si è ebrei o gentili, uomini o donne, schiavi o schiave; tutti, secondo le proprie opere, possono ricevere la Ruach HaKodesh”.

La Ruach HaKodesh non è un dono riservato, ma una risposta. È la luce che scende quando il vaso è pronto. È la voce che parla quando l’uomo ha imparato ad ascoltare. È la visione che si rivela quando la coscienza si è purificata abbastanza da non confondere il simbolo con la realtà, il riflesso con la fonte, il sogno con il mondo che lo genera.

Chi comprende questo, comprende il segreto dei profeti e il cammino di chi cerca la luce.

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