venerdì 22 maggio 2026

Fede

 Fede

Avere fede, nella prospettiva della Kabbalah, non è un atto astratto né un semplice assenso mentale: è un contatto quotidiano con le emanazioni della Luce divina. Lo Zohar insegna che la fede (Emunà) è un organo percettivo, una facoltà dell’anima che si apre quando l’uomo impara a riconoscere la presenza dell’Ein Sof — l’Infinito — nelle forme più semplici e più vicine della realtà.

La fede si nutre perché la Luce si nutre: essa cresce quando l’uomo diventa consapevole delle scintille divine (nitzotzot) disseminate in ogni cosa. Secondo Luria, Dio ha deposto frammenti della Sua luce in ogni elemento del creato dopo la Shevirat haKelim, la frantumazione dei vasi. La terra, lacqua, laria, la luce del sole non sono semplici elementi materiali: sono vasi riparati che ancora custodiscono scintille da liberare. Quando luomo lavora con essi coltivando la terra, respirando con coscienza, nutrendosi con gratitudine — egli partecipa al Tikkun, la riparazione del mondo.

A cosa serve proclamare “Dio, Creatore del cielo e della terra”, se non si entra in relazione con quel cielo e quella terra come con due Sefirot viventi? Il cielo è Tiferet, la bellezza che armonizza; la terra è Malkhut, il regno che riceve e manifesta. Se non ci si apre a queste emanazioni, si rimane come vasi chiusi, incapaci di lasciar fluire la Luce. Allora l’uomo si sente vuoto, separato, e dice: “Nulla ha senso… Dio non esiste”. Ma è solo la voce di Malkhut quando è tagliata da Yesod, la Fonte della vita.

In realtà, basta un piccolo sforzo di coscienza per riattivare il legame. Respirare con presenza significa percepire il flusso del Ruach, il soffio che anima i mondi. Mangiare con consapevolezza significa riconoscere la discesa della Luce nei frutti della terra. Sono queste esperienze — non le teorie — che consolidano la fede. Lo Zohar dice: “Non c’è conoscenza senza esperienza della Luce”.

Quando avrete fatto anche solo una di queste esperienze, sarete costretti a riconoscere la Presenza: un Essere sublime, che non è lontano ma vibra dentro ogni cosa, come la radice invisibile che sostiene l’albero dei mondi (Olamot). Sentirete che la fede non è un’idea, ma una corrente che attraversa l’anima e la collega all’Ein Sof, il cui splendore continua a fluire attraverso le Sefirot fino al cuore dell’uomo.

Avere fede, nella prospettiva cabalistica, significa entrare ogni giorno in contatto con i livelli sottili della realtà, quelli che lo Zohar chiama alma deitkasya, il mondo nascosto. La fede (Emunà) non è un sentimento, ma una funzione dellanima che permette di percepire lirradiazione dellEin Sof attraverso i quattro mondi: Atzilut (emanazione), Beriah (creazione), Yetzirah (formazione) e Assiah (azione).

Ogni esperienza consapevole nella materia appartiene ad Assiah, ma contiene in sé un riflesso dei mondi superiori.

La fede si nutre perché l’anima si nutre: Nefesh si nutre della terra, Ruach dell’aria e del respiro, Neshamah della luce. Secondo la Kabbalah si Luria, questi elementi non sono semplici componenti fisici, ma vasi (kelim) che contengono scintille (nitzotzot) cadute durante la Shevirat haKelim, la frantumazione primordiale.

Quando l’uomo interagisce con essi in modo cosciente, compie un atto di Tikkun, cioè di riparazione: libera le scintille e le riporta alla loro radice in Atzilut.

Recitare “Dio, Creatore del cielo e della terra” senza lavorare interiormente con il cielo e la terra significa rimanere nel livello di Malkhut non rettificata, separata da Yesod, il canale della vitalità. Il cielo corrisponde a Tiferet, la Sefirah dell’armonia, mentre la terra è Malkhut, il regno che riceve. Se l’uomo non stabilisce un ponte tra queste due dimensioni, la Luce non può fluire, e la fede si indebolisce.

Lo Zohar afferma che “la fede è l’ala di Malkhut”: senza consapevolezza, Malkhut rimane priva di ali e non può elevarsi.

Quando l’uomo vive inconsapevolmente, taglia il legame con la Sorgente (Yesod), e allora percepisce il mondo come privo di senso. Ma questa percezione non è una verità metafisica: è semplicemente il risultato di un collasso del flusso sefirotico dentro di sé. L’assenza di senso è una hester panim, un occultamento del volto divino, non la sua assenza.

Se invece l’uomo compie anche un solo atto con piena coscienza — respirare profondamente, mangiare con gratitudine, contemplare la luce del sole — egli attiva il suo Ruach e apre un canale verso Neshamah. Il respiro consapevole è un contatto diretto con Ruach Elohim, il soffio che aleggiava sulle acque primordiali. Mangiare con presenza significa elevare le scintille contenute nel cibo, come insegnano i maestri luriani.

Sono queste esperienze — non le formule — che consolidano la fede. La Kabbalah insegna che la vera conoscenza (Da’at) non è intellettuale, ma esperienziale: è l’unione tra Chokhmah (intuizione) e Binah (comprensione) dentro il cuore, che è Tiferet.

Quando questa unione avviene, l’uomo percepisce inevitabilmente la Presenza: un Essere sublime che permea i mondi discende attraverso le Sefirot e si rivela in ogni frammento della realtà.

Allora la fede non è più un’idea, ma una corrente di Luce che attraversa l’anima e la collega all’Ein Sof, la cui emanazione continua a fluire senza fine.

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