La Bellezza
La bellezza esercita un tale
fascino sugli esseri umani perché essa non è un semplice attributo estetico, ma
un raggio dell’Or Ein Sof che filtra attraverso la Sefirah di Tiferet, il
centro dell’Armonia.
Lo Zohar insegna che Tiferet
è “ziv ha-shemesh”, lo splendore del sole, e che ogni vera bellezza nel mondo è
un riflesso di quella luce superiore che unisce Chesed e Ghevurah in un
equilibrio perfetto.
Per questo l’essere umano è
attratto dalla bellezza: egli riconosce inconsciamente la sua origine, poiché
la sua anima proviene da quello stesso splendore.
Ma la bellezza non può essere
posseduta.
Secondo l’Arizal, ogni
manifestazione di bellezza è un hitgalut, una rivelazione temporanea di luce
che discende attraverso i levushim (vesti) dei mondi.
Quando l’uomo tenta di
afferrarla, egli compie un atto di contrazione impropria, un tzimtzum non
autorizzato, che spezza il flusso e fa ritirare la luce.
La bellezza fugge perché
appartiene al mondo di Beriah, dove dominano le anime pure e gli angeli, e non
tollera la presa grossolana del mondo di Assiyah.
La bellezza è un mondo fatto
esclusivamente per gli occhi, poiché l’occhio è il senso che, secondo lo Zohar,
è collegato direttamente alla Chokhmah, la visione superiore.
La bocca e le mani
appartengono invece a livelli più bassi dell’anima, legati alla presa, al
consumo, alla trasformazione.
La bellezza non vuole essere
consumata: vuole essere contemplata, perché la contemplazione è un atto di
unione (yichud) tra l’anima e la luce che la genera.
Per questo i maestri
insegnano che occorre mostrarsi molto attenti quando si incontra un essere
veramente bello.
Secondo il Ramak, ogni
bellezza autentica è abitata da entità celesti, scintille di luce (nitzotzot)
che dimorano in quell’essere e gli conferiscono grazia.
Chi si avvicina con desiderio
egoistico, con volontà di possesso, compie un atto di din, di severità, che
scaccia quelle scintille.
E quando esse si allontanano,
l’essere umano può forse possedere un corpo, ma perde lo Shefa, l’emanazione
sottile che rende la vita luminosa. Così, chi tenta di possedere la bellezza
perde la propria.
Perché la bellezza non è un
oggetto: è una relazione di luce.
È un ponte tra l’anima e il
suo archetipo superiore.
Quando quel ponte si spezza,
anche la nostra vita perde la sua trasparenza, la sua ispirazione, la sua
delicatezza.
La nostra gioia e la nostra
ispirazione dipendono dunque dal rispetto che manifestiamo verso la bellezza.
Lo Zohar dice: “Be-nahora
de-chol nahorin, itnahar alma” — “Con la luce di tutte le luci, il mondo si
illumina”.
Chi contempla la bellezza con
purezza diventa un canale per quella luce.
Chi la rispetta, la
custodisce, la lascia libera, permette alla propria anima di elevarsi verso la
sua radice.
Imparando ogni giorno a
contemplarla, noi assaporiamo la vera vita.
Perché la vera vita, secondo
l’Arizal, è la vita dell’anima che riceve Mochin, stati di coscienza superiore,
attraverso la contemplazione del divino riflesso nel mondo.
La bellezza è uno dei più
sottili canali attraverso cui il divino si lascia intravedere.
E chi la contempla senza
volerla possedere, compie un atto di Tikun, di riparazione: restituisce la luce
alla sua sorgente e, così facendo, la riceve in modo ancora più puro.
Nessun commento:
Posta un commento