venerdì 8 maggio 2026

La Bellezza

 La Bellezza

La bellezza esercita un tale fascino sugli esseri umani perché essa non è un semplice attributo estetico, ma un raggio dell’Or Ein Sof che filtra attraverso la Sefirah di Tiferet, il centro dell’Armonia.

Lo Zohar insegna che Tiferet è “ziv ha-shemesh”, lo splendore del sole, e che ogni vera bellezza nel mondo è un riflesso di quella luce superiore che unisce Chesed e Ghevurah in un equilibrio perfetto.

Per questo l’essere umano è attratto dalla bellezza: egli riconosce inconsciamente la sua origine, poiché la sua anima proviene da quello stesso splendore.

Ma la bellezza non può essere posseduta.

Secondo l’Arizal, ogni manifestazione di bellezza è un hitgalut, una rivelazione temporanea di luce che discende attraverso i levushim (vesti) dei mondi.

Quando l’uomo tenta di afferrarla, egli compie un atto di contrazione impropria, un tzimtzum non autorizzato, che spezza il flusso e fa ritirare la luce.

La bellezza fugge perché appartiene al mondo di Beriah, dove dominano le anime pure e gli angeli, e non tollera la presa grossolana del mondo di Assiyah.

La bellezza è un mondo fatto esclusivamente per gli occhi, poiché l’occhio è il senso che, secondo lo Zohar, è collegato direttamente alla Chokhmah, la visione superiore.

La bocca e le mani appartengono invece a livelli più bassi dell’anima, legati alla presa, al consumo, alla trasformazione.

La bellezza non vuole essere consumata: vuole essere contemplata, perché la contemplazione è un atto di unione (yichud) tra l’anima e la luce che la genera.

Per questo i maestri insegnano che occorre mostrarsi molto attenti quando si incontra un essere veramente bello.

Secondo il Ramak, ogni bellezza autentica è abitata da entità celesti, scintille di luce (nitzotzot) che dimorano in quell’essere e gli conferiscono grazia.

Chi si avvicina con desiderio egoistico, con volontà di possesso, compie un atto di din, di severità, che scaccia quelle scintille.

E quando esse si allontanano, l’essere umano può forse possedere un corpo, ma perde lo Shefa, l’emanazione sottile che rende la vita luminosa. Così, chi tenta di possedere la bellezza perde la propria.

Perché la bellezza non è un oggetto: è una relazione di luce.

È un ponte tra l’anima e il suo archetipo superiore.

Quando quel ponte si spezza, anche la nostra vita perde la sua trasparenza, la sua ispirazione, la sua delicatezza.

La nostra gioia e la nostra ispirazione dipendono dunque dal rispetto che manifestiamo verso la bellezza.

Lo Zohar dice: “Be-nahora de-chol nahorin, itnahar alma” — “Con la luce di tutte le luci, il mondo si illumina”.

Chi contempla la bellezza con purezza diventa un canale per quella luce.

Chi la rispetta, la custodisce, la lascia libera, permette alla propria anima di elevarsi verso la sua radice.

Imparando ogni giorno a contemplarla, noi assaporiamo la vera vita.

Perché la vera vita, secondo l’Arizal, è la vita dell’anima che riceve Mochin, stati di coscienza superiore, attraverso la contemplazione del divino riflesso nel mondo.

La bellezza è uno dei più sottili canali attraverso cui il divino si lascia intravedere.

E chi la contempla senza volerla possedere, compie un atto di Tikun, di riparazione: restituisce la luce alla sua sorgente e, così facendo, la riceve in modo ancora più puro.

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