mercoledì 18 febbraio 2026

Il Rifugio più Sicuro: la Preghiera

 Il Rifugio più Sicuro: la Preghiera

 I Maestri insegnano che la preghiera non è un semplice atto di supplica, ma un movimento cosmico: un’ascesa dell’anima attraverso i mondi, un atto di Tikkun che riallinea l’essere umano con le correnti della Luce Infinita.

Secondo il Zohar, quando l’uomo prega, «l’anima si veste di ali» e risale i palazzi superiori, entrando in risonanza con le sefirot che governano la vita. La preghiera è dunque il ponte che collega il mondo frammentato di Assiyah con la pienezza di Atzilut.

Il Santo, benedetto Egli sia, non ha bisogno che gli si ricordi ciò che manca alla creatura: tutto è già predisposto nei mondi superiori, come insegna il Ramak, il quale afferma che ogni sefirah è una “camera di abbondanza” sempre traboccante.

Il problema non è la mancanza di bene, ma la nostra incapacità di elevarci fino al luogo in cui quel bene scorre senza ostacoli.

La preghiera è proprio questo: un atto di elevazione.

Non serve a cambiare la volontà divina, ma a cambiare la nostra posizione nei mondi.

Quando l’uomo rimane nel piano inferiore, immerso nelle correnti pesanti di Assiyah, è vulnerabile alle forze di separazione, alle Kelippot, alle energie che si nutrono di confusione e paura.

Ma quando si eleva, anche solo di un grado, entra in un dominio dove quelle forze non possono più raggiungerlo.

I cabalisti spiegano questo con una parabola: un uomo è inseguito da nemici che vogliono catturarlo. Corre, affannato, finché giunge a una grande sala illuminata, dove i giusti stanno festeggiando in presenza del Re.

Appena varca la soglia, nessuno gli chiede chi sia: lo accolgono, lo rivestono, lo fanno sedere alla tavola.

I nemici rimangono fuori, incapaci di oltrepassare il confine della Luce.

Così è la preghiera.

Essa introduce l’anima in un luogo dove il Santo benedetto Egli sia, i Suoi angeli e le Sue emanazioni luminose — gli arcangeli di Yetzirah, le Sefirot di Beriah, le luci di Atzilut — sono in festa.

E come insegna l’Ari, quando l’uomo entra in questo spazio, le Kelippot cadono da lui come scorza bruciata, perché non trovano più nutrimento.

Per questo i Maestri dicono: “Quando sei turbato, non restare nel luogo del turbamento”.

Non cercare sollievo nelle lamentele, né rifugio in sostanze che alterano la coscienza.

Il rimedio è cambiare mondo, cambiare altitudine, cambiare il luogo interiore da cui guardi la vita.

Nelle situazioni più difficili, ricordati che nulla è definitivo.

La Cabalà insegna che ogni stato è solo una configurazione temporanea delle luci e dei vasi.

Quando la pressione aumenta, non è un segno di abbandono, ma un invito a salire.

Il Santo, benedetto Egli Sia, non ti trascinerà fuori dall’Inferno contro la tua volontà: lo Tzimtzum stesso è la prova che Dio lascia spazio alla creatura perché compia il proprio movimento.

Sta a te compiere il primo passo: alzare lo sguardo, aprire il cuore, pronunciare parole che siano come scale di luce.

E non appena ti elevi, anche solo un poco, entri in un dominio dove la Luce ti precede, ti avvolge, ti protegge.

La preghiera è dunque il rifugio più sicuro perché non è fuga, ma ritorno: ritorno alla radice dell’anima, ritorno alla sorgente delle benedizioni, ritorno al luogo dove il mondo è ancora intero e la tua vita è ancora luminosa.

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