mercoledì 25 febbraio 2026

La Bellezza secondo la Kabbalah

 La Bellezza secondo la Kabbalah

La bellezza non è un attributo sensibile, ma un raggio proveniente da Tiferet, la Sefirah che armonizza le forze di Chesed e Ghevurah. Nello Zohar si afferma che «la bellezza è la sintesi luminosa dei volti del Re» (Zohar I, 11b), indicando che ciò che percepiamo come bello è in realtà un riflesso dell’ordine superiore che unifica misericordia e rigore.

Per questo la bellezza non può essere posseduta: essa non appartiene al dominio della materia, ma alla emanazione. È un flusso, non un oggetto; un shefa, non una forma. Quando l’essere umano tenta di afferrarla, essa si ritrae, poiché la sua natura è di rimanere libera, come la luce che non può essere compressa.

Secondo la tradizione lurianica, ogni forma di bellezza è abitata da nitzotzot, scintille provenienti dal mondo di Tohu, cadute durante la frantumazione dei vasi (Shevirat ha-Kelim). Queste scintille sono portatrici di una luce che non appartiene all’individuo, ma al mondo superiore.

Quando un essere umano contempla la bellezza con purezza, egli permette a queste scintille di elevarsi verso la loro radice. Ma quando tenta di possederla, di appropriarsene, di trasformarla in un oggetto del proprio desiderio, le scintille si ritirano. Luria insegna che «la luce non dimora dove non vi è spazio per la sua libertà» (Etz Chayim, Sha’ar HaNekudim).

Così, chi si avvicina alla bellezza senza il giusto timore e la giusta umiltà può scacciare le entità celesti che la abitano. Rimane il corpo, ma la sua anima luminosa si ritira.

Ogni essere bello è, secondo Cordovero, una levush, una veste, attraverso cui si manifesta un Partzuf superiore. La bellezza fisica è solo il livello più esterno del Partzuf; ciò che la rende viva è la presenza del suo interno, la pnimiut.

Quando l’uomo tenta di possedere la bellezza, egli non fa che stringere la veste, perdendo il Partzuf che la anima. Come insegna il Pardes Rimonim, «chi afferra la veste e non l’essenza, afferra il nulla».

Per questo la bellezza fugge: non sopporta di essere ridotta a corpo, perché la sua radice è spirituale.

La bellezza è anche un segno dei ghilgulim, le reincarnazioni dell’anima. Alcune anime portano con sé, da vite precedenti, una luminosità particolare, residuo di atti di bontà o di contemplazione. Questa luce si manifesta come grazia, armonia, splendore.

Quando qualcuno tenta di possedere quella bellezza, egli interferisce con il percorso dell’anima che la porta. Può persino deviare il suo cammino, costringendola a un nuovo ciclo di incarnazioni per recuperare ciò che è stato turbato.

La bellezza, dunque, non è solo un fenomeno estetico: è un segno karmico, un frammento di un viaggio più ampio.

Lo Zohar afferma che «la bellezza è la porta attraverso cui i mondi si guardano» (Zohar II, 94a). Quando contempliamo la bellezza, noi non vediamo un volto o un paesaggio: vediamo un ponte tra il mondo inferiore e quello superiore.

Per questo la bellezza ama essere guardata: lo sguardo puro è un atto di unificazione (yichud). Ma non sopporta di essere toccata: il tatto, quando è mosso dal desiderio di possesso, interrompe il flusso tra i mondi.

La bellezza è un luogo di passaggio, non di appropriazione.

La nostra gioia e la nostra ispirazione dipendono dal modo in cui ci poniamo davanti alla bellezza. Chi la contempla con rispetto diventa un canale per la luce di Tiferet; chi la vuole possedere diventa un ostacolo.

Cordovero insegna che «l’uomo deve imitare le Sefirot» (Tomer Devorah). Davanti alla bellezza, ciò significa:

• Chesed: offrire uno sguardo benevolo, non predatorio.

• Ghevurah: contenere il desiderio di possesso.

• Tiferet: armonizzare amore e distanza, vicinanza e rispetto.

In questo equilibrio nasce la vera contemplazione.

Contemplare la bellezza con purezza è un atto di tikkun, riparazione. Ogni volta che guardiamo senza possedere, eleviamo una scintilla. Ogni volta che rispettiamo la distanza, permettiamo alla luce di rimanere.

La vera vita, dice lo Zohar, è «la vita dello sguardo che vede oltre la forma» (Zohar III, 152a).

Chi impara a contemplare la bellezza senza desiderio di possesso entra in questa vita: una vita in cui l’anima si espande, il cuore si purifica e il mondo intero diventa trasparente alla luce superiore.

Nessun commento:

Posta un commento

La Bellezza secondo la Kabbalah

  La Bellezza secondo la Kabbalah La bellezza non è un attributo sensibile, ma un raggio proveniente da Tiferet, la Sefirah che armonizza ...