Lo Scopo di Condividere
La Cabalà insegna che condividere non è un gesto morale, né
un semplice atto di bontà sociale: è un movimento ontologico, un atto che
modifica la struttura stessa del desiderio umano. Nella terminologia dei
Maestri, condividere significa invertire la direzione del flusso della Luce,
trasformando il desiderio di ricevere in un desiderio di ricevere per
condividere. È un’operazione interiore che tocca la radice del Kli, il vaso
dell’anima, e lo riallinea alla qualità del Creatore, che è puro dare.
Per questo la Cabalà distingue tra atti di generosità che
emergono spontaneamente dalla nostra natura — e che quindi non la trasformano —
e atti che invece contraddicono l’inerzia del nostro ego, spezzando la coazione
a ripetere del desiderio di ricevere per sé. Solo questi ultimi aprono un varco
reale alla Luce Superiore.
Quando proviamo resistenza nel condividere, non stiamo
incontrando un ostacolo esterno: stiamo percependo il residuo del Tzimtzum, la
contrazione originaria che ha dato forma al nostro desiderio separato. La
Cabalà non dice “nessun dolore, nessun guadagno” nel senso ascetico; dice
piuttosto che la frizione interiore è il segnale che stiamo toccando il punto
della trasformazione. Non è il dolore a santificare l’atto, ma il fatto che
esso rivela la struttura egoica che normalmente rimane invisibile.
Ogni volta che scegliamo di condividere proprio nel punto in
cui la nostra natura si oppone, stiamo compiendo un Zivug de Haka’a, un
accoppiamento per impatto: la Luce incontra il desiderio, il desiderio resiste,
e da quella resistenza nasce un nuovo livello di somiglianza con il Creatore.
Il sacrificio dei genitori per i figli è sacro, ma non è
trasformativo nel senso cabalistico. È inscritto nella natura stessa del nefesh
behamit, l’anima istintiva. È un movimento che, pur essendo nobile, non
richiede un salto di qualità del desiderio. È un dare che non contraddice il
sé, ma lo estende.
La Cabalà afferma che la trasformazione avviene solo quando
il desiderio si ribella. Se il gesto è naturale, non c’è rottura del vaso, non
c’è rivelazione della Luce nascosta, non c’è elevazione del desiderio.
Condividere quando è facile è bello, ma condividere quando è
difficile è creativo: crea un nuovo stato dell’essere. È l’atto attraverso cui
l’uomo passa da ricevente a canale, da separato a simile, da creatura a
co-creatore.
La Cabalà insegna che ogni volta che superiamo la nostra
inerzia interiore:
• spezziamo un
frammento del desiderio di ricevere per sé;
• liberiamo una
scintilla di Luce imprigionata;
• allarghiamo la
capacità del nostro vaso;
• ci avviciniamo alla
qualità dell’Ein Sof.
È come allenare un muscolo spirituale: la resistenza non è
un ostacolo, è il materiale stesso della crescita. La maratona non è la vita
esterna, ma il percorso dell’anima verso la sua radice.
Ogni volta che scegliamo di condividere contro la nostra
natura immediata, compiamo un Tikkun, una riparazione. Non ripariamo il mondo
esterno, ma la struttura del nostro desiderio. E quando il desiderio si ripara,
il mondo si ripara con esso, perché il mondo non è altro che il riflesso del
nostro stato interiore.
La vera condivisione:
• dissolve le barriere
del sé separato,
• apre canali di Luce
che erano chiusi,
• risveglia la gioia
che proviene dall’allineamento con il Creatore,
• rivela la profondità
infinita del dare che è nascosta in noi.
In questo senso, condividere non è un dovere morale: è un
atto cosmico, un gesto che partecipa al movimento della Creazione stessa.
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